scajola: no, non è un ministro…ma se dico cos’è mi arrestano…

verrebbe da chiedersi che ne è dei guai giudiziari di gianni letta, di raffaele fitto…verrebbe da chiedersi se la linea aerea ‘dedicata’ albenga-roma è ancora attiva e perché
ma tutte queste ed altre storture ben si comprendono se si guarda in alto ( o meglio, in basso) e si inquadra il nostro presidente del consiglio: con tutta la rogna che ha ci si può meravigliare se, a cascata, tutti i suoi uominicchi non siano altrettanto rognosi?…

NEPOTISMO, ASSEGNI IN NERO E GAFFE SE QUESTO È UN MINISTRO

I miracoli di “Sciaboletta” Scajola fino ai legami con la “cricca”

di Peter Gomez

“Certo, c’è bisogno di una moralità più forte, ma anche di non destabilizzare il sistema”. Quando in febbraio a finire sotto inchiesta era stato Nicola Di Girolamo, il senatore abusivo entrato in Parlamento grazie ai voti della ‘ndrangheta e a falsi documenti che attestavano la sua residenza all’estero, il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, aveva invitato tutti alla prudenza. Gli italiani si stavano riprendendo a stento dalle rivelazioni sul sistema di appalti truccati che ruotava attorno a una serie di ex stretti collaboratori del sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso, che adesso si apriva un altro fronte. Così Scajola, 62 anni, era apparso preoccupato. E aveva paventato il rischio destabilizzazione. Molti pensavano che si riferisse al sistema politico e a quello economico. Ma in realtà, come si comincia a intuire adesso, Scajola parlava di se stesso. Sì, perché intorno a “u ministru”, come lo chiamano nel suo feudo elettorale del Ponente Ligure, ruota un vero e proprio sistema – elettorale e familiare – che finora lo ha salvato da qualsiasi rovescio. E che oggi, c’è      da giurarlo, lo salverà anche dall’accusa di aver intascato un assegno da mezzo milione di euro gentilmente offerto nel 2004 da uno degli uomini della “cricca” che si era raggrumata dalle parti della Protezione civile: l’architetto Angelo Zampolini, alter ego e forse testa di legno del costruttore Diego Anemone.    CERTO, IN UN altro Paese (anzi in altri paesi), di fronte a un sospetto del genere, un ministro come lui che lo scorso anno ha gestito fondi per cinque miliardi destinati a incentivi a fondo perduto e contributi alle imprese private, non resterebbe sulla sua poltrona un minuto di più. Anche perché Scajola è pure di fatto lo sponsor, assieme al premier Silvio Berlusconi del grande affare dei prossimi 15 anni: il   ritorno delle centrali nucleari. Un po’ troppo insomma per non chiedersi se, in tempi di ristrettezze economiche, non sia il caso di sostituirlo con qualcuno che non abbia l’imbarazzo di dover spiegare i motivi per cui il suo splendido appartamento romano con vista sul Colosseo sia stato acquistato, secondo i pm, anche con soldi in nero, gentile dono della cricca.    MA SCAJOLA, spesso soprannominato Sciaboletta dai giornali per la non slanciata statura, è assieme a Giulio Tremonti l’uomo più influente del governo. Ha saputo collezionare deleghe   pesanti come Attività produttive, Comunicazioni e Commercio con l’estero e, soprattutto, ha dimostrato nel tempo di essere fatto d’acciaio.    