casati stampa: vergogne di premier e ministro

in questa pagina gli speciali di luca telese apparsi su il fatto quotidiano sull’enorme raggiro ed i conseguenti crimini impuniti messi in atto da cesare previti e dall’attuale presidente del consiglio

Arcore: La Villa e quei tre cadaveri

Prologo. Roma, via Puccini, 30 agosto 1970. L’avvocato Cesare Previti 36 anni, ciuffo corvino, occhiali, mascella dentata ben serrata e grande senso del piazzamento, arriva sulla scena del triplice omicidio con la polizia. Tre cadaveri scomposti e sfigurati, chiusi nel perimetro di sangue di una stanza sigillata a chiave, non un bello spettacolo. Due uomini e una donna: qualcuno sarebbe rimasto colpito dalla spettacolo del sangue bruno, che si raggrumava. Qualcuno dai frammenti di cartilagine e tessuto osseo, proiettati qua e là: il fucile da caccia, da certe distanze, è peggio di un tritacarne. Ma lui no: gli uomini che presagiscono il futuro vedono quello che gli altri non vedono. Tre corpi, tre vite: un viveur, una arrampicatrice sociale, un miliardario, tre storie avvitate l’una all’altra, strette intorno ad un unico asse patrimoniale. L’avvocato vide le traiettorie ereditarie che correvano lungo i binari del destino, come vagoni sulle rotaie. A decidere dove, la medicina legale. L’avvocato Cesare Previti, 36 anni, ciuffo corvino e mascella dentata, capì che dietro quella locomotiva era agganciata una delle più grandi collezioni di beni della storia d’Italia: l’eredità Casati Stampa. Prese un respiro, chiuse gli occhi, immaginò come dovevano incrociarsi i decessi, sui referti, perché il fiume del denaro arrivasse nella stazione che preferiva.

Primo capitolo. E poi, alla fine, dopo quindici minuti di chiacchiere che giravano in tondo senza chiudere il cerchio, dopo brontolii, digressioni, argomenti attinenti all’omicidio e altri che non c’entravano nulla, anche il questore aveva estratto dal turbine dei suoi pudori la curiosità che lo attanagliava. Si schiarì la voce con un colpo di tosse di fluidificazione – ahemm, come per passare a un tono più informale, confidenziale – e fece al commissario Valerio Gianfrancesco (che come capo della squadra mobile era entrato tra i primi nell’appartamento), la domanda che gli bruciava sulla punta della lingua. “Commissario, mi scusi, ma c’è un particolare, tra le voci che sono arrivate dagli agenti…” -“Dica, signor questore, dica”. -“….C’è questo particolare strano”. Non so se sia vero, mi pare piuttosto inverosimile”. -“In questa storia nulla è…. Inverosimile”. Osservò il commissario mentre gli passavano davanti agli occhi, come fotogrammi, le immagini del lembo di orecchio sanguinolento andato a incollarsi sul quadro dopo essere stato tranciato dallo sparo, la donna dal petto squarciato, il ragazzo trapassato dai pallettoni e riverso di schiena sul pavimento dopo il colpo di grazia ricevuto alla nuca. Il fucile da caccia era rimasto vicino al cadavere del marchese (cranio scarnificato) come un cane resta al fianco del padrone anche dopo la morte. Intanto il suo superiore stava faticosamente arrivando al punto. -“….E’ vero, la marchesa era prosperosa.. Un bel pezzo di femmina, ma….”. Il questore, per una riserva pudica, non focalizzava la parola più appropriata. Gianfrancesco aveva capito la difficoltà, ma per sfizio non andava incontro al suo superiore. -“A cosa si riferisce?”. -“Insomma, mi hanno detto che…. Secondo uno degli agenti entrato con lei, persino dal cadavere…. Nel punto in cui la signora era stata colpita, tra le mammelle, Aehemm, dicono che colava siero di latte, è vero?”. Gianfrancesco sorrise, di uno di quei sorrisi partenopei che vogliono dire molte cose, e rispose netto: -“No, non è vero”. -“Ah…”, rispose il questore. Sembrava deluso. Il commissario si prese il gusto di costringerlo ad esporsi. -“….Non era siero di latte. Il latte non cola fuori dalle scollature delle signore colpite con pallettoni da caccia”, aggiunse. -“Gesù, e se non era latte cos’era, allora?”. Il questore sembrava ormai sulla brace. Non pensava più alla telefonata del prefetto, all’intervento discreto del ministro, alle lamentele del deputato liberale che era provvisorio tutore della figlioletta del Marchese. Giornali pieni di foto di una marchesa di quarant’anni nuda, inquadrature ginecologiche, solo ipocritamente pecettate di nero. Quell’omicidio era diventato una catastrofe per il suo ufficio, motivo di assedio permanente. Ma il questore pensava solo al rivolo biancastro e denso che – gli avevano detto – colava fuori dal decolleté della marchesa. E moriva, davvero moriva, dalla voglia di sapere che cosa fosse. Ci pensava perché sempre i dettagli si caricano di significati: in una storia in cui non si capisce se un marchese abbia ucciso sua moglie e un giovane amante a fucilate, o se sia accaduto il contrario, come mai tutti e tre sono morti? in una storia così incredibile e confusa, quel filo di liquido sembrava la prova di una umanità diversa, anomala, segreta e misteriosa: l’unica cosa da capire per dare un senso al resto, la chiave di partenza per decrittare tutto il mosaico di un caso fuori dall’ordinario e insieme appagare la curiosità personale. Il commissario continuò a centellinare la sua verità. Seguiva il filo dei pensieri. E continuò a raccontare: -“…Questo è il bello! Non riuscivamo a capire cosa fosse. Lei era sulla poltrona come se fosse stata stroncata dalla fucilata a metà discorso. Lui – prosegui Gianfrancesco senza prendere fiato – deve averle sparato a sorpresa e a bruciapelo, imprimendole per sempre quella maschera di stupore sul viso”. Pausa. “Era bella davvero, sa?”