intercettazioni: ecco perché vogliono vietarle, ora…


storia
già trattata sul blog…

non c’è niente da fare: come lo giri giri, quest’uomo è marcio da capo a piedi; ed è alquanto indicativo che tutto ciò che gli ruota intorno (fratelli, collaboratori) siano in odor, o meglio puzza, di crimine
i tre articoli apparsi sul fatto (11,12,13 maggio) a firma eleonora lavaggi danno ampia documentazione del pessimo humus fatto di persone poco pulite, modus operandi al limite o ben oltre tale limite di corruzione che va a permerare un ‘affarismo’ davvero sporco…la cosa che lascia basiti è che uomini come il pesidente del consiglio, suo fratello, i suoi avvocati invece di denunciare reati o presunti tali, assecondano pratiche criminali o quantomemo disdicevoli, specialmente se si è uomini delle istituzioni
tanto per cambiare, l’unico a comportarsi con onore è di pietro, che venuto a conoscenza di cose losche, denuncia
tornando al capo, al boss, vien da chiedersi quanto si può essere stupidi – o parimenti marci – per voler ancora cercare ‘accordi’ e dialogo con un tipetto del genere

QUEL NASTRO, UN GUAIO PER B

Nell’inchiesta di Milano sul furto informatico si sta aggravando la posizione del premier per gli audio di D’Alema, Fassino e Consorte

