c’è del marcio a rosarno

è inutile girarci attorno
abbiamo informazioni a sufficienza e non c’è bisogno che qualcuno veicoli il nostro comprendonio
siamo di fronte ad una atrocità e ad una assurdità inspiegabili
l’atrocità è che, piaccia o non piaccia, lo schiavismo esite ancora, eccome…anzi, siccome sono passati centinaia di anni da quando sarebbe datata la sua estinzione, la situazione è perfino più grave, specialmente sul piano etico, di quando lo schiavismo stesso era ‘norma’
l’assurdità consiste in quelle tonnellate di arance che si fanno marcire perché costa più raccoglierle che venderle…so benissimo che gli espertazzi di turno di economia, macro economia e via dicendo hanno pronte teorie a suffragio di tale scempio, ma per me, semplice individuo e pure un po’ ignorante, è una vergogna far marcire della frutta che potrebbe sfamare chi non ha i soldi per comprarla, anche se costa pochissimo

p.s.
a proposito di intercettazioni, i lestofanti che lucravano sul sangue dei loro schiavi sono stati presi proprio grazie alle intercettazioni…e spero che adesso siano loro a marcire, anche se ho il vago dubbio che tale speranza resterà una pia illusione…

ARANCE DI SANGUE A ROSARNO ARRESTATI I PADRONI DEGLI SCHIAVI

Il procuratore Creazzo: “Fondamentali le intercettazioni”

di Lucio Musolino

Trentuno ordinanze di custodia cautelare. Nove persone sono finite in carcere nell’ambito dell’operazione “Migrantes” eseguita ieri dalla squadra Mobile di Reggio, dai carabinieri e dalla Guardia di Finanza. Ventuno ai domiciliari e con i beni sequestrati per un valore di 10 milioni di euro. Un obbligo di dimora. L’accusa è associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento degli immigrati clandestini e truffa aggravata. Dopo   15 giorni dalla “rivolta dei neri” a Rosarno il sistema si era rimesso in piedi. Disperati extracomunitari disposti a lavorare per 22 euro al giorno da una parte e imprenditori che sfruttavano la manodopera a basso costo per la raccolta delle arance dall’altra. Nel mezzo i caporali, definiti “dei veri e propri padroni senza legge, dietro i quali vi sono imprenditori dell’agricoltura di piccoli e grandi appezzamenti terrieri”. E la storia continua come se nulla fosse successo nella Piana di Gioia Tauro, in provincia di   Reggio Calabria, trasformata in un campo di battaglia per una guerriglia urbana ha paralizzato la cittadina tirrenica. Gli africani si erano ribellati alle angherie dei “caporali” e dei datori d lavoro. In poche ore l’Italia si è accorta dell’esistenza di Rosarno e di una situazione esplosiva dal punto di vista dell’ordine pubblico. All’epoca si era parlato di razzismo e di ‘Ndrangheta. L’intervento della polizia e dei carabinieri che hanno allontanato gli extracomunitari non ha impedito che il germe si riformasse. Tutto è   tornato come prima: disperati, imprenditori e caporali.    Dopo anni di assenza lo Stato ha battuto un colpo. Il procuratore capo di Palmi Giuseppe Creazzo ha voluto vederci chiaro e ci è andato pesante. Non sarebbe stato possibile senza le intercettazioni telefoniche, “uno dei canali fondamentali di indagine che ha costituito lo strumento di riscontro indispensabile per il buon esito dell’inchiesta”.    “Tu ce li hai cinque operai per venire a lavorare? – chiede l’imprenditore agricolo al caporale – Portane cinque, non di più di cinque”. Creazzo non si sbilancia, pesa le parole, ma è chiaro che se dovesse passare la riforma sulle intercettazioni, queste frasi non sarebbero mai finite nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Migrantes   ” lasciando caporali e imprenditori impuniti liberi di contrattare la forza lavoro degli extracomunitari come merce di scambio su cui lucrare. Ancora meglio se gli immigrati sono clandestini. È uno di questi   disperati a spiegare agli uomini di Renato Cortese il sistema Rosarno: “Voglio aggiungere che i caporali preferivano quelli senza permesso di soggiorno perché ogni sopruso che loro commettevano non poteva essere denunciato. È impossibile che il lavoratore senza permesso di soggiorno vada a denunciare presso le forze dell’ordine”.    Venticinque euro era la paga che un extracomunitario percepiva per un giorno di lavoro nei campi che iniziava all’alba e si concludeva al tramonto. Tre euro le tratteneva il caporale. Poteva andare anche peggio se il datore di lavoro decideva di pagare a “cottimo”, il cosiddetto metodo “one to one”: un euro a cassetta di mandarini raccolta e cinquanta centesimi per una di arance.      Mentre il beneficio dei domiciliari è stato concesso agli imprenditori agricoli, i nove finiti in carcere sono tutti caporali di origine africana. Uno di questi era fuggito al blitz. La polizia lo ha scovato dopo qualche ora a Casal di Principe.

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