. Il commissario pensò alla bellezza, che a volte resta adagiata sui cadaveri come un biglietto da visita su un cuscino di velluto. -“E…”, fece solo in tempo a dire il Questore -“E… secondo me”, aggiunse il commissario “anche il biglietto che il marchese ha scritto prima di morire, dice che la carneficina non era stata premeditata. Tutto è precipitato quando i tre si sono visti per quell’ultimo, tragico chiarimento…”. Stavolta Gianfrancesco si era veramente infilato nel rivolo delle ipotesi, nel cuore del suo caso, mentre l’immaginazione del questore era sempre appesa alla stilla di liquido biancastro che dalla poltrona colava densa sulla trama del tappeto settecentesco rosso fuoco, sul pavimento di marmo dell’appartamento di via Puccini. I pensieri dei due avevano traiettorie opposte e divergenti: nell’impossibilità di un incontro, la gerarchia tornò ad imporsi sulla fantasia. -“Commissario, per l’amor di Dio! Lei mi stava parlando della scena del delitto, non si perda in teorie, vada al punto”. Il commissario, ovviamente, aveva capito ma preferì continuare a far sgocciolare ancora la curiosità del Questore. Un po’ tenerlo sulla brace lo divertiva. Un po’ gli era utile ripercorrere la sua pista di indizi in modo diverso, irregolare, usando il suo superiore come un pugile può usare uno sparring partner. Il commissario era convinto che quella scena del delitto fosse un rompicapo a cui non mancavano tessere. Tre cadaveri, un fucile, due vittime e un solo assassino. Bastava ricomporre i frammenti nel modo giusto per completare il mosaico. Decise di andare incontro alla curiosità del questore: “Ah, a proposito della scena… Beh, mentre la marchesa è rimasta fulminata in poltrona, il giovane ha fatto appena in tempo a improvvisare una reazione. Il ragazzo, lo abbiamo accertato, era un militante del Msi. Ma la politica, signor questore, non c’entra….” -“Che cosa, secondo lei…”, fece il questore fingendosi paziente. -“….Secondo me Minorenti, il ragazzo, ha preso il tavolino per tirarlo contro il marchese, piuttosto che per ripararsi… Non gli è riuscita né la prima né la seconda cosa. Non so se mi sto spiegando, il calibro era tale…” Il questore adesso scalpitava, espose nuovamente la sua curiosità. Così ricapitolò, calcando per bene sulle sillabe: -“Scu-si mi sta-va di-cen-do che…. In principio nemmeno lei aveva capito di che fluido si trattasse, quella benedetta sostanza che colava….”. Il commissario accettò il cambio di campo. “Infatti. Un liquido viscoso, inodore, quasi opalescente: a prima vista pareva grasso. Ma era anche di natura chiaramente sintetica, non umano e non animale, insomma. Ho dovuto chiedere al perito”. -“E cosa le ha detto, il perito?”. -“Ha identificato subito la sostanza”. Il questore a quel punto non stava più nella pelle. -“Droga?”. -“No, silicone”. -“Silicone? Gesù, che c’entra ora il silicone con la Marchesa?”. -“Era lì a riempire una protesi”. Il Questore era interdetto. Nel 1970 i chirurghi plastici non erano ancora autorità morali della nazione: “Che protesi?”. Gianfrancesco proseguì informato: “Una maggiorazione al seno. Per quanto sembri strano, in America non è raro, si fa regolarmente da quasi cinque anni. Il progresso ormai… La marchesa ha traversato l’oceano ed è ricorsa ad un chirurgo di Hollywood. Sa, il suo seno faceva letteralmente impazzire Camillino”. -“Chi?”. Il Marchese. Camillo Casati stampa, detto ‘Camillino’”. Lui stesso ha annotato ogni cosa nel diario di pelle verde che era nella scrivania con centinaia di foto….”. Il diario e le foto: gli altri bocconi succulenti della storia, ma il questore non si era ancora ripreso. -“Si-li-co-ne, oh Gesù… Silicone”, biascicava, per abituarsi all’idea. “Siamo nel 1970”, sentenziò il commissario divertito. -“Quel bel seno prosperoso….”, sussurrò il questore come se un sogno evaporasse. -“…Frutto di una operazione. Ma la Fallarino era dotata anche da ragazza: aveva fatto cinema, una partecipazione a Totò tarzan. Senta, signor questore: il diario erotico del marchese….”. -“Era una parte importante?”. -“No, solo poche pose. Le dicevo del diario….”. -“Che diario?”. -“Il diario erotico…”. -“Ma in che senso erotico?”. -“il diario del marchese. Quello di pelle verde! Io sono preoccupato. Il contenuto è davvero scabroso”. Al che il questore riuscì a dimenticare il rivolo di silicone opalescente che lo aveva ottenebrato nei suoi riflessi primari. “Contenuto scabroso?”. “E’ una sorta di diario erotico dei contatti fra il marchese, la marchesa e…. tutti gli altri estranei coinvolti nel corso del tempo, nel loro rapporto”. “Estranei? Più d’uno!!?” “A onor del vero, decine”. La voce del questore esplose stridula per lo stupore: “DECINE?”. Il commissario lesse uno dei brani trascritti sul suo taccuino: “…. ‘Oggi Anna ha fatto l’amore con un ragazzo in modo così efficace che anche io, da lontano, ho partecipato della sua gioia’”. “O Gesù!”, esclamò il questore arrossendo solo nell’ascoltare. “E quest’altra: ‘Stavamo sul litorale di Fiumicino, in molti la guardavano. Abbiamo scelto un giovane. E’ stato appagante. Lo abbiamo ricompensato con trentamila lire”. “Ma questa è depravazione!”