attacco al quirinale…

volendo essere precisi, si tratterebbe di ‘attacco a napolitano‘ per impossessarsi del quirinale…
praticamente il peggiore degli incubi: la realtà
la realtà di un soggetto implicato in cose di mafia, pluriprescritto (la prescrizione la si da’ ai colpevoli, mica agli innocenti), corruttore – come accerta la sentenza di terzo grado del processo mills -, frequentatore di minorenni per sua ammissione, quindi pedofilo
e fin qui reati da codice penale di cui ho fatto una sintesi stretta stretta
ma vogliamo parlare della ‘strana’ morale del presidente del consiglio, con tutto il battage sulla famiglia per ingraziarsi le gerarchie ecclesiastiche quando lui è un divorziato e con la lario ha avuto un figlio fuori dal matrimonio? o delle registrazioni telefoniche e video – fassino e marrazzo, tanto per citarne un piao – che passano dalle sue mani per poi esser date ‘alle stampe’ (e qui ci sarebbero pure profili penali che non capisco perché non vengano rilevati…)
sembrerebbe una barzelletta un tipetto del genere al quirinale; eppure, come accennavo, questo incubo senza fine che evolve sempre peggio, potrebbe trasformarsi in qualcosa di ancora più brutto: la realtà
e bisogna tenerne conto, per quanto assurdo possa sembrare

L’ultima sfida del Cavaliere al Quirinale

di EUGENIO SCALFARI

OGGI bisognerebbe parlare delle famose riforme. Ne parlano tutti: la Lega che vuole il federalismo compiuto e si acconcia a farlo marciare insieme al presidenzialismo e alla “grande grande” riforma della giustizia per tenere agganciato Berlusconi; l’opposizione che si dichiara disponibile a leggere le carte del centrodestra per giudicarle nel merito ma intanto pone come pregiudiziale provvedimenti economici a sostegno dei consumi e dei redditi più bassi; il ministro dell’Economia che preannuncia entro tre anni la “madre delle riforme”, quella del fisco “dalle persone alle cose”; il presidente del Consiglio che, tra tutte, rilancia il presidenzialismo nelle sue varie versioni possibili e in particolare quella francese ma senza modificare la legge elettorale vigente in Italia. Infine ne ha parlato Giorgio Napolitano in varie recenti occasioni, l’ultima delle quali venerdì scorso da Verona.

Che cosa ha detto Napolitano? Ha detto che è necessario modernizzare lo Stato, che il federalismo è la prospettiva concreta per iniziare questo percorso, che esso deve essere concepito come uno strumento di autonomia delle istituzioni locali e deve servire a rafforzare l’unità del paese e la perequazione tra le sue aree territoriali. Di fronte a questo compito, di per sé immane, la riforma della “governance” del paese passa in seconda linea (così ha detto Napolitano) nell’ordine delle priorità perché rischia di introdurre nuovi elementi di divisione e di confusione.

In questi stessi giorni il presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere la legge sui contratti di lavoro da lui considerata inadeguata e per certi aspetti di dubbia costituzionalità; ha invece promulgato quella sul legittimo impedimento nonostante i rilievi di presunte incostituzionalità formulati da tutta l’opposizione, da molti giuristi e dalla magistratura associata.

Insomma una miriade di tesi, ipotesi, convergenze, divergenze tra gli opposti schieramenti e all’interno dei medesimi; una crescente confusione di lingue e di interessi che alimenta l’indifferenza ostile dei cittadini e la loro separazione dalla politica e dalle istituzioni.

Emerge comunque la volontà berlusconiana di dare una spallata definitiva alla Costituzione repubblicana sostituendola con un regime autoritario, un Parlamento di “cloni” plebiscitati, un potere giudiziario frantumato e subordinato all’esecutivo. Questo sbocco era inevitabile, è stato covato negli scorsi dieci anni ed ora da quelle uova non usciranno teneri pulcini ma serpenti a sonagli.
In uno degli angoli del ring c’è Silvio Berlusconi, nell’altro, almeno per il momento, nessuno, o meglio un capannello di persone niente affatto concordi tra loro dalle quali sembra difficile estrarre un valido “competitor”.