di Eleonora Lavaggi

Questa volta Silvio Berlusconi rischia grosso. Sta prendendo una brutta piega l’indagine della procura di Milano sul furto informatico del file-audiocontenentel’ormaicelebreintercettazione in cui l’ex segretario dei Ds, Piero Fassino, nell’estate del 2005 diceva all’ex numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, “allora siamo padroni di una banca…”. Gli elementi in base ai quali gli investigatori pensano che davvero quel nastro (ma non solo quello) sia transitato per Arcore prima di venir consegnato a Paolo Berlusconi e pubblicato da Il Giornale il 31 dicembre del 2005, aumentano. E tra di essi vi sono pure una serie di dichiarazioni pubbliche del presidente del Consiglio che, come vedremo, nel gennaio del 2006 si dimostrava a conoscenza di molti particolari sul ruolo dei vertici dei Ds nella scalata Bnl, in quel momento segreti per tutti i comuni mortali. Ma andiamo con ordine. La scorsa   settimana Fabrizio Favata, un ex socio (occulto) di Berlusconi junior nell’azienda di software Ip time, si è presentato al pm Massimo Meroni per confessare di essere davvero stato lui a far ascoltare al premier e a suo fratello non solo la voce di Fassino, ma anche quella di una lunga serie di politici intercettati durante l’inchiesta sulle scalate bancarie (i furbetti del quartierino) di 5 anni fa. Favata ha aggiuntocheconlui,inquellastrana visita ai Berlusconi avvenuta nel tardo pomeriggio del 24 dicembre 2005, c’era pure Roberto Raffaelli, l’ex patron di Rcs, l’azienda di intercettazioni telefoniche utilizzata dai magistrati nell’inchiesta sui furbetti. E per corroborare la sua tesi ha consegnato un registratore in cui è presente anche il file di un colloquio (della primavera 2009) in cui lui e Raffaeli riepilogano l’intera storia. Adesso il pallino è in mano a Raffaelli che, già ascoltato mesi fa, si era fin qui limitato ad ammettere la singolare visita natalizia, ma aveva negato il resto. Di fronte alle prove prodotte   da Favata cambierà versione? La risposta è importante, ma a questo punto forse non fondamentale. La partita che si sta giocando a Milano è infatti più che altro politica. I pm hanno iscritto sul registro degli indagati i protagonisti della vicenda per una lunga sfilza di reati che vanno, a seconda delle posizioni, dalla corruzione, al millantato credito, dalla tentata estorsione (ai danni del premier) fino al furto informatico e alle fatture false. Ma la questione, come ha ricordato l’ex leader del Pd, Walter Veltroni è in fondo un’altra: davvero Berlusconi, il politico che vuole mettere il bavaglio alla stampa e rendere quasi impossibili gli ascolti telefonici, ha utilizzato un’intercettazione segreta e non ancora trascritta per danneggiare mediaticamente gli avversari? Per capirlo conviene partire da due fatti. Incontestabili. Il primo è un particolare tecnico: nell’autunno del 2005, quando imperversavano le polemiche sul ruolo della politica nelle scalate bancarie, ma ancora i giornali non conoscevano   i contenuti dei colloqui tra Consorte e i vertici dei Ds, di tutti quei file audio vennero fatte più copie. Ai magistrati furono forniti dei computer contenenti le intercettazioni in modo le potessero ascoltare per poi decidere quali fossero realmente rilevanti (e quindi da trascrivere) e quali no. Insomma da quel momento in poi, per i tecnici fare una copia dei file, sarebbe stato facilissimo. Il secondo fatto è invece l’atteggiamento pubblico di Berlusconi nel gennaio del 2006. Quando Il Giornale (facendo il suo dovere) pubblica la trascrizione della telefonata Fassino-Consorte, i Ds in imbarazzo si difendono sostenendo che il loro segretario non ha commesso alcun illecito, ma si è limitato a fare il tifo per Unipol. Berlusconi però attacca a tutto campo. E comincia la rimonta che in primavera   lo porterà a perdere per 24mila voti le politiche contro Prodi (allora i sondaggi lo davano indietro di 10 punti). Mentre i suoi collaboratori spiegano ai giornali (Corriere 10 gennaio ’06) che su il dossier su Unipol e la Quercia “è cresciuto durante le vacanze”, l’11 gennaio il premier va il premier da Bruno Vespa, e dice: “I Ds mentono. Non si sono limitati a fare il tifo, ma hanno avuto incontri affinché alcuni detentori di azioni Bnl le vendessero a Unipol”. Vespa gli chiede se per caso sia a conoscenza di informazioni non di pubblico dominio. Lui risponde: “Ne ho ulteriore conoscenza”. Il caso monta. Il centrodestra dice che con le scalate “è finito il mito della diversità morale della sinistra”. I sondaggi invertono la tendenza. Due giorni dopo, visto che è stato sfidato a riferire quel che sa   ai pm, Berlusconi si presenta alla procura di Roma (che si occupa di Bnl), per una deposizione di mezzora. Il risultato è però deludente. Il Cavaliere cita come testimone il suo vecchio amico Tarak Ben Ammar (che già nel ‘96 lo aveva difeso sui finanziamenti a Craxi) e sostiene di aver saputo da lui di un incontro tra Massimo D’Alema e i vertici delle Assicurazioni Generali, azioniste di Bnl. La smentita delle Generali è immediata. La domanda diventa allora: perché Berlusconi si è esposto in quel modo? Un risposta c’è, se si crede a Favata. L’ex socio di Paolo Berlusconi sostiene di aver fatto ascoltare al premier ve pure un’intercettazione di D’Alema, che pare fare il paio con le denuncie pubbliche del premier da Vespa. Un colloquio   con Consorte del 14 luglio 2005 da cui emerge come davvero il leader Maximo non si limitò, come Fassino, a fare il tifo per Unipol, ma che invece incontrò l’eurodeputato Udc, Vito Bonsignore, azionista Bnl, per discutere con lui “cosa doveva fare” (vendere o meno a Unipol) in cambio di una contropartita politica. Il dubbio che prende sempre più corpo a Milano è insomma uno solo: Berlusconi a dicembre sapeva tutto, in tv ha detto troppo, e quando si è trovato di fronte ai magistrati è stato costretto a volare basso parlando solo delle Generali e di Tarak. Se avesse detto tutto, già allora, le imbarazzanti intercettazioni delle scalate si sarebbero infatti rivoltate contro di lui.


EX CARCERATI, MAFIOSI, TRUFFATORI:

CHI GIRA INTORNO AL “REGALO” A B.?

