pedofilia: e se in italia fosse peggio?…

non serve uno sforzo logico di particolare rilevanza per fare un riflessione alquanto semplice: la chiesa cattolica in italia – da sempre e più che mai oggi – è ‘egemone’; di sicuro è più invasiva, data la presenza materiale sul territorio, che in altre parti del mondo, dove comunque si assicura un dominio economico,culturale ed informativo non secondo ad alcuna lobby
non sembri allora provocatoria la domanda ma sia accolta come pura consequenzialità dati i tristissimi fatti che emergono senza soluzione di continuità riguardanti casi di pedofilia, pederastia ed abusi sessuali vari portati in essere da sacerdoti e prelati
e se qui da noi fosse peggio?

I REATI NASCOSTI DEI PRETI ITALIANI: OLTRE 130 HANNO ABUSATO DI MINORI

Secondo gli avvocati che seguono i casi è solo “la punta dell’iceberg”

di Vania Lucia Gaito

Tra arrestati, indagati e condannati sono circa 130 i casi di sacerdoti coinvolti in reati legati alla pedofilia e venuti alla ribalta delle cronache, soprattutto locali, negli ultimi due anni. Da Bolzano a Trapani, nelle città così come nei piccoli borghi, le procure italiane si sono ritrovate spesso a dover intraprendere indagini in cui erano coinvolti ecclesiastici e in cui le vittime erano giovani, spesso giovanissime. Un dato allarmante, se si tiene conto che è “solo la punta dell’iceberg”, come afferma l’avvocato Sergio Cavaliere, che ha documentato i 130 casi di pedofilia clericale. E ancor più allarmante se si pensa a quanto può essere stimato il “sommerso”, ovvero tutti i casi che non hanno avuto una eco mediatica ma soprattutto i casi che non sfociano in denuncia.   Molte vittime sono riluttanti ad uscire allo scoperto, spesso non parlano neppure ai familiari dell’abuso subito, oppure denunciano il sacerdote all’autorità ecclesiastica ma non alle procure. “In nessuno dei casi il vescovo locale ha avvisato la polizia del sospetto abuso” sostiene l’avvocato Cavaliere. Tesi che si coniuga con quanto affermato dal procuratore aggiunto Di Milano, Pietro Forno, che ha condotto   molti procedimenti a carico di sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori, dieci dei quali conclusi con la condanna degli ecclesiastici: in tutti i casi trattati le denunce non sono mai partite da vescovi o altri sacerdoti ma sempre dalle famiglie delle vittime, dopo che si erano rivolte alle autorità ecclesiastiche senza risultato. “Scopriremo presumibilmente che il Vaticano ha lavorato in Italia ancor più alacremente con i vescovi per nascondere i casi, rispetto all’estero, semplicemente perché il contatto era più vicino e la chiesa è così potente in Italia”, ha affermato Roberto Mirabile, responsabile della Caramella Buona, l’associazione antipedofilia che si è costituita parte civile nel processo contro don Ruggero Conti, ex parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima a Roma. Il sacerdote fu arrestato il 30 giugno 2009 con l’accusa di abusi sessuali a danno di minori e prostituzione minorile aggravata. Su   istanza dei suoi legali gli furono concessi gli arresti domiciliari, ma fu nuovamente arrestato pochi giorni prima che partisse per Sidney con alcuni ragazzi della parrocchia per partecipare alla Giornata mondiale della gioventù.    La dinamica degli abusi descritta dalle vittime, tutti maschi e al di sotto dei 14 anni, è quasi sempre la stessa: il ragazzo che frequentava   i locali della parrocchia veniva attirato in altre stanze e qui costretto a soggiacere ai desideri del sacerdote. In cambio alcuni potevano avere piccole somme, dai 10 ai 30 euro, o anche altro, come capi d’abbigliamento. Nel corso del processo, sono stati ripetutamente chiamati in causa Monsignor Carlo Galli di Legnano e il Vescovo Gino Reali di Roma, come prelati che sapevano da anni dei fatti senza prendere alcuna posizione concreta. Anche quando i sacerdoti sono stati