La politica, del resto, ce l’ha nel sangue. Anzi nell’albero genealogico. La sua famiglia ha regalato a Imperia tre sindaci dc: il padre Ferdinando (costretto a dimettersi negli anni ’50 perché sospettato di aver favorito il cognato per un posto di primario), Alessandro, e infine lui, Claudio, nel 1982. L’anno seguente, però, Scajola è già in manette. Arrestato dai carabinieri per ordine dei giudici milanesi che indagavano sullo scandalo dei casinò: una   storia nera di clan mafiosi siciliane che han messo le mani sulle case da gioco di Sanremo e Campione d’Italia, accordandosi con i politici locali. Scajola è accusato di essersi incontrato in Svizzera il 20 maggio del 1983 con il sindaco di Sanremo e il conte    Borletti – che aspirava al controllo   del casinò sanremese – e di avergli chiesto 50 milioni a titolo di “rimborso spese” per l’impegno profuso dai politici di Imperia e Sanremo. Settanta giorni a San Vittore. Lui si difende ammettendo di aver visto Borletti – ma solo perché nominato tra i saggi incaricati dal partito di capire che cosa stava accadendo intorno al casinò – e dicendo di aver chiesto al conte non tangenti, ma un maggiore equilibrio politico nella gestione della casa da gioco. Alla fine lo assolvono. Si fa rieleggere sindaco, poi nel ’95 si ricandida con una lista civica. Di Forza Italia, alleata con An, non ha una grande opinione: “Sono solo dei fascistelli”. Poi cambia idea e passa con loro. Carriera folgorante. Berlusconi lo promuove responsabile organizzativo, lui in pochi anni trasforma il partito di plastica in una macchina da guerra. E intanto incensa il capo. “Berlusconi è il sole al cui calore tutti vogliono scaldarsi”, dice serio, ricordando a tutti di aver ricevuto “l’incarico di lavorare   affinché il presidente possa essere fiero del movimento che ha creato”. Nel 2001 arriva il premio: ministro dell’Interno. Per la prima volta siede così al Viminale un uomo che ha conosciuto le patrie galere dal di dentro e non durante le consuete visite umanitarie. Scajola si allarga. “Nel giro di due anni manderemo in pensione la carta d’identità cartacea. La nuova carta elettronica potrà sostituire anche la tessera elettorale” promette nell’estate del 2002 parlando di un progetto (mai realizzato) costato alle tasche dei contribuenti 36 milioni di euro. È il (provvisorio) canto del cigno. Subito dopo ecco l’indimenticabile frase che gli costerà il posto. “Marco Biagi? Era solo un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”, dice a chi gli chiedeva come   mai, nonostante le insistenze, al giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse il suo ministero non avesse dato la scorta. Poco male. Pochi mesi dopo è di nuovo ministro prima come responsabile dell’Attuazione del programma e poi (2005) allo Sviluppo economico. Il via vai nei dicasteri ha delle importanti conseguenze ad Albenga, dove esiste un piccolo aeroporto. Tutte le volte che “u ministru” diventa tale, viene inaugurata la tratta per Roma. Inizialmente si vola con Alitalia, anche se, secondo un’interrogazione parlamentare il record massimo di passeggeri raggiunge solo quota 18. Poi, dopo la prima sospensione, si passa ad Airone che fruisce, per la cosiddetta continuità territoriale, di contributi pubblici messi a disposizione dal governo. Quindi arriva Prodi e tutto si ferma, per ricominciare nel 2008.      MEGLIO VA CON le carriere dei familiari che, al contrario degli aerei, sono sempre in volo. Qualche esempio: suo fratello Alessandro, ex segretario generale della Camera di Commercio di Imperia, è vicepresidente della banca Carige. L’altro fratello Maurizio è l’attuale segretario generale di Unioncamere Liguria. Mentre Marco (figlio di Alessandro) è vicesindaco di Imperia e neo consigliere regionale. Poi c’è la moglie, Maria Verda, insegnante di storia dell’arte in una scuola superiore. In università è diventata vicepresidente di un master sul turismo alla facoltà di economia. Per tenere il corso erano necessarie almeno 15 iscrizioni (circa 2.700 euro l’una). Alla fine sono state 26. Quindici erano quasi interamente coperte da una borsa di studio. Chi pagava? Il contribuente. O meglio Promuovitalia, braccio operativo del ministero del marito.