Una “corte dei miracoli” per i nastri Fassino-Consorte

di Eleonora Lavaggi
Se non è un Arcorgate, poco ci manca. Settimana dopo settimana prende sempre più corpo l’ipotesi che davvero il presidente del Consiglio abbia utilizzato intercettazioni telefoniche, trafugate illegalmente dai server della Procura di
Milano per mettere nell’angolo gli avversari politici. In questa replica all’italiana dello scandalo che costrinse nel 1974 il presidente Usa Richard Nixon alle dimissioni, finora dal Pdl piovono solo smentite. L’onorevole avvocato Niccolò Ghedini e il sottosegretario Paolo Bonaiuti sostengono che Silvio Berlusconi è assolutamente estraneo alla pubblicazione, da parte de Il Giornale, dell’ormai celebre colloquio telefonico tra l’ex segretario dei Ds, Piero Fassino, e l’ex numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, intorno al quale ruotò buona parte della campagna elettorale per le Politiche 2006. Dal 15 dicembre scorso però giace senza risposta un’interrogazione parlamentare presentata dal responsabile Giustizia del Pd, Andrea Orlando. Il governo, insomma, ufficialmente non vuole dire niente. E se si va a guardare quel poco che trapela a Milano dalle maglie di un segreto istruttorio mai così ferreo è facile intuire il perché. Comunque la si prenda la situazione è più che imbarazzante per Berlusconi, il suo partito e i suoi familiari. La storia che
è stata fin qui messa a fuoco dagli investigatori è complessa e ha origini lontane. Comincia quando Fabrizio Favata, un imprenditore milanese che nei primi anni ’90 è stato più volte in carcere, conosce Alessia Berlusconi, figlia di Paolo e della ex moglie Mariella Bocciardo, attuale deputato del Pdl. L’incontro avviene ai margini delle riunioni per le polizze
assicurative della Bayerische di cui Alessia si occupa. In breve tempo Favata diventa un amico di famiglia. Lega con Paolo col quale esce spesso la sera. Poi passa agli affari. Berlusconi Junior tramite la Solari (quella dei decoder tv) commercializza prodotti di elettronica al consumo importati, ma si vuole espandere all’informatica. Nasce per questo
l’Ip time, una società specializzata in telefonate attraverso il Web, in cui Favata entra con una piccola quota detenuta, dice lui, da un’amica. Visti i suoi precedenti penali, non è il caso che compaia direttamente in un’azienda del fratello del premier. Favata è pure amico di Roberto Raffaelli, uno dei proprietari di Rcs, una delle più grandi società che lavorano con le procure nel campo delle intercettazioni.
Ascoltare le telefonate altrui è un affare da molte decine di milioni di euro. Ma Rcs vuole crescere ancora. Punta ai mercati esteri (la Romania) e così Favata pensa di chiedere una mano al fratello del presidente del Consiglio. Paolo
si mette a disposizione. A Roma fa fare agli uomini della Rcs degli incontri importanti. Poi, secondo Favata, spiega che è necessario ungere qualche ruota. Per questo nel 2005 si fa portare ogni mese nei suoi uffici milanesi di via Negri al Giornale delle buste contenenti anche 50 mila euro per volta. Per la Procura di Milano, se la storia è vera (c’è un altro
testimone che la conferma) non si tratta però di corruzione. Il più giovane dei fratelli Berlusconi è infatti accusato di millantato credito: in sostanza potrebbe aver intascato i soldi facendo intendere (falsamente) che erano destinati
al segretario particolare del premier, Valentino Valentini, oggi deputato. Del resto Paolo, al di là delle apparenze, navigava in cattive acque. Nonostante il fatturato record di quegli anni (più di 150 milioni di euro) nella Solari aveva problemi con il suo socio al 49 per cento, Giovanni Cottone, un palermitano nipote di un boss di Cosa Nostra (Antonio), e in affari con altri uomini d’onore. Un legame pericoloso la cui portata emergerà nel 2007, quando il Gico della Guardia di Finanza, sventa all’ultimo momento il sequestro di Cottone da parte dell’ex moglie. La donna,
convinta che il marito abbia truffato Paolo Berlusconi nascondendo all’estero circa 40 milioni di euro, ha infatti pianificato il suo rapimento (con successivo omicidio).
In questo scenario non proprio da educande Favata sembra trovarsi a suo agio. Quando nell’estate del 2005 la procura inizia l’inchiesta sulle scalate bancarie da parte di Stefano Ricucci e Gianpiero Fiorani, viene dopo poco avvertito dell’esistenza di intercettazioni rilevanti dal punto di vista politico. Stando ai suoi racconti a dirgli come stanno le
cose sarebbe stato Raffaelli (che però nega). A quel punto nasce l’idea di fare una sorta di regalo ai Berlusconi (i nastri riguardanti la sinistra) in modo da avere un aiuto maggiore nel tentativo di espansione di Rcs in Romania. Il via libera alla consegna del dono arriva però solo quando si è certi che dei file audio (non ancora trascritti e depositati) ne sono state fatte più copie. Intorno a Natale, dopo una visita ad Arcore, una chiavetta usb con gli audio arriva così nelle mani di Paolo e poi il 31 dicembre ll Giornale pubblica la trascrizione (diversa da quella ufficiale) del colloquio Fassino-Consorte. Favata, sostiene, che per tutto questo gli fu promessa “eterna gratitudine”. Ma aggiunge che una volta saltata