. sbottò il questore. -“E’ una delle annotazioni più caste”, corresse il commissario, consapevole dell’effetto. “Dov’è il diario adesso?”. “Qui, nelle mie mani”. Ma alcune frasi circolano già nelle redazioni. Qualcuno ne ha fatto una copia”. L’atteggiamento del questore era di nuovo quella di un pubblico ufficiale. -“Lei vi faccia riferimento solo per l’indispensabile! Annoti tutto quello che le serve, solo lei, non condivida nulla con nessuno, lo sigilli in una busta e lo spedisca al giudice istruttore”. -“Lo consideri già fatto”. -“Commissario?”. -“Dica, signor questore, dica”. -“Questo delitto ci rovinerà. Se ne parlerà per mesi. Solleverà pettegolezzi e di maldicenze inenarrabili… Lei deve chiudere l’inchiesta entro la settimana. Spiegare le responsabilità: c’è la questione dell’eredità!”. Il commissario, allora, calò la carta rimasta coperta, mentre il questore inseguiva lo sgocciolìo al silicone dei propri pensieri. Signore, mi ero dimenticato di dirle che nell’agenda verde ho trovato tutti gli elementi che servivano a chiarire”. -“Cioè?”. Il questore non capiva. Il capo della mobile questa volta fece una deroga alla sua flemma ai tempi dell’ironia, e calò il suo asso, raggiante, come per un piccolo coup de theatre. -“Signor questore, forse non mi sono spiegato… Per quel che mi riguarda il caso è già risolto”

La Marchesa: Solo ventinove secondi con Totò

Secondo capitolo. “Scusi, come ha detto che si chiama?”. -“Previti, Cesare Previti”. L’avvocato si presenta bene: Giovane, brillante, pieno di idee. Occhi mobili, sicuri, voce roca e strutturata, anche nella marcata cadenza romanòfona. Anni dopo dirà: “Ero missino, come i giovani della borghesia romana, ma anche liberale”. Peccato che tra i giovani liberali, non se lo ricordi nessuno.
Lo studio dell’avvocato è quello del padre Umberto: forte, prestigioso, ben avviato. Ed è questa credenziale che Previti esibisce agli occhi della marchesina. Annamaria Casati Stampa. Lei, ancora minorenne – appena diventata orfana dopo una vita passata nella bambagia di un cognome importante – ora ha un legale, un giovane avvocato: l’attende una causa drammatica che deciderà della sua vita futura (e soprattutto della sua ricchezza).
Già, perché nelle disposizioni testamentarie di Camillo, quando si sono aperte le buste, è uscito fuori il colpo di scena: “Nomino mia erede universale mia moglie Anna Falarino, che mi ha reso felice tutti gli anni in cui mi è stata vicina, e che ho sposato in Chiesa il 21 giugno del 1961. A mia figlia Annamaria, di Letizia Izzo, spetterà la legittima con in più l’assicurazione di cento milioni e il quadro raffigurante il bambino”.
La “legittima” e un quadro, per lei, equivalgono a un piatto di spiccioli. L’eredità universale, per Anna, rischia di portare verso altri lidi un fiume di ricchezze e di beni senza pari in Italia. In queste poche righe c’è una traiettoria che, collegata alla traccia disegnata dai tre corpi di via Puccini, suscita un micidiale cortocircuito. L’avvocato Previti lo sa bene. Perché se il marchese fosse morto prima della Marchesa, l’eredità Casati Stampa avrebbe dovuto passare a lei. E alla sua morte, cioé quasi nello stesso momento alla sua famiglia, i Fallarino. Se invece la marchesa fosse morta prima del marito, lui sarebbe diventato erede dei suoi beni – cioè nulla – e, alla sua morte, a sua figlia Annamaria erede unica e diretta di tutto il patrimonio. Fatto curioso: l’avvocato della famiglia Fallarino è Umberto Previti, padre di Cesare.
Sul fondale di una causa ereditaria, nasce un processo che è anche parafrasi di uno scontro di classe clamoroso, nell’Italia uscita dal valzer sociale del boom economico: da un lato la famiglia povera e acquisita, che reclama ricchezza; dall’altro la minorenne blasonata che difende la sua condizione sociale. Poi i parenti di Amorosi: l’ultraprovincia, chiacchiere di paese, le zie zitelle che hanno sempre invidiato ad Anna la sua ascesa sociale e che ora potrebbero beneficiarne. La rabbia dei parvenue contro l’eleganza esangue della decadenza. In mezzo due avvocati che fanno capo allo stesso studio legale, e una manciata di secondi che dividono l’agonia del cadavere rimasto inchiodato dalla fucilata alla poltrona, da quello ritrovato vicino al fucile. La disputa sui tempi di decesso di Camillino e di Anna, dopotutto è l’ultimo rituale di inseguimento di una lunga relazione erotica.

Terzo capitolo. Antonio De Curtis detto Totò, nel film ha un ciuffo, e il suo solito tono scanzonato. La modulazione della voce è quella inconfondibile di sempre, con l’ironia affilata che fa sempre capolino nella giostra dell’apparente nonsense, l’eterno gusto per il calembour e il gioco di parole. Il ciuffo no, il ciuffo è un’acconciatura di scena.
Se ci fate caso, in ogni film, Totò era sempre uguale a se stesso in tutto, e sempre diverso, in almeno un dettaglio. Il kepì di “Totò le moko”, il vestito scuro e gli occhiali da iettatore ne “La patente”, le maschere grottesche di Totò diabolicus, per non dire dell’indimenticabile combinazione di saio e zazzera, quasi una incarnazione crepuscolare in “Uccellacci e uccellini”. E poi, quel ciuffo eccessivo e posticcio, il ciuffo di Totò Tarzan.
