ru486: trogloditi all’opera

tempo fa chiesi ad un’amica, proprio perché donna, di scrivere un pezzo sulla ru486; ‘l’operazione’ non è andata in porto – ‘purtroppo’ questo è un blog dilettantesco e non sempre riesco a garantire una copertura adeguata… – sta di fatto che eravamo alle prime battute della solita guerra ideologica che si scatena fra schieramenti quando si toccano temi eticamente rilevanti, ma mai mi sarei aspettato che si raggiungesse un livello di gravità così ‘assurda’…
si può parlare di atavica condanna italica: su una questione ti immagini la peggior soluzione e poi ti accorgi che la realtà dei fatti supera le previsioni più nere
evidente il controsenso che di sessualità – nello specifico quella femminile – discettano e stabiliscono ‘parametri’ gli ecclesiastici (che proprio di sessualità non capiscono un fico secco, se non nel senso di sessualità malata: vedi lo scandalo pedofilia) e ‘maschiacci’ leghisti (un tempo celtici, ora cristiani per il futuro è molto quotato l’animismo…); certo mi piacerebbe conoscere l’opinione di una donna magari inserita nei quadri della lega, ma non so se ce ne siano…
dico solo che i popoli primitivi avevano rispetto della donna e delle loro donne (vedi anche le culture matriarcali e tutta la simbologia che vuole la donna come madre e motore del mondo)
ecco, i primitivi rispettavano le donne
noi no