Giorgio Napolitano dovrebbe arbitrare la partita dalla quale potrebbe uscire una Repubblica ammodernata ma fedele ai principi dello Stato di diritto e della libertà, oppure un autoritarismo plebiscitario. L’arbitro potrà compiere il suo ufficio in assenza di uno dei due “competitors”? Oppure finirà, contro le sue intenzioni, col prender lui il posto nell’altro angolo del ring? E quale sarà in tal caso il finale di partita?

* * *

Il sipario si apre su tre scenari. Il primo si svolge il 1° aprile al Quirinale. Colloquio Napolitano-Berlusconi, presente Letta. Comincia distesamente ma si conclude nel gelo più assoluto. Il premier mette sotto accusa lo staff giuridico di Napolitano il quale gli risponde che si tratta di “validissimi servitori dello Stato” che collaborano con lui per valutare la conformità delle leggi con la Costituzione. Il premier rinnova le critiche, Napolitano ritiene concluso l’incontro e lo congeda. Poche ore dopo arriva da Palazzo Chigi una telefonata del premier che si scusa delle parole “sopra le righe” che attribuisce al nervosismo e allo stress della campagna elettorale da poco conclusa. “Non si ripeterà mai più” promette. “Ha la mia parola”.

La seconda scena viene recitata a Parigi. Accanto ad un Sarkozy alquanto stupito da quel che sente in traduzione nel suo auricolare, il premier italiano annuncia “la riforma delle riforme”: proporrà agli italiani il semipresidenzialismo alla francese, ma con una variante non da poco, la legge elettorale resterà quella attuale con i parlamentari indicati dagli apparati dei partiti e voterà il giorno stesso in cui si vota per il capo dello Stato con suffragio popolare diretto.

Quello stesso giorno, 9 aprile, prima di partire per Parigi Berlusconi aveva chiamato il Quirinale per ringraziare Napolitano d’aver promulgato la legge sul legittimo impedimento; gli aveva preannunciato che la stagione della riforme era finalmente arrivata. Tra queste ci sarebbe anche stata la proposta del semipresidenzialismo da lui “ripescata soltanto per fare un favore a Fini”.

Ma parlando poche ore dopo da Parigi si era visto che non si trattava affatto di un ripescaggio (dal quale peraltro Fini si era immediatamente e clamorosamente smarcato) bensì di un obiettivo a lungo coltivato e gettato sul tavolo subito dopo le Regionali per farlo accettare dalla Lega in cambio del federalismo. B. B., Berlusconi e Bossi. Due alleati o due compari? Presidenzialismo e federalismo regionale. Tasse da ridurre nelle aliquote dell’Irpef e nello spostamento “dalle persone alle cose”.
Che vuol dire? Le cose sono gli immobili, gli oggetti, i beni e i servizi acquistati, cioè i consumi. L’elemento della progressività scompare nelle tasse sui consumi.
Comunque per ora non si entra nei dettagli, ci penserà Tremonti tra tre anni sempre che, tra tre anni, la crisi sia terminata o non invece tuttora in pieno svolgimento dal punto di vista dell’occupazione e del reddito, come molti osservatori qualificati prevedono. Quel che è certo, Tremonti dovrà rientrare di almeno mezzo punto di deficit nel 2011 e di tre quarti di punto nel 2012, vale a dire rispettivamente di 8 e di 12 miliardi. Come antipasto all’abbattimento delle imposte non sembra affatto appetitoso.