arrestati in flagranza di reato, le Curie sono sempre rimaste fedeli alla difesa dei loro parroci. Come nel caso di don Marco Ce-rullo, arrestato nelle campagne tra Villa Literno e Casal di Principe nel dicembre del 2007, mentre era in macchina con un bambino di 11 anni e lo costringeva a un rapporto orale. Informato   dell’arresto del sacerdote, il vescovo di Aversa, Mario Milano, non volle pronunciarsi e la diocesi non prese alcun provvedimento nei confronti del prete fino alla sua condanna a sei anni e otto mesi sia in prima istanza che in appello. Solo in seguito è stata aperta un’indagine sui fatti contestati al giovane sacerdote anche da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. In alcuni casi non solo le diocesi non hanno preso provvedimenti di fronte alle accuse ai sacerdoti pedofili, ma hanno addirittura continuato a mantenere in servizio e a contatto con i bambini anche preti già condannati dai tribunali italiani per gli stessi reati. É il caso di don Roberto Mornati, sul quale già pesava una condanna per pedofilia inflittagli all’ inizio degli anni ‘90 dal Tribunale di Lecco, in seguito alla quale la Curia lo aveva trasferito a Gavirate, dove gli abusi sono ricominciati. E di don Claudio Ballerini, arrestato a Perugia perché si masturbava in   piazza davanti a minori. Era stato già condannato ben due volte, ma nei suoi confronti non erano mai stati presi provvedimenti dalla Curia. Ma anche don Antonio Di Maggio, trasferito dalla Sicilia a Roma dopo una condanna per abusi sessuali ai danni di una ragazza disabile a lui affidata, fu lasciato a contatto con bambini e ragazzi, permettendogli di insegnare e di gestire l’oratorio. Naturalmente, ricominciò con gli abusi e fu nuovamente condannato a 4 anni e 2 mesi.    In alcuni casi, poi, nonostante le condanne, alcuni sacerdoti vengono addirittura promossi. É il caso di G.S., sacerdote del salernitano, condannato in via definitiva per atti di libidine violenta nei confronti di due bambine di 12 anni. Il prete insegnava in una scuola media di Pontecagnano Faiano e gli abusi avvenivano in classe, sotto gli occhi degli altri ragazzi, intimoriti dalla natura aggressiva del religioso. Oggi don G.S. non insegna   più, è consigliere dell’Istituto interdiocesano per il sostentamento del clero e membro del collegio presbiterale, nominato direttamente dall’arcivescovo. Molti anche i sacerdoti che hanno “patteggiato” e sui quali non è mai stata aperta una indagine da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Spesso la condanna era di pochi mesi, con la sospensione della pena, e   l’immediato ritorno nelle parrocchie, in mezzo ai bambini. In alcuni casi, specialmente quando l’accusa riguardava la detenzione e la divulgazione di materiale pedopornografico, la condanna è stata commutata in una pena pecuniaria. Ma anche don Renato Giaccardi, che ha patteggiato appena 4 mesi per i reati di induzione alla prostituzione, favoreggiamento e sfruttamento di almeno 40 ragazzini ha potuto usufruire di questa “commutazione della pena”. I quattro mesi di reclusione si sono così trasformati in una pena-le di 4000 euro e non si hanno notizie di eventuali provvedimenti a suo carico da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Sembra inoltre prendere sempre più corpo l’ipotesi di una rete tra sacerdoti con la passione per i minorenni. In più di un caso gli investigatori hanno accertato che il sacerdote che compiva abusi sessuali su minori   condivideva questa sua deviazione con altri confratelli. Un’intercettazione della Squadra mobile di Cuneo che stava indagando su don Renato Giaccardi, colse il sacerdote al telefono con un prelato romano, mentre si scambiavano commenti sulle qualità fisiche di un bambino. É questo quello che monsignor Sodano definisce “chiacchiericcio”?

fonte: il fatto quotidiano

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