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niente di nuovo
parole in libertà (manco condizionata…) di un premier fuorilegge o fuoriditesta – scelga pure lui, il risultato tanto non cambia – che si innestano su una triste e ripetitiva realtà tipicamente italiana: se c’è qualcosa che non va, non bisogna parlarne “ché pare brutto…”
basta vedere il tracollo di madre chiesa che per salvarsi le chiappe ha tenuta nascosta una quantità di violenze inimmaginabile…
‘giustamente’, secondo la perversa ottica del nostro presidente del consiglio – che di criminalità organizzata e pedofilia se ne intende – il problema della mafia è che se ne parli…
che campione
a parte che mescolare fiction televisive come la piovra e romanzi-documentario come gomorra (il film ne è una derivazione) è già di per sé fuorviante: la piovra è un prodotto televisivo e mirava principalmente all’audience ed è esagerato se non ipocrita intenderla come un presidio di lotta alla mafia ma, se ne deduce parimenti, anche come apologia o ‘divulgazione della stessa’
semmai il problema potrebbe essere che la piovra è stato uno di quei pochi prodotti venduti all’estero e che alla rai hanno fruttato tanto; ma si sa: il premier ha in odio una rai ‘che funzioni’…fosse così, nessuno vedrebbe le cagate trasmesse dalle sue televisioni…
rimane la pericolosità (e bisogna essere pazzi o collusi per fare ciò, ed io protendo per la seconda ipotesi) di ‘condannare’ autori che denunciano facendo nomi e cognomi la criminalità organizzata da posizioni istituzionali, istituzioni che dovrebbero essere le prime a difendere detti autori, intellettuali ma anche gente comune i quali sono baluardi viventi contro le mafie

B. contro Saviano Sdegno dalla Sicilia

di Andrea Cottone

C’è chi è disgustato, chi nota i nervi scoperti del premier, chi ritiene che siamo all’anno zero e c’è anche chi prende le distanze, come Riccardo Cavallero, direttore generale Libri Trade del gruppo Mondadori. Il nuovo attacco di Berlusconi alla letteratura antimafia (“la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta” anche per i film e le fiction, come “la Piovra” e “Gomorra”) trova, con sorpresa, la reazione della società editrice del gruppo Fininvest. “Si confrontano due diritti – commenta Cavallero – il diritto della politica di giudicare le idee e il diritto-dovere dell’editore di dare voce alle idee e agli autori per consentire loro di trovare il proprio pubblico e anche i propri critici”. Anche da casa Berlusconi – la figlia Marina è presidente del Cda di Mondadori – arrivano dunque prese di posizioni critiche, come quelle di chi, in Sicilia, con Cosa nostra ci ha a che fare ogni giorno.    “E’ semplicemente scandaloso, vergognoso, disgustoso – dice Umberto Di Maggio, guida di ‘Libera’ nell’Isola – ma questo fa il paio con la legge sulla vendita dei beni confiscati e sugli interventi previsti sulle intercettazioni”. Chi resta più distaccato è Enrico Colajanni, presidente dell’associazione antiracket di Palermo (“Libero Futuro”) e socio fondatore di Addiopizzo. “Non ci siamo mai fidati di chi sta in alto – dice – per questo tutto quello che abbiamo fatto, l’abbiamo cominciato dal basso”.   Ogni giorno Enrico passa negozio per negozio a parlare con imprenditori e commercianti. Il suo obiettivo è quello di “portare a casa” le denunce. Per lui frasi come quella del premier “confermano che abbiamo fatto bene a confidare sulle persone, non sulle istituzioni. Lì siamo all’anno zero, se escludiamo quanto fanno le forze dell’ordine con gli scarsi mezzi che si ritrovano”.    “La parola è ancora un’arma e chi ha scritto ha fatto bene”: ne è convinto Lirio Abbate, giornalista dell’Espresso che proprio a causa della parola, dei libri, è finito sotto scorta perché minacciato di morte dalla mafia. “Le dichiarazioni del premier sono la conferma del fatto che la denuncia delle collusioni fra mafia e politica fanno male, soprattutto in una situazione in cui la libera informazione viene messa costantemente sotto attacco”. La dimostrazione che le inchieste, i libri, come “Gomorra”, “rimangono l’unico punto fermo della democrazia di questo paese. I libri non si scriverebbero se non ci fossero i fatti, se non ci fossero le inchieste su chi col crimine fa affari e usa la mafia per raccogliere voti, organizzare il consenso e imporsi sul territorio. Forse il premier se ne duole – conclude Abbate – perché lo hanno colpito sui nervi scoperti, che non riesce a coprire, nonostante il bavaglio che ha messo ai giornalisti”.

fonte: il fatto quotidiano

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