Per una rivolta laica

di Paolo Flores d’Arcais

La Chiesa gerarchica ha dichiarato guerra alle libertà repubblicane (la Chiesa dei fedeli è ovviamente altra cosa). Ha presentato il conto. E la Lega celta e pagana, improvvisamente convertita sulla via di Damasco dai voti decisivi di Ruini e Bagnasco, ha pagato pronto cassa. La pillola RU 486 deve restare nei magazzini, a dissipazione dei soldi del contribuente, ma soprattutto perché la donna snaturata impari almeno che “abortirà con dolore”.    Il male dei cittadini (o almeno delle cittadine) è, alla lettera, il vero programma del “partito dell’amore”.   Questa politica della malvagità conosce però un punto debole. L’aborto è un diritto (doloroso, ma un diritto), nei tempi e nei limiti stabili dall’attuale legge. Entro i 90 giorni dal concepimento la donna può abortire qualora sussista “un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica” (art. 4), motivato anche dalla “incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari” (art.5). Dopo i 90 giorni, “l’interruzione volontaria della gravidanza può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro” (art. 6). L’aborto può essere compiuto in entrambi i casi fino a che non sopraggiunga la “possibilità   di vita autonoma del feto” (art. 7. Autonoma significa autonoma, non attraverso macchinari) e nel caso a) senza neppure questa limitazione. E quanto all’obiezione di coscienza, l’articolo 9 è tassativo: gli enti ospedalieri e le case di cura sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.      REGOLE E LEGGI. La legge non pone limiti a tecniche che rendano l’aborto meno pericoloso e/o doloroso. La pillola Ru486 fa ormai parte del prontuario farmaceutico autorizzato negli ospedali (del resto in Europa è di uso corrente da circa un ventennio). La sua fruizione è un diritto della donna. Come è un diritto (di ogni paziente) farsi dimettere   dall’ospedale sotto propria responsabilità, anche a terapia non conclusa. Tutto il resto è prevaricazione e illegalità. Se il kombinat clerical-berlusconian-leghista vuole fare esperi-menti “in corpore vili” contro le donne, faccia una legge che proibisce e punisce l’aborto. E andremo a un nuovo referendum. E l’opposizione (“se ci sei batti un colpo”) dimostri di non essere prona nel bacio della pantofola, ma faccia propria la bandiera dell’autodeterminazione delle donne. Oltretutto avrebbe la schiacciante maggioranza del paese con sé. Il fatto che i governatori teo-leghisti abbiano già abbozzato un passo indietro ne è la riprova lampante.      LA CROCIATA. Tuttavia è evidente che la crociata clericale per trasformare il peccato in reato continuerà. Ma questo, paradossalmente, offre ai cittadini democratici e ad un’ipotetica opposizione parlamentare chance nuove e straordinarie per mettere alle corde il regime del ducetto di Arcore. Tutti i provvedimenti clericali in cantiere, non diversamente da quelli già realizzati, sono infatti altamente impopolari, e se contrastati   con energia e coerenza possono fruttare alle opposizioni fortissimi consensi, e conflitti interni e tracollo di simpatie sul versante governativo. La questione dell’aborto è la più importante, perché tocca ogni donna in ciò che più le è intimo e insindacabile, la volontà o meno di maternità (e tocca di riflesso i tantissimi uomini che sentono questa libertà delle donne come irrinunciabile per ogni coppia). L’aggressione clericale contro tale libertà gioca sulla tastiera più ignobile: quella della criminalizzazione etico-psicologica ancor prima che giuridica, con accenti talmente indecenti da provocare rivolta e disgusto. Cos’altro vuol dire, infatti, la campagna contro la pillola RU486 all’insegna del “non è lecito banalizzare l’aborto”, se non che l’aborto, fino a che non sarà possibile delegittimarlo del tutto (tornando ai bei tempi delle mammane e del ferro da calza, e della galera), deve essere vissuto   dalla donna con il massimo di ansietà, senso di colpa, tormento psicologico e malessere fisico? Di fronte all’alleanza di inciviltà Bagnasco-Zaia e Ruini-Cota (cioè Ratzinger-Berlusconi,   non nascondiamoci dietro un dito), si apre perciò doverosa, e facile di consensi popolari altissimi, la strada maestra del conflitto campale, che rivendichi il diritto della donna all’autodeterminazione, ed esiga che la sua scelta venga accolta da strutture pubbliche impegnate a garantirle tutta la serenità psicologica possibile e il minimo di dolore e disagio fisico. E se questo dovere di rendere minime (e tendenzialmente nulle) le sofferenze fisiche e psichiche della donna, ai truci pasdaran dell’ “abortirai con dolore” suonano come la “banalizzazione” dell’interruzione di maternità, tanto peggio per loro, rivendichiamolo senza complessi il diritto a tanta “banalizzazione”. E vedremo quanti italiani (e non solo italiane) seguiranno i nuovi sanfedisti nell’esaltazione della sofferenza come valore coatto, da imporre per legge.    PARLA IL REGIME. Il terreno del nuovo clericalismo, che il regime berlusconian-leghista, nella sua irrefrenabile pulsione di onnipotenza, ha ormai   deciso di percorrere in lungo e in largo, offre anzi l’occasione di passare all’offensiva. Di rilanciare a 360 gradi, o se si preferisce ad alzo zero, la battaglia per la laicità in tutte le sue articolazioni, anziché ridursi sulla difensiva, tema per tema, solo quando il tetro connubio di trono e altare scatena il suo attacco. Perché non c’è una sola questione attinente alla laicità sulla quale i (dis)valori teo-berlusconiani non siano in abissale   minoranza nella società italiana, dai costumi radicatamente e irreversibilmente secolarizzati. Sarebbe davvero un errore clamoroso credere diversamente, come due generazioni fa temeva il Pci, ai tempi dei referendum su divorzio e aborto. Basta avere il coraggio di rilanciarla   , la rivolta della laicità. Denunciando (anche in   senso tecnico) l’abiezione per cui ci sono farmacie “cattoliche” che ormai si rifiutano di vendere i preservativi, e l’uso dell’obiezione (anch’essa trasformata in abiezione) di coscienza di medici e infermieri per vanificare il diritto della donna (mentre l’articolo 9, abbiamo visto, impone rotazione e spostamenti del personale sanitario per garantirlo). Denunciando il fiume di danaro alle scuole private, malgrado il tassativo divieto costituzionale e mentre quelle pubbliche vengono lasciate cadere a pezzi (alla lettera), e l’assurdo privilegio delle migliaia di insegnati di religione nominati dalla Cei e divenuti di ruolo senza concorso (e che potranno passare a insegnare altre materie, con buona pace di “precari” a vita scavalcati dalla iattanza papista), e della stessa ora di religione confessionale, relitto dei tempi bui di una “religione di Stato”.      Tutte cose di cui una campagna d’opposizione dovrebbe porre all’ordine del giorno la pura e semplice abrogazione. Esattamente come l’abrogazione dell’8 per mille, o almeno una sua radicale revisione, che consenta al contribuente di scegliere davvero se darlo alla Chiesa della Cei (preti pedofili compresi e sempre scrupolosamente coperti) oppure alla ricerca contro il cancro (che Berlusconi ha garantito sarà debellato entro fine legislatura), anziché a quel generico “Stato” che per i cittadini (e anche nella realtà effettuale, ahimè) equivale al “magna magna” dei partiti. Per non parlare del diritto a morire secondo la propria etica, anziché subire la tortura che Chiesa e Stato vogliono obbligatoria per tutti i malati terminali. Tutte battaglie da “vocazione maggioritaria”. Vinte in partenza. Purché si abbia il coraggio di lanciarle.

fonte: il fatto quotidiano


La Lega ha già diviso l’Italia: a Bari c’è la Ru486 a Torino no

di Maria Zegarelli

«Noi siamo pronti, mercoledì avremo a disposizione le dieci scatole di Ru486 ordinate dalla farmacia centrale e poi valuteremo caso per caso a quali donne somministrare la pillola abortiva». Il dottor Nicola Blasi, responsabile delle interruzioni di gravidanza del Policlinico di Bari Giovanni XXIII stamattina incontrerà il direttore generale per stabilire se sarà necessario o meno il ricovero di tre giorni nella struttura ospedaliera e poi, domani procederà alle prime somministrazioni.