La scena in cui Anna Fallarino fa la sua prima ed ultima apparizione nella storia del cinema italiano, avrebbe potuto invece essere, come per tante altre stelline, il primo passo di una lunga carriera. Nella versione definitiva del film dura in tutto ventinove secondi, quasi trenta. Anna all’epoca ha solo ventuno anni. Per lei anche una scena di ventinove secondi in un film che sbanca al botteghino potrebbe essere il punto di partenza di una piccola scalata al cielo. Se solo quella scena si fosse chiusa in un altro modo, Anna non sarebbe mai diventata la marchesa Casati Stampa. Magari non avrebbe sfondato definitivamente, magari non sarebbe diventata una nuova Loren, ma intanto ancora viva. Invece, la bussola del destino l’ha portata in un’altra direzione.
La scena da ventinove secondi che (non) ha cambiato la sua vita è una sequenza breve, una strisciata di bianco e nero un po’ virato che se ne vola via sullo schermo, graffi intermittenti a dare il senso del tempo. L’anno è il 1950. La regìa è di Mario Mattoli, Totò passa il tempo in una roulotte-camerino, corre voce che dongiovanneggi, fra un ciack e l’altro.
In quella scena, invece, con una sproporzionata camiciona coloniale e un fazzoletto appariscente al collo, irrompe nell’inquadratura e si ritrova attorniato da un plotone di belle ragazze. Grida giocoso: “A chi tocca?”.
Tutte le fanciulle ridono. Totò fa la conta, ìlare come un satiro innocente: “Toc-ca pre-ci-sa-me-nte a… te! Come ti chiami?”. É a questo punto che dal fondo del gruppo, Totò estrae, tirandola per il braccio, una ragazzona con i capelli bruni e vaporosi, e la trascina in primo piano, davanti alla cinepresa. É vestita da reginetta, con un bikini per i parametri dell’epoca strepitosamente succinto, e una coroncina di fiori che le incorona l’ovale. É Anna Fallarino.
Totò: “Come ti chiami?”.
“Ranocchia!”, risponde lei.
Come sono strane le traiettorie delle vite quando comincia a correre il cronometro del destino, ventinove secondi sono una misura elastica e imponderabile. Totò risponde alla sua maniera. Geniale, imponderabile, con uno dei suoi gorgheggi intraducibili: A-hhh, Uh-uh-uh. Onomatopee, ritmo, comicità intraducibile e ancestrale. E poi, accade che il tempo si infila nel varco del destino nel modo più imponderabile. E poi, in mezzo ai puntini sospensivi di quella domanda che era rimasta appesa, Totò infila persino uno di quei gesti che, fatto da chiunque altro sembrerebbero osceni. Agita una mano che va e che viene, mimando un pompaggio nell’aria. No, a dire il vero non sembra: è un gesto osceno. Ma è anche un gesto di Totò. Ventinove secondi in tutto che corrono sulla celluloide, adesso sono già quindici.
“Uh-uh-uh… Senti Ranocchia, andiamo a fare un…. Girino?”.
Anna gli sorride, gli va incontro. Lui si scatena in una gag di sguardi e sorrisi, un’esplosione di sensualità comica. Ma questo accade sul set. Pellicola scomparsa e perduta. Nel film invece c’è, quasi impercettibile da cogliere un taglio di montaggio: la scena cambia. Adesso, nell’ultima manciata di secondi che il capriccio del regista le hanno concesso, Anna e Totò sono raggiunti da un finto intervistatore che fa una domanda sciocca al protagonista: “Senta Totò tartan, non vorrebbe fare un urletto al microfono?”.
Ventinove secondi, quasi ventisette. Anna in questo cambio di scena è ritornata una comparsa, uno spettro. Assiste allo scambio di battute, sorride, ma è sulle spine, e si vede. É convinta di aver perso il suo momento, lo avverte fisicamente. Il cronista chiede a Totò: “Ci può dire qualcosa?”.
E lui: “Qualcosa?”.
“Cosa pensa della civiltà?”.
A quel punto Totò si illumina. Fa una faccia delle sue, mima una pernacchia, Prrrr….
Ventinovesimo secondo, Anna sta uscendo dalla storia del cinema. Fa in tempo a dire: Oh-oh!”.
Ed è qui che Totò, con il suo indecifrabile istinto comico, e con il suo innato istinto ritmico chiude il siparietto: “Preferisco la iiungla!”.Non dice Giungla, Totò, ma proprio iiiungla, con la “I”. La scrivi così e sembra solo una fesseria, lo dice lui e ti fa subito ridere. Perché la magia del cinema è quella. E anche il talento è un’equazione segreta che tiene insieme spazio, suono e tempo.
Anna quella scena è andata a rivederla tante volte, negli anni, ogni volta che hanno ripassato il film nelle sale, seduta in fondo, nascosta dietro un foulard e grandi occhiali da sole. Ventuno anni aveva allora, adesso ne ha quaranta, ma in mezzo ci sono sempre ventinove secondi. Ogni volta che vede quel fotogramma correre sul grande schermo, si infila nella stessa catena di “Se”. Se Totò non fosse stato tagliato in montaggio per la sua meravigliosa sconcezza, avrebbero sicuramente dovuto lasciare in campo il suo sorriso, e chissà: era un sorriso così luminoso, ne sentiva ancora dentro di sé il riverbero, come può capitare delle emozioni che si vivono con intensità irrevocabile.