per aria la Solari e le società ad essa collegate, Paolo si è tirato indietro. Tanto da dire no a una richiesta di un milione di euro in prestito. Dal quel giorno per Favata trovare il modo di farsi ripagare il favore diventa una sorta di ossessione. L’uomo prima minaccia di rivelare come il gruppo Solari accumulava presunti fondi neri, poi utilizza la vicenda del nastro di Fassino come un’arma di ricatto. Ma questa è un’altra storia. Ancora più oscura e complicata della prima. La leggeremo domani.

(EX) AMICI E RICATTI

Tutte le pressioni sui Berlusconi del pregiudicato che aveva consegnato i nastri Fassino-Consorte

di Eleonora Lavaggi
Sembrava un uomo disperato. Parlava della sua seconda compagna, di un figlio piccolo, dei soldi che Paolo Berlusconi non gli aveva voluto dare. A volte quasi piangeva. Fabrizio Favata, il pregiudicato un tempo amico e socio (occulto)
del fratello del premier, nelle redazioni si presentava così. A tutti raccontava la stessa storia.
Spiegava come lui e l’ex big boss dell’azienda di intercettazioni telefoniche Rcs, Roberto Raffaelli, avessero regalato ai Berlusconi i file audio delle intercettazioni, ancora coperte da segreto, di Piero Fassino, Massimo D’Alema e dei molti politici che nel 2005 parlavano con l’ex numero uno di Unipol, Giovanni Consorte. Ricordava che, nonostante le promesse di “eterna gratitudine ”, al momento opportuno i due si erano sfilati.
Quando il gruppo Solari di Berlusconi junior era saltato per aria e anche Favata, che lavorava con la controllata Ip Time, si era ritrovato col sedere per terra, Paolo si era rifiutato di aiutarlo.
Eppure Favata, e il gruppo di amici, già tutti identificati dalla Procura di Milano, che si muovevano con lui, ai Berlusconi avevano offerto una soluzione pulita: l’acquisto di un terreno in zona Navigli per un milione, un milione e mezzo di euro. Era questo il prezzo del silenzio? Erano questi i soldi necessari per evitare che il premier rimanesse
invischiato in uno scandalo, fatto di traffici di intercettazioni telefoniche, per molti versi
simile al Watergate?
Può essere. Anche perché, se pure quella compravendita non è mai stata conclusa, un particolare fa riflettere gli investigatori: all’improvviso in dicembre, Favata, mentre già la procura indaga su di lui, si trova un nuovo avvocato
difensore. Per qualche settimana viene assistito da Giorgio Perroni, storico legale di Cesare Previti, sempre al fianco dei manager Mediaset nei processi milanesi riguardanti il presidente del Consiglio. Perroni è un avvocato costoso (tanto che oggi difende pure l’ex ministro Claudio Scajola). Come faceva lo squattrinato Favata a permetterselo?
E soprattutto, visto quello che raccontava, perché Perroni ha acconsentito di assisterlo? Per capirlo è necessario fare un passo indietro, tentando di ripercorrere tutti i passaggi (noti) di questa quasi incredibile storia di potere, ricatti e politica. Bisogna cominciare dal momento in cui Paolo Berlusconi, secondo Favata, si rifiuta di prestargli un
milione di euro. Dopo qualche mese l’uomo si presenta alla redazione de Il Foglio. Il quotidiano è edito, tra gli altri, da Veronica Lario e Denis Verdini, il coordinatore del Pdl. Il direttore del giornale è Giuliano Ferrara, ex ministro nel primo governo Berlusconi.