Sono circa sette le donne che hanno chiesto di poter effettuare l’aborto farmacologico, «ma considerati i tempi lunghi in cui si è finalmente delineata questa vicenda, presumo che alcune di loro abbiano già superato le sette settimane di gravidanza entro le quali è possibile optare per la Ru486», spiega il medico. Non è affatto preoccupato dalle polemiche esplose di nuovo intorno alla pillola abortiva all’indomani delle regionali con l’annuncio dei neo governatori di Veneto e Piemonte, Zaia e Cota, di voler bloccare il farmaco nelle loro regioni. «Noi applichiamo la legge», ribadisce il medico.

In un paese che di normale ha sempre meno, dove la realtà e la sua mistificazione divengono un tutt’uno, succede che due governatori, leghisti, appena eletti dicano che per quanto li riguarda nei loro territori la legge non si applica. E così finisce per diventare un caso una regione che la legge la applica per prima, la Puglia appunto. È vero, gli stessi ministri della maggioranza di cui fanno parte i governatori, li hanno costretti a fare un passo indietro; lo stesso Umberto Bossi, gli ha ricordato che la legge va rispettata. Zaia e Cota alla fine si sono dovuti adeguare, ma intanto gli effetti si sono già fatti sentire.

Silvio Viale, ginecologo del Sant’Anna di Torino, dice che l’ordine che lui aveva fatto è stato bloccato proprio in conseguenza dell’annuncio di Cota, tanto che le donne che ne avevano chiesto la somministrazione dovranno aspettare ancora o rinunciarci se i tempi si allungheranno ulteriormente.

Nel frattempo, un gruppo di leghisti il giorno di Pasqua in via Garibaldi ad Ancona ha fatto volantinaggio con lo slogan «Ru486 omicidio fai da te». Non se li è filati nessuno e chi si è fermato lo ha fatto per dissentire. Non si placa neanche Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato: «Rattrista vedere tanta superficialità e tanta disinformazione sull’aborto. Compresi i soliti che soffrono un inguaribile complesso di inferiorità rispetto alla sinistra». Insiste: «La Ru486 non può essere usata a domicilio fuori dai vincoli posti dalla legge 194. È così difficile capire che l’interruzione di gravidanza, anche con mezzi chimici, deve avvenire in ospedale nel rispetto delle norme e soprattutto a garanzia della salute delle donne? Chi dice cose diverse vuole l’aborto fai da te gestito dalle mammane chimiche».

Tanto per chiarire le idee: la pillola si muove nei binari della 194 e non potrebbe essere altrimenti; l’aborto chirurgico prevede un ricovero in day hospital; la Ru486 può prevedere tre ingressi in ospedale (con uscita dopo alcune ore di osservazione), o il ricovero di tre giorni. Oggi il day hospital è previsto in Emilia, Puglia e in provincia di Trento, mentre nelle Marche, in Toscana, Lombardia e Veneto è previsto il ricovero. In Piemonte, fino ad ora erano previste entrambe le opzioni. Da nessuna parte è previsto il fai-da-te. «Non capisco contro chi stia blaterando il senatore Gasparri – commenta Livia Turco Pd – mi viene il sospetto che dopo l’autogol dei due governatori di centrodestra, stia cercando si spostare l’attenzione su un problema che non esiste». Si dice «sorpreso e stupito» dal dibattito italiano l’inventore della Ru486, l’ottantaduenne endocrinologo francese Etienne-Emile Baulieu.

«Come è possibile? È incredibile. Mi chiedo perché in Italia il dibattito è ancora così forte, e perché proprio ora? È un Paese democratico, si è liberi di avere opinioni diverse e poi, la scelta di usarlo è delle donne». Cota, Zaia, Gasparri, Osvaldo Napoli e Stefano Valdegamberi (consigliere regionale Udc del Veneto che chiede la revisione della legge 194). uomini a caccia delle streghe. «Per fortuna ci sono le donne che intervengono al momento giusto per correggere l’”esuberanza post-elettorale” dei maschi anche quando sono governatori», commenta Maria Ida Germontani, senatrice Pdl. In Piemonte, intanto, sono proprio le donne ad organizzarsi: l’associazione «Usciamo dal silenzio» lancia una manifestazione, il 25 aprile per difendere la libertà di scelta.

06 aprile 2010
fonte: l’unità

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