Se avesse fatto carriera non avrebbe dovuto acconciarsi all’idea di recitare in un palcoscenico domestico due vite di moglie che non le appartenevano, la prima con Peppino Drommi, ingegnere. La seconda con Camillo Casati Stampa, marchese. Il suo grande esordio nel cinema, l’appuntamento con la storia finiscono lì, ventinove interminabili secondi che ti ricordi per tutta la vita. Lei era esplosa di luce per la meravigliosa sconcezza di Totò, ma quel lampo era stato tagliato, insieme al suo presupposto giullaresco, perché i tempi del costume, nel 1950, non sono maturi nemmeno per una boccaccia decurtisiana. Così, nel luogo esatto dove altri con un fotogramma iniziano una carriera, lei la finisce. Ci ha ripensato mille volte, Anna, a quel ciak. Lei le battute sul copione le aveva, trenta parole per farsi largo sul palcoscenico della vita. Ma Totò era esploso in quel numero irresistibile. “Un girino, un girinetto…”. Sottinteso gioco erotico. Lei rideva, lui continuava. Solo in quel momento, solo per lei. E così il talento di Totò aveva incontrato le forbici pruriginose dei censori. La carriera di Anna era finita anche per una piccola pruriginosa censura: la fama che nel 1970, da morta, l’avrebbe portata nuda su tutti i rotocalchi nazionali, avrebbe cambiato il corso della storia per tutte, dopo di lei. Quella fama erotica, esplosiva, iconografica, travolgente, oscena, avrebbe prodotto la fine della censura più pruriginosa, spostato in avanti la linea della sostenibilità e del comune senso del pudore. (Continua…)

L’amica: Tre rimorsi per quei tre delitti

Quarto capitolo. Maria Teresa Fiumanò si è tenuta dentro per quarant’anni tre rimpianti. Il primo è questo. Quella sera, il 30 agosto del 1970, il giorno del triplice delitto di via Puccini, prima che tutto accadesse, aveva detto a suo padre: “Papà, non andare”. Quella sera dall’altra parte del telefono, a chiedere aiuto, c’era la marchesa Casati Stampa, Anna Maria Fallarino, la cugina di suo padre. Lei, Maria Teresa, era una ragazzina, poco più che quindicenne, ma già confidente e amica della Marchesa, che considerava come una zia. Quella sera, in cui tutto era accaduto, Anna Maria aveva chiamato suo cugino Ninì, vicequestore, uomo d’ordine e di legge, poliziotto imbrillantinato del Sud, e gli aveva detto: “Aiutami, sono spaventata, Camillo è fuori dai gangheri, ho una gran paura”.
Quella sera suo padre aveva scelto di ignorare la richiesta. Per una complicità maschile con il marchese, forse. Ma anche dopo che la figlia lo aveva consigliato di non andare. Maria Teresa era una ragazzina sveglia, colta, moderna. E mentre diceva al padre di lasciar perdere, aveva in mente una serie di fotogrammi: la camera da letto del Marchese nell’isola di Zannone, con il suo segreto, i curiosi specchi riflettenti da un lato e trasparenti dall’altro. E poi una foto e una lettera compromettenti. Infine il lavoro di suo padre, capo della Buoncostume. Maria Teresa, quella sera, aveva sentito combattere, dentro di sè, la guerra degli affetti incompatibili. Quello per la cugina e quello per il padre, messi in contrapposizione dagli specchi che serbavano quel segreto, sul lato che non riflette.
“Se gli avessi detto ‘Vai’ – racconta oggi – mio padre sarebbe andato. Se gli avessi detto ‘Ti accompagno’, saremmo andati di sicuro. Io oggi ho una certezza. Se quella sera fossimo andati, Annamaria, il marchese e Massimo Minorenti sarebbero di certo ancora vivi”. Quella sera Maria Teresa non parlò: la lettera, dopo le cose che aveva visto sull’isola l’aveva bruciata. Allora le chiedo. E gli altri due rimpianti che ha quali sono? “Aver sconsigliato a mio padre di fare il tutore di Annnamaria Casati Stampa, che glielo aveva chiesto. Se papà avesse detto sì, non avrebbe avuto come protutore l’avvocato Previti, e oggi la villa di Arcore sarebbe ancora sua” L’ultimo rimorso è quello di aver bruciato la lettera di mia zia. Ero letteralmente terrorizzata dall’idea che mio padre la trovasse e dello scandalo che ne sarebbe nato”. Maria Teresa si è tenuta dentro segreti e rimpianti per quarant’anni. Poi ha scritto un libro, “La Marchesa Casati stampa” (edizioniAnordest, 15 euro) in cui pubblica l’ultima lettera di sua zia: “L’avevo bruciata, è vero. Ma prima l’ho imparata a memoria”.
Le foto che ti raccontano i paradossi di una storia sono due, speculari e contrarie come due negativi. La prima è una delle più celebri di Anna Casati Stampa. Ha il costume da bagno, ma il pezzo di sopra è dilatato in modo da far uscire fuori i capezzoli. Fisico abbronzatissimo e tornito, occhiali da sole, crocifisso al collo e la mutandina bianca del bikini – legata da un anello, audacemente succinta e legata per i tempi – bassa sulla vita. La catenina che porta sull’addome, provocante e sensuale, serve (anche) a nascondere l’operazione di riduzione del grasso sull’addome che Anna ha fatto (anche) per compiacere Camillino. La seconda foto, è quella di una ragazza di 15 anni, carnagione chiara, che ha lo stesso costume, gli stessi occhiali, la stessa catenina sull’addome. La prima foto è in esterni – rocce sullo sfondo – e comunica subito sensualità; la seconda è al chiuso -fondo scuro – e sembra un proclama di innocenza virginale. L’obiettivo che le ha scattate è sempre quello del marchese. Nulla lo prova con certezza, ma pare un calembour: è come se Camillo avesse voluto giocare sui contrari, esaltando l’innocenza per godere meglio della sensualità.