Insomma se si parla con Il Foglio di una storia del genere è molto probabile che il tutto arrivi, quasi in tempo reale, alle
orecchie del premier. Eppure, racconta Favata, il suo colloquio non ha esiti apparenti: i Berlusconi non sganciano. Allora l’uomo mira ancora più in alto: al settimanale della Mondadori, Panora ma , e allo studio dell’avvocato del premier Niccolò Ghedini.
L’intento pare evidente: fare pressioni sul Cavaliere. Anche perché il settimanale è in quel momento diretto da Maurizio Belpietro che, il 31 dicembre del 2005, giorno della pubblicazione da parte de Il Giornale dell’ormai
celebre intercettazione fra Fassino e Consorte, era sulla tolda di comando del quotidiano di via Negri. Anche in
questo caso, però – dice Favata – non succede niente. Perché è tutto falso (ma allora non si comprende perché i Berlusconi non lo denuncino subito per calunnia)? O forse perché il premier pensa che l’uomo non abbia in mano prove per corroborare il suo racconto? In quel momento, ipotizzare che il suo presunto complice Raffaelli, finisca per
confermare le accuse, è del resto più che azzardato. Se davvero i nastri dell’inchiesta sulle scalate bancarie dell’estate del 2005 sono usciti da Rcs, Raffaelli non lo potrà mai ammettere. Finirebbe per confessare un grave reato, per perdere i suoi clienti (le procure e le forze dell’ordine) e per mettere anche a rischio i molti milioni di euro di crediti vantati dalla sua azienda nei confronti dello Stato. Stessa scena avviene con lo studio Ghedini. Favata va a Padova più
volte, ma viene respinto. Tanto che decide di provarci con L’Espresso . Qui i cronisti investigativi, in quel momento impegnati sul caso delle escort, lavorano sulla sua storia per un paio di mesi. Lui non vuole concedere interviste, chiede soldi (che non gli vengono dati) e i giornalisti non riescono a trovare riscontri definitivi alle sue parole.
Anche perché Favata non consegna la registrazione di un suo colloquio in cui ripercorre l’intera vicenda con Raffaelli. La fa solo ascoltare. E così i giornalisti non sono nemmeno in grado di stabilire con certezza che chparla con lui è davvero Raffaelli. Scene analoghe si svolgono in procura. Favata, attraverso un amico, riesce a incontrare alcuni
magistrati di Milano. Con loro (almeno inizialmente) non parla dei nastri, ma solo dei presunti fondi neri delle aziende di Paolo Berlusconi. Poi si rifiuta di verbalizzare le accuse. La magistratura apre un fascicolo. Inizia un lungo conto alla rovescia. Favata intanto è stato ancora allo studio Ghedini. E in settembre è riuscito a vedere il leader dell’Italia dei
Valori, Antonio Di Pietro, il quale ha subito presentato una denuncia.
La situazione precipita. Scattano le prime perquisizioni e dopo un po’ irrompe sulla scena l’avvocato Perroni, suggerito
come difensore, secondo Favata, proprio dallo staff legale del premier. L’impressione, insomma, è che alla fine qualcosa l’ex amico di Paolo Berlusconi, l’abbia ottenuta. Anche perché gli investigatori hanno trovato dei soldi. Un prestito o il prezzo del silenzio? È intorno a questo interrogativo che adesso si gioca un pezzo importante del futuro
politico del Paese.

fonte: il fatto quotidiano

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