quanti piccioni con un favata?…

fermo restando che sarebbe il caso di dare il materiale – se effettivamente posseduto – agli inquirenti, l’eventuale bassezza morale di favata rende ancora più evidente (qualora possibile…) l’inadeguatezza e la corruttela pratica ed etica del nostro presidente del consiglio

Accusa il premier, fermato e perquisito dopo la visita a l’Unità

di G. M. Bellu

L’inchiesta più delicata e segreta del momento ha bussato alla porta della nostra redazione alle 15 in punto di giovedì. Aveva le sembianze di un uomo corpulento, la barba lunga, i capelli quasi a zero, una valigetta tra le mani. Era Fabrizio Favata, 60 anni, ex manager e socio in affari di Paolo Berlusconi. Dallo scorso dicembre, Favata è indagato per estorsione e ricettazione nella stessa indagine nella quale è coinvolto, con l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio, Roberto Raffaelli, ex amministratore delegato della Research control system , una società che, per conto di varie procure, da anni realizza intercettazioni telefoniche. Tra le tante realizzò anche quella celeberrima (per la frase «Abbiamo una banca») tra Piero Fassino, allora segretario dei Ds, e Giovanni Consorte, presidente dell’Unipol, la cui divulgazione illegale nel 2006 cambiò il corso della politica italiana. L’oggetto dell’indagine è il modo in cui quell’intercettazione segreta divenne pubblica.

Favata è venuto da noi per offrici qualcosa. Precisamente: «Un memoriale corredato da una serie di file audio». Ma non ci ha fatto leggere l’uno, né sentire gli altri. Li aveva con sé, magari dentro la valigetta? Non lo sappiamo, ma qualcuno già conosce la risposta. Perché Favata, appena è uscito dalla redazione, è stato fermato e perquisito dagli uomini della polizia giudiziaria che, su incarico del pm milanese Massimo Meroni, l’avevano seguito fino alla porta de l’Unità . Porta che hanno varcato poco dopo. Si sono, infatti, presentati da noi e hanno interrogato, come persona informata sui fatti, Claudia Fusani, la giornalista che – lo scorso 9 dicembre – per prima svelò l’esistenza dell’indagine sull’intercettazione rubata. Quindi hanno esibito un ordine di perquisizione e, con molto garbo, l’hanno, messo in atto. Sospettavano che Favata ci avesse affidato il memoriale e, soprattutto, i file . Uno in particolare: quello di una certa chiacchierata col suo coindagato Raffaelli. Non hanno trovato niente perché non c’era niente da trovare. Ma andiamo con ordine e torniamo indietro nel tempo fino al 24 dicembre 2005. Quel giorno ad Arcore, nella villa presidenziale, s’incontrarono l’attuale premier, suo fratello Paolo, Roberto Raffaelli e Fabrizio Favata. È uno dei punti fermi della vicenda. Nessuno, infatti, nega quell’incontro. D’altra parte, Favata era stato socio di Paolo Berlusconi e anche amico di famiglia. O quasi. Giovedì ci ha malinconicamente mostrato una foto della moglie e della figlia ritratte accanto a Silvio Berlusconi il giorno del matrimonio della figlia di Paolo. Singolare, ma comunque plausibile che andasse a fare gli auguri di Natale all’allora capo dell’opposizione. Ma si trattava solo di auguri? Secondo Fabrizio Favata no, ed è questo il nodo dell’indagine. La sua tesi è che lui e Raffaelli andarono ad Arcore per portare in dono una copia dell’intercettazione della telefonata tra Fassino e Consorte con lo scopo di ingraziarsi Berlusconi e di averne in futuro dei benefici. Stando sempre al racconto di Favata, il premier si mostrò entusiasta della strenna. Fino al punto di promettere «eterna riconoscenza». Molto diversa la versione di Raffaelli secondo il quale il tema dell’incontro fu un altro: il progetto di estendere alla Romania l’attività della Research control system e la richiesta dei buoni uffici di Berlusconi premier presso il premier rumeno. L’altro punto fermo della vicenda è di carattere temporale. Si è detto che l’incontro avvenne il 24 dicembre. Bene, una settimana dopo, il 31 dicembre, Il Giornale (che, come è noto, è di proprietà di Paolo Berlusconi) aprì con lo scoop della telefonata. E il titolo: «Fassino a Consorte: siamo padroni della Bnl?». Fu l’inizio di una violentissima ed efficace campagna di stampa che ebbe un peso non piccolo nella rimonta del centrodestra fino al quasi pareggio delle politiche del 2006. Fabrizio Favata è un uomo molto provato. Un precedente per bancarotta, accompagnato da un periodo di detenzione, mina la sua credibilità. Nell’incontro in redazione non ha fatto nulla per nasconderlo. Ha enormi difficoltà economiche e questa condizione accentua la sua rabbia per non aver mai visto niente della promessa «eterna riconoscenza». Anzi, l’avvocato Niccolò Ghedini e il suo collaboratore Pier Silvio Cipollotti – ai quali si era rivolto per sollecitare attenzione – l’avrebbero liquidato sgarbatamente. Ed è questo l’aspetto che ci ha più sorpreso. Perché se è vero quel che racconta, i beneficiari della strenna avrebbero avuto tutto l’interesse a tenerselo buono. Favata ha condiviso, ma ha chiosato: «Anche per la D’Addario valeva lo stesso ragionamento… Il fatto è che sono degli arroganti».

Le speranze di Favata di aver qualche briciola di riconoscenza si sono infrante nella primavera del 2009. Da quel momento in poi ha cominciato a offrire il suo racconto ai giornali. Ma ha anche agito per corroborarlo. Ed ecco il famoso file audio che la procura di Milano cerca con tanto impegno. Sarebbe la prova regina. Nella conversazione registrata a sua insaputa, Roberto Raffaelli confermerebbe il racconto di Favata sulla natura del regalo del Natale 2005. È probabile che l’attività di raccolta delle prove sarebbe andata avanti ancora se un esposto alla procura di Milano non avesse determinato l’apertura dell’indagine e il passaggio di Favata allo status di indagato ma anche, nella sostanza, di potenziale “testimone d’accusa” del presidente del Consiglio. Una condizione che gli ha precluso la possibilità di nuovi approcci (magari corroborati dalle prove nel frattempo acquisite) per ottenere qualcosa. Parlando con noi ha usato questa espressione: «Sarebbe un secondo caso Mills».

Anche se, a dire il vero, giovedì pomeriggio Favata ci ha fatto sapere che qualcosina l’ha avuta. «A dicembre – ha raccontato – subito dopo aver ricevuto l’avviso di indagine, mi sono presentato a Padova nello studio di Ghedini e ho detto all’avvocato Cipollotti in che situazione mi trovavo. Lui mi ha trovato un avvocato di Milano». Favata in effetti mentre parlava con noi teneva tra le mani una cartella con l’intestazione di uno dei più importanti studi milanesi. «Ho poi incontrato l’avvocato che mi era stato indicato, Giorgio Perroni… anche se poi l’ho lasciato per farmi assistere da uno dei miei figli. I due grandi sono entrambi avvocati». Quando Fabrizio Favata si è accomiatato, abbiamo aperto gli archivi delle cronache giudiziarie e ci ha sorpreso constatare che lo studio Ghedini aveva suggerito al potenziale accusatore di Berlusconi un legale che, in passato, ha fatto parte del collegio di difesa di Cesare Previti.

06 febbraio 2010
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1 risposta a “quanti piccioni con un favata?…”

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