Entrambe le foto sono state scattata sull’isola di Zannone. Maria Teresa è stata invitata dia parenti ricchi e chiacchierati. Strane voci circolano, sulla coppia, ma nessuno conosce la verità. La ragazza arriva con il traghetto e il vento sulla faccia, il cuore che batte di attesa, una nube di eccitazione e curiosità che le attraversa la mente. L’isola è stata affittata dal marchese, ma di fatto è come se fosse proprietà privata. Camillo se ne vanterà con la nipote: “Se si avvicina qualcuno gli sparo con fucile da caccia!”. A Zannone hanno diritto ad accedere solo i Casati e i loro ospiti, che praticano un rigoroso nudismo. Maria Teresa Ha raccontato nel suo libro tutto quello che ha visto e sentito con i suoi occhi di adolescente curiosa. Il turpiloquio che la stupisce subito, per esempio. I Casati e i loro ospiti parlano in un modo sorprendentemente disinibito: storie di corna, allusioni sessuali, insulti, frasi che annota nel suo diario, cose come: “Stronzo, fottutissimo rottoinculo, figlio di una grandissima baldracca smandruppata”.
In questa scena vivida, anticonformista e supefacente, la zia le appare come una vittima al tavolo degli aristocratici disinibiti: “Cenerentola, prima fra i parenti e poi tra nobili”. Da una delle ospiti, “la Contessa di F.” sente sussurrare: “É quasi peggio della prima moglie. Sembra che Camillo abbia un talento per scovare donne di modesta estrazione sociale”. La zia, davanti alla confidenza della nipote risponde incurante: “Che vuoi che me ne importi?”. Un’altro giorno le racconta l’invito beffa ai suoi parenti: “Li ho fatti servire alla tavola, servire dai camerieri, su una tavola imbandita con posate d’argento e calici di cristallo. Poi non li ho invitati mai più. Me li immagino morti di invida”. Cosa si mmuove dentro questo grumo di umori? Voglia di riscatto? Frustrazioni?
Maria Teresa è curiosa. Un giorno che la comitiva è in gita, entra nella camera da letto. É lì che nota i due enormi specchi, che si affacciano nelle stanze degli ospiti, e da cui è possibile vedere i loro letti. Ci vuole poco perché la sua perspicacia capisca che quelle superfici vetrate sono lo strumento principe di un gioco voyeuristico che di notte anima la vita della villa. I Marchesi nella loro stanza, intenti a fare l’amore, spiando le effusioni dei loro ospiti. Anche le altre immagini restano vivide nella sua memoria: il racconto che la zia le fa sulle gesta erotiche del marito, superdotato e amatore ossessivo. La colazione che le capita di fare con il marchese, una scena incredibile e surreale: lui tutto nudo e con gli attributi in mostra, intento a discettare con la liceale colta di poesia inglese e belle letture: “Mia moglie è dotata di discreta intelligenza e di grande intuito. É un peccato che non abbia studiato come te”.
Il settimo giorno che passa sull’isola Maria Teresa, mentre sta passeggiando si imbatte in una radura dove si aggrovigliano dei corpi. C’è il marchese che dirige le danze, con la macchina fotografica e il membro eretto. Ci sono quattro coppie che si accopiano, facendo girare i rispettivi partner. Maria Teresa ha scoperto, nel cuore del’Italia puritana dopo la rivoluzione sessuale del ‘68, quella pratica sarà chiamata “scambismo”. Anche per una adolescente sveglia, perspicace e curiosa è troppo. Il giorno dopo Maria Teresa decide di lasciare l’isola. La zia non si oppone, sembra dispiaciuta, le dice: “Come mi piacerebbe piantare baracca e burattini e venirmene con te!”. Lo fa solo per andare incontro alla ragazza? Oppure è il primo segno di un malessere che sta crescendo in lei?
La risposta arriva nel secondo e nell’ultimo viaggio che Maria Teresa farà a Zannone, proprio alla vigilia della sparatoria di via Puccini. Apparentemente il teatro antropologico è lo stesso. Stesse burle a tavola, stessa pratica nudista, stesso clima spensierato, e stessa intensa attività erotica. Ma qualcosa nell’umore di Anna Casati Stampa, sotto l’occhio vigile della nipote, è cambiato. Il primo sentore è una lettera che Camillo ha scritto a Ninì. Dentro, dopo alcuni amichevoli preliminari, c’è una rivelazione: “Da un po’ di tempo, qualche mese, sembra che mia moglie abbia perso la trebisonda per un ragazzo di 25 anni. Questo è un giovanotto di aspetto discreto che tira le sue giornate frequentando i salotti delle case di principio in cerca di soldi e di donne”. Il ragazzo è Massimo Minorenti, l’uomo destinato a diventare il terzo cadavere di via Puccini.
Quante cose agitate ed estreme passano, per quelle righe di calligrafia minuta e ordinata. La complicità fra due maschi, l’aristocratico del Nord che si rivolge al poliziotto del Sud, chiedendogli implicitamente di rompere il suo legame di fedeltà familiare. É una lettera in cui si dichiara l’amore per Anna ma in cui si chiede: “Vorrei che ti informassi sui pregressi del ragazzo per sapere se ha precedenti penali e poi vorrei che parlassi con tua cugina che ti vuole bene e ha tanta considerazione di te per consigliarla di lasciar perdere questa storia riprorevole”. É una lettera d’amore, quella del marchese, ma è anche una lettera di possesso.