* * *

La terza scena va in onda ieri dal convegno confindustriale di Parma. A mezzogiorno e mezza Berlusconi comincia l’arringa, diretta ad una platea di industriali piccoli, medi, grandi. Marcegaglia in prima fila col suo discorso in tasca che sarà pronunciato subito dopo quello del premier.
Il quale comincia come al solito: la crisi è finita o quasi, il declino non c’è stato e non ci sarà, l’economia italiana è competitiva più di tutte le altre in Europa, la società è coesa, le esportazioni vanno bene e andranno sempre meglio se sapranno dirigersi verso la Cina, l’India, la Russia. Le tasse ovviamente saranno abbassate e gli ammortizzatori sociali sono operanti e sufficienti.

Tremonti è al timone e fa benissimo. Il programma del Pdl e quello della Confindustria sono assolutamente identici “perciò qui sono a casa mia”.
Segue la consueta illustrazione dei meriti acquisiti dal governo: l’Ici abolita, l’Alitalia salvata, i rifiuti di Napoli risolti, il terremoto dell’Aquila eccetera. Ma…
Ma da un certo momento in poi l’oratore passa bruscamente dal regno dell’amore a quello dell’odio. Chi l’ha visto a Parma ne descrive il volto di nuovo contratto sotto il cerone e i capelli dipinti sulla fronte. Nei telegiornali non ce n’è traccia perché quei passaggi sono stati “silenziati”.

Nelle agenzie addirittura omessi.
Perciò ricorriamo al testo letterale, talvolta la pura cronaca si commenta da sola.
“Il governo italiano non è in grado di governare nel quadro del sistema vigente. Non può paragonarsi a nessun altro governo europeo da questo punto di vista. L’esecutivo non ha alcun potere; i disegni di legge vanno in esame alle Commissioni della Camera, poi in aula, poi al Senato.
“Nessuno dei due rami del Parlamento accetta di approvare lo stesso identico testo approvato dall’altro; lo deve dunque modificare a sua volta. Finalmente, una volta approvato dal Parlamento, quel testo, che non corrisponde più a quello inizialmente preparato dal governo, viene comunque rallentato dalle burocrazie nazionali e regionali. Senza dire, come antefatto, che il testo viene preliminarmente sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff che ne controlla addirittura gli aggettivi”.

Segue un attacco in grande stile – non nuovo e perciò ancor più grave perché ripetuto in ogni occasione e perfino il giorno prima da Parigi per il sollazzo dei francesi – contro la Corte costituzionale, colpevole perché “essendo di sinistra e quindi politicizzata, annulla tutte le leggi e le sentenze che non piacciono ai pubblici ministeri, anch’essi politicizzati”.
Siamo in pieno Caimano. Gli industriali vorrebbero che si parlasse dei loro problemi, la Marcegaglia lo dirà subito dopo a muso duro. Vorrebbero almeno un fondo di due miliardi e mezzo per tenere il mare agitato del 2010.

Ma a sentirlo attaccare la sua burocrazia, la sua Camera e il suo Senato, dove domina con maggioranze bulgare, comunque lo applaudono. Attacca i suoi perché li disprezza. Anche la platea di Parma li disprezza ed è divertita e soddisfatta dallo spettacolo vagamente schizofrenico. La doppia o tripla o quadrupla personalità del premier piace a quella platea.
Ho visto venerdì sera in Sky tivù un vecchio film di Dino Risi con Tognazzi e Gassman protagonisti. Uno fa il giudice istruttore e l’altro un imprenditore cialtrone e corruttore. Fu prodotto nel 1980, sembra scritto oggi sulla misura di Berlusconi.

* * *

Quelle frasi di Parma, nonostante il silenzio delle agenzie e dei telegiornali ufficiali, arrivano naturalmente alle orecchie del Quirinale. Si racconta che il Presidente ne sia rimasto stupefatto e indignato. Si è fatto chiamare al telefono Gianni Letta e gli ha chiesto conto di quanto aveva appena udito.
Pare che la risposta di Letta sia stata: “Non sapevo nulla. Ho udito anch’io. Le faccio le mie personali scuse”.
E pare che la risposta del Presidente sia stata: “Le sue scuse personali non risolvono la questione. Se non si trattasse del presidente del Consiglio ma di una qualunque altra persona dovrei dire che siamo in presenza di un bugiardo che dice una cosa al mattino e fa l’opposto la sera oppure d’una persona dissociata e afflitta da disturbi schizoidi”.