fonte: il fatto quotidiano 25-4-2010

“Casa Scajola valeva più di 600 mila euro”

Zampolini: Anemone mi incaricò di trattare

di Marco Lillo

Ora anche Angelo Zampolini scarica Claudio Scajola. E la situazione per il ministro dello Sviluppo economico si fa nera. Zampo, come lo chiamava il costruttore Anemone, è l’uomo degli assegni circolari usati – secondo i pm – per l’acquisto della casa del ministro. È indagato per riciclaggio mentre Scajola non è iscritto (anche perché se lo fosse gli atti andrebbero al Tribunale dei ministri). Secondo l’ipotesi dei pm i soldi del conto provengono da Diego Anemone, il capo della “cricca” per il quale aveva lavorato alla progettazione del circolo Salaria Village. Zampolini, tra mille dubbi, ha accettato di parlare con il Fatto Quotidiano e ci ha detto due cose importanti: “Anemone mi incaricò di cercare e trattare l’appartamento del ministro” e “il prezzo reale della casa di Scajola è molto più alto dei 610 mila euro dichiarati nell’atto”. L’architetto, che secondo l’ipotesi investigativa avrebbe fatto da schermo ad Anemone coprendo   con il suo assegno la reale provenienza dei soldi usati per pagare una parte del prezzo di casa Scajola, con queste parole rifila tre colpi al ministro: innanzitutto smonta la sua versione sulla compravendita della splendida casa con vista sul Colosseo; in secondo luogo denuncia un’evasione fiscale per decine di migliaia di euro da parte di un ministro della Repubblica e infine, con il riferimento ad Anemone,   apre scenari inquietanti nei quali si intravede qualcosa di più di un semplice tentativo di nascondere al fisco il valore della casa. Se fosse vero quello che dice Zampolini (e che coinciderebbe con le dichiarazioni della parte venditrice, le sorelle Papa, da quello che risulta al Fatto) siamo di fronte a un ministro che evade le tasse e poi, quando viene pescato con le mani nella marmellata, non racconta i suoi rapporti con un imprenditore arrestato per corruzione e, infine, mente ai cittadini. In un paese normale, in assenza di risposte convincenti, Scajola si sarebbe dovuto dimettere. In Italia, invece, si appresta a gestire un programma di investimenti nel nucleare di una decina di miliardi di euro. Dopo la pubblicazione della notizia “Un assegno da 500 mila euro dell’architetto Zampolini messo a disposizione dal costruttore Diego Anemone per il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola”, la stampa si è accontentata della replica ufficiale: “Le notizie   sono totalmente destituite di fondamento. L’unico immobile che la mia famiglia possiede in Roma ove abito, è stato acquistato con regolare contratto ed è stato pagato, per la quasi totalità dell’importo, con un mutuo ancora in essere e, in minima parte, con bonifico dal mio conto corrente. Escludo categoricamente, quindi, che sia stata versata alcuna somma in mio favore per tale vicenda o per qualsiasi altra”. Dopo avere lanciato la notizia (danneggiando l’inchiesta) i grandi   quotidiani hanno mollato la presa. Il Fatto è andato avanti. Prima ha chiesto al notaio Gianluca Napoleone l’atto di vendita, e poi, ha bussato alla porta dell’architetto Zampolini (che si trova nello stesso palazzo al piano terra). Ha aperto la porta un gentile signore sulla cinquantina con i modi di un gentleman inglese e una vaga somiglianza con Luciano Rispoli. Zampolini ha precisato di avere avuto “rapporti sporadici” con Anemone. “Il mio nome figura nel cartellone dei lavori del suo circolo Salaria Village ma più che altro perché Anemone voleva avere un grande nome. Non sono il suo architetto, né il suo direttore dei lavori”. Zampolini ci mostra la foto appesa alla parete   di una grande opera dei Mondiali di nuoto del 2009, gestiti da Angelo Balducci, ma precisa “quell’appalto è stato vinto da una società diversa da Anemone. Il mio rapporto con lui è stato sporadico”. E allora perché la casa di Scajola, secondo gli investigatori, è stata pagata con gli assegni circolari del suo conto? “Anemone mi chiese di cercare queste case (per Lorenzo Balducci e Scajola) e io purtroppo l’ho fatto. Pensavo di fare solo un compromesso per fermarle”. In sostanza, secondo Zampolini   , l’assegno circolare era mirato a bloccare la casa con un compromesso, ma poi i soldi gli sono stati rimborsati. “Prima dell’interrogatorio la situazione era seria”, spiega, “ma poi ho portato ai pm le prove documentali del fatto che i soldi sul mio conto escono e rientrano esattamente nella stessa quantità”. Ed è proprio questo il problema centrale dell’indagine. Se Zampolini non ha pagato, si chiedono i pm, di chi sono allora i soldi (più di 400 mila euro) usati per coprire gli assegni usati   per la casa del Colosseo? Su questo Zampolini si fa sfuggente: “Ho spiegato tutto ai pm. Ma chiedete al mio avvocato Grazia Volo, che era presente all’interrogatorio”. Una cosa però la dice: “È chiaro che quella casa non è stata pagata 610      mila euro ma molto di più”. Le agenzie immobiliari della zona concordano: “Conosco bene quel palazzo”, spiega Simone Sisti, agente che ha trattato molti immobili in zona, “un primo piano di circa 180 metri quadrati (la casa del ministro è di 9,5 vani catastali, ndr) nel luglio 2007 poteva valere circa un milione e 300 mila euro. Oggi invece il suo prezzo si aggira sul milione e 600 mila”. Nel luglio del 2004, nell’atto che pubblichiamo qui accanto, il ministro dichiara di pagare 610 mila euro. Il problema è chi ha messo la differenza. Oggi Zampolini, che fece l’assegno per coprire il nero, dice: “A me è stato restituito tutto. Non potevo sapere se i soldi erano del ministro Scajola o no”.

fonte: il fatto quotidiano 28-4-2010

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