Nel suo ultimo viaggio sull’isola Maria Teresa riceve in dono da Camillo una foto di gruppo in cui lei è l’unica vestita. E da sua zia una lettera di confidenze. In villa ha conosciuto Minorenti e ha intuito la sua relazione con Anna. Lo trova ai suoi piedi, ferito, malinconico, ambizioso e frustrato. Lui le fa una pessima impressione, e lei non lo nasconde. L’ultimo sguardo furtivo, è un’altra scena di coppia. Il marchese è ancora regista. Ma stavolta uno dei protagonisti è Massimo. Costretto ad accoppiarsi. Deriso. E poi sostituito da un altro uomo, un marinaio rozzo, nell’amplesso con la marchesa. Maria Teresa sente l’odore della morbosità e fugge. Sul traghetto apre la busta che sua “zia” le ha dato: “Ho i soldi, le ville, le pellicce, le invidie degli altri, ma, credimi, non sono la ricchezza e la nobità che donano la felicità”. Anna racconta una lunga storia di scambi, sesso, prevaricazioni. Un gioco che ha retto ma che ora dice di non sopportare più. Racconta che vuole farla finita: “Gli parlerò perché desidererei che diventassimo una coppia normale, in fondo non lo siamo mai stati! Se invece lui si incaponisse e decidesse di liquidarmi definitivamente io voglio una casa per conto mio, una cospicua rendita mensile, e soprattutto non voglio più assoggettarmi”. Con questi intenti Anna si avvicina senza saperlo alla tragedia. Maria Teresa torna a casa. Brucia la lettera, la foto, dice al padre non andare. Scriverà tutto nel suo libro. Quarant’anni possono essere un tempo breve, anche per un segreto così. (Continua…)

L’amante: Quel ciuffo, la gelosia e l’eredità

Quinto capitolo. É improbabile che Silvio Berlusconi sia stato persuaso all’acquisto dalla geniale e sarcastica invocazione con cui Carlo Emilio Gadda racconta in La Cognizione del dolore lo scenario rurale di Arcore, e la storia della sua colonizzazione. E’ una lingua bella, difficile, suggestiva. Ed è un grido che dovrebbe tenere lontani dalle campagne lombarde: “Di ville! di villule! Di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato a poco a poco un po’ tutti i vaghissimi e placidi colli delle pendici prendine che, manco a dirlo, ‘digradano dolcemente’ alle miti bacinelle dei loro lagni”. A Gadda, questo scenario appare difforme, irregolare, quasi casuale. “Ville e villoni” che crescono come funghi sull’onda di una corsa all’oro: “Quale per commissione di un fabbricante di selle di motociclette arricchito, quale d’un bozzoliere fallito, e quale d’un ridipinto conte o marchese sbiadito, che non erano riusciti, né l’uno a farsi affusolare le dita, né l’altro, nonché ad arricchire, ma purtroppo neppure a fallire tanto aveva potuto soccorrergli la sua nobiltà d’animo, nella terra dei bozzoli in alto mare e delle motociclette per aria”. Però Villa San Martino è una delle più belle e antiche: nasce lungo le rive del Lambro, nel sedicesimo secolo, quando sulle rovine di un monastero benedettino i Conti Giulini decidono di disegnare un piccolo monumento neoclassico: filari di pioppi e una struttura imponente che si affaccia sul paese come se volesse inglobarlo. In tutto il mondo, se cerchi un posto magico, lo trovi pianta sull’asse cardinale di qualche monastero
Ma ad Anna Fallarino, invece, la villa di San Martino non piace. La trova buia, sterminata, fredda, popolata di armature lugubri, di panoplie polverose, trofei di caccia e di quadri di pregio inestimabile – una vera e propria pinacoteca – di cui non può apprezzare fino in fondo il valore. Per Anna, Villa San Martino resterà un luogo di spettri, di reliquie e di solitudine. E’ una residenza dei Casati Stampa, è la villa del Marchese: non è il nido che lei e Camillo hanno piantato a Roma, in via Puccini. Dopo il triplice delitto, l’uomo che fa scoprire a Berlusconi la residenza che diventerà il suo toponimo è il giovane avvocato Previti.
Il sigillo di carta bollata che certifica il suo ruolo nella storia della Marchesa, e della sua erede Anna Maria (all’epoca minorenne, perché la maggiore età nel 1970 scattava ancora a 21 anni) è un foglio ingiallito che porta la data del 12 settembre del 1970. Si tratta del “Decreto di nomina di tutore e protutore”. Il primo, come sappiamo già è l’avvocato liberale Giorgio Bergamasco. Il secondo è lui. Il primo presupposto della svendita della villa di Arcore, è in una evasione fiscale. Infatti, un anno dopo il delitto, nel giugno del 1971, Previti e Bergamasco presentano l’inventario di tutti i beni di cui Annamaria rivendica la successione. E’ uno sterminato elenco di beni: terreni agricoli, residenze, case: tutto per un totale di 2 miliardi e 403 milioni. Una cifra ridicola, che permette però al tutore e al pro-tutore di risparmiare sulle tasse pagando solo 543 milioni. Annamaria vuole dimenticare il suo dramma. Nel 1973 si sposa, “fugge” in Brasile con suo marito, Pier Donà dalle Rose. Può stare tranquilla, visto che i suoi beni sono nelle mani dell’avvocato Previti. Il pro-tutore è così sollecito che il 15 novembre del 193, scrive alla sua assistita una lettera in cui le suggerisce di disfarsi di alcune delle sue proprietà. Sono troppe, spiega, e gravate da diversi oneri. Il passaggio più interessante è nelle ultime righe: “Arcore: ho fatto visitare la villa dall’antiquario di cui sopra. E’ da ritenere che soltanto i beni mobili (quadri e arredi) abbiano un valore di parecchie decine di milioni. L’intero complesso di Villa San Martino, fino ai limiti del parco, non vale meno di 500 milioni. Esistono anche concrete possibilità – scrive Previti alla Marchesina – di vendere a persona interessata; la trattativa potrebbe essere anche rapida: mi occorrono tuttavia precise istruzioni”. Inutile dire che la persona interessata è Silvio Berlusconi.

Sesto capitolo. “A’ Minorè, ma dimme ‘na cosa: a te te piaciono più le pose der Duce o le zinne della Marchesa? Ah, ah, ah”.
-“Taci imbecille!”.
A Massimo Minorenti piacciono entrambe le cose. Ma la seconda più della prima. Al Msi è iscritto, è vero, ma le sedi della Fiamma non le frequenta con assiduità. E’ ancora il partito degli anni cinquanta, i busti di Mussolini all’ingresso delle sezioni, i vecchi repubblichini che parlano di Salò, i volontari nazionali che fanno il servizio d’ordine con i caschi. La sua militanza, in fondo, è come la sua carriera universitaria di studente di Scienze politiche che non riesce a dare nemmeno un esame: un’ambizione incompiuta. Anna invece lo fa sentire sempre grande, importante, più solido di quello che è in realtà. Lo coccola con i suoi baci, lo eccita con il suo corpo, lo sommerge con i suoi regali. “E poi – Ahò – ha detto pure che me regala l’Autosalone!”. L’Autosalone, il sogno di una attività che permetta ad entrambi di vivere agiatamente anche dopo un eventuale divorzio. Un’ipoteca di benessere per immaginare il ritorno alla normalità. La domanda è: ma se lo avesse davvero, quel giochino, smetterebbe con il poker e riuscirebbe davvero a estinguere la montagna di debiti che ha messo in piedi sui panni verdi dei tavoli da gioco? Le fucilate del Marchese, come sappiamo, ci impediranno di saggiare la consistenza reale di questo innamoramento di cui sia lui che Anna parlano e scrivono fino alla fine della loro vita.
Nella foto che ha scattato per regalarla ad Anna, Massimo Minorenti si è pettinato come per una posa cinematografica, la chioma bionda gli corre lungo il lato, vaporosa e perfettamente levigata, manco fosse quella di Peter O’Toole. Le labbra carnose non hanno bisogno di nulla, sono così come gliele ha fatte mamma, belle e morbide. A lui che Anna abbia quindici anni più di lei non gliene frega proprio nulla. Perché se c’è una sola cosa in cui è riuscito ad avere successo sono le donne: lui, che può vantare una storia con la bellissima ballerina Lola Falena (una dea nera che nell’Italia degli anni settanta fa impazzire i rotocalchi, una Naomi di un altro tempo), lui, che ha perso il conto delle ragazzine in fiore che gli sono corse dietro, proprio lui sente che questa donna ha dentro qualcosa di bello e tragico che l’attrae, ancora più dei soldi e della mondanità. Massimo è rimasto folgorato da Anna in una serata di beneficenza, quando ha visto lei, regale come una regina, avvolta nel lamè, al fianco di quel ridicolo ometto dalla testa a pera e il riporto sempre fuori posto. Pur detestandolo ha accettato di entrare nel gioco triangolare del marchese come una comparsa: sapendo di essere manovrato, addirittura pagato per questo. Però, anche allora, il sesso e l’ambizione lo hanno tenuto stretto ad Anna: e risalendo il filo di gomena di quel legame fisico, e psicologico, Massimo si è ritrovato impigliato in una relazione importante, la prima in cui ha sentito che qualcosa di se era veramente in gioco. Dove finisce la passione, e dove inizia l’opportunismo? Difficile dirlo, ma il bisogno di sentire il suo corpo fra le mani è autentico. E’ per questo che dopo essersi allontanato è tornato da lei, questa volta per non uscirne più.
Le maglie della relazione fra Anna e Massimo si sono strette in pochi mesi. In questa Italia ancora in bianco e nero, in cui si combattono rivoluzioni politiche e sessuali, i due amanti sono assolutamente inconsapevoli del fatto che diventeranno, loro malgrado, il simbolo di un tabù che salta: apparentemente la loro relazione epistolare riposa ancora sui vecchi trucchi della clandestinità ottocentesca. Lei gli scrive di nascosto quando per quattro mesi all’anno vive murata viva con Camillo nell’isola di Zannone. Lui le risponde scrivendo le lettere a macchina, perché la sua grafia non desti sospetti e utilizzando – su suggerimento di lei – l’inverosimile nome de plume di “Sartoria Botti, corso Italia 21”, quello che effettivamente compare come mittente nella loro corrispondenza clandestina, e che farà sorridere il commissario Gianfrancesco per la sua elementare ingenuità cospirativa. Lei si mette nelle sue mani: “Di solito – scrive – amo molto quest’isola, ma quest’anno la odio. Il peggio è che non posso farci nulla, mi auguro con il tempo di calmarmi ma per ora la mia vita è un inferno. Penso che un tuo scritto mi renderebbe felice”. Dopo pochi giorni c’è uno scatto di emozione nelle sue parole: “Unico amore mio ti scrivo mentre Camillo è comodamente seduto in poltrona e ascolta la radio. Cosa posso dirti di più che adorarti tanto, tanto, tanto? Penso con grande emozione – scrive Anna – al giorno in cui potremo essere di nuovo insieme, noi due soli, una settimana o anche solo un giorno tutto per noi. Ciao mio grande amore”. Finché ci sono in scena le perversioni del marchese, infatti, il riaccendersi della passione erotica incendia la relazione fra i due. Ma quando si tratta di ammazzare il tempo con Camillo, è desolante l’immagine di serate in cui i due non hanno nulla da dirsi, con lui che impegna