Ho scritto “pare” perché trattandosi di un colloquio telefonico tra due soggetti eminenti, le parole sopra riferite non possono che venire da amici intimi dell’uno o dell’altro. Perciò bisogna scrivere “pare” anche se si ha certezza che il colloquio sia stato nella sostanza di questo tenore.
È inutile soggiungere che un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che sente di doversi scusare a titolo personale per quanto detto poco prima dal suo premier, dovrebbe avere un soprassalto morale e dimettersi dall’incarico. Ma è altrettanto inutile aspettarsi da Letta un atto del genere e se gli chiederete perché vi risponderà che resta dove è per cercare di limitare i danni.
L’ipocrisia è il vero sentimento che governa il mondo.

* * *

Io credo – l’avevo già scritto domenica scorsa ma “repetita iuvant” – che i nodi sono arrivati al pettine e il tempo da qui allo “showdown” si sia raccorciato. Prima ci saranno i decreti attuativi della legge sul federalismo e la “grande grande” riforma della giustizia, intercettazioni comprese.
La squadra “occhiuta” del Quirinale “che controlla anche gli aggettivi” farà i suoi rilievi ma nei punti che interessano la Costituzione i rilievi non ci sono per definizione: dopo la doppia lettura in Parlamento la legge approvata a maggioranza semplice va al referendum confermativo se è impugnata da un quinto dei parlamentari.

Il secondo round ci sarà con la presentazione della legge sul presidenzialismo alla francese ma con la legge elettorale “porcellum” preparata a suo tempo da Calderoli.
Ed anche qui il referendum, se richiesto da un quinto del Parlamento.
E tuttavia queste riforme, a differenza di tutte le altre fin qui discusse, non sono semplici modifiche realizzate nei limiti dell’articolo 138 della Costituzione.
Queste riforme cambiano il volto della Repubblica perché distruggono lo Stato di diritto, alterano l’equilibrio dei poteri e la loro reciproca autonomia, ne subordinano uno o due al terzo prevalente. Devastano la giurisdizione, la legislazione, i poteri di controllo.

Mettono al vertice dello Stato un personaggio eletto da un plebiscito. Per cinque anni rinnovabili fino a dieci.
Questo scontro si concluderà nel 2011, ma comincerà tra meno di un mese. L’opposizione è divisa perché c’è ancora chi spera di prendere qualche voto in più tra tre anni attaccando fin d’ora Napolitano. “Deus dementet qui vult pervere”.
Credo di sapere che Napolitano deve e vuole restare al di sopra delle parti perché quel capitale sarà il solo a poter far inclinare il piatto della bilancia dalla parte giusta e non da quella terribilmente sbagliata.

Credo di sapere, anzi di prevedere, che contro le sue intenzioni, sul ring a contrastare un vero e proprio “golpe bianco” ci sarà lui. Non in veste di giocatore ma in veste di arbitro di fronte a chi contesta gli arbitri, i soli che possano richiamarlo a rispettare le regole del gioco.
Credo di sapere e di prevedere che sarà una durissima battaglia per la democrazia italiana.

fonte: repubblica

Attacco frontale al Colle. Riforme ad alta tensione

di Marcella Ciarnelli

La tensione, avvertita ma latente, tra il Quirinale e Palazzo Chigi, finora rivelata in modo strumentale essenzialmente nei resoconti governativi, sta venendo fuori. E dal Colle trapela l’irritazione per quella che viene considerata, con preoccupazione, una falsa partenza della tanto decantata stagione della tregua e delle riforme.

Il presidente del Consiglio, incassati i risultati delle regionali, più volte ha dichiarato il suo impegno ad usare i prossimi tre anni, liberi da consultazioni nazionali, per approvare un pacchetto di riforme. Al premier interessa innanzitutto quella della giustizia, per i noti motivi, e, subito dopo, quella per aumentare i poteri del ruolo che ha in testa di andare a ricoprire finita l’attuale esperienza possibilmente investito direttamente dal popolo. Premierato, presidenzialismo. E’ tale l’ambizione da portarlo a contrapporsi ai precisi paletti che il presidente della Repubblica, anche in questi giorni, ha voluto mettere proprio a proposito delle priorità in tema di riforme. Napolitano a Verona ha invitato in modo esplicito ad applicarsi alle materie su cui il lavoro è già avviato, il compimento del federalismo innanzitutto, per cercare di portare il Paese fuori dalla crisi e a non andarsi a impelagare su altri argomenti, come quelli di una radicale revisione della forma di governo, su cui «negli ultimi anni non si sono però delineate soluzioni adeguate e praticabili».

Ma il premier l’invito non l’ha gradito. E, pur avendo sostenuto in un recente incontro al Colle di aver messo in agenda l’argomento solo «per fare un favore a Fini» essendo lui ben consapevole che «le priorità sono altre», in quel di Parma, davanti ai «colleghi» della Confindustria, si è esibito in un attacco frontale alle istituzioni di garanzia dello Stato, tutte, senza eccezione alcuna. Provocando la sdegnata reazione di Napolitano che ha chiamato il sottosegretario Letta, eterno parafulmine delle intemperanze verbali del premier, per comunicare tutta la sua sorpresa e indignazione, ricevendone immediate scuse. Finora solo le sue. Della vicenda ne ha riferito Eugenio Scalfari, forte delle confidenze di un autorevole amico intimo degli autorevoli personaggi al telefono, nel suo consueto editoriale della domenica.

I tempi
La ricostruzione «temporalmente imperfetta», nella sostanza ripercorre l’iter degli ultimi scontri tra l’inquilino del Colle e quello di Palazzo Chigi che hanno portato alle scintille di queste ore. Gli episodi, dai primi di marzo ad andare in avanti, messi insieme danno il quadro esatto della situazione. Lo scontro, già noto, tra Napolitano e Berlusconi si verifica quando al presidente della Repubblica viene presentato un’inaccettabile stesura del decreto salva liste. In quella sede il premier mostrò già tutto il suo fastidio, riproposto poi a Parma, nei confronti «di quel controllo anche degli aggettivi» che il Capo dello Stato opera attraverso i suoi consiglieri. Gli stessi che vanno benissimo quando danno parere favorevole alla firma delle leggi e dei decreti. E non può essere che lavorino male solo quando il parere non è gradito. In quella sera di marzo si rischiò la possibilità che il decreto venisse presentato senza la firma di Napolitano. Poi si passò alla versione «interpretativa». E come si è andati avanti è noto. Berlusconi telefonò a Napolitano per chiedere scusa e poi, a elezioni concluse, il primo aprile, salì al Quirinale mostrando grande disponibilità sulle riforme che tanto stanno a cuore al Presidente nell’interesse del Paese che lui per primo rappresenta. In quell’occasione il premier ritenne ringraziò il suo interlocutore per aver annunciato la mancata firma alla legge sul lavoro solo ad urne chiuse. Nasce da questo comportamento discontinuo l’irritazione di Napolitano. E’ legata alla preoccupazione che non si lavori alle riforme. Che l’attacco frontale alle istituzioni, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, Parlamento, magistratura, continui senza tregua. Tre anni sono troppi per reggere questa situazione. C’è il rischio di una pericolosa anticipazione, condizionata dai regolamenti di conti interni alla maggioranza e dai superpoteri che Berlusconi è convinto di avere. E di poter gestire.

11 aprile 2010

fonte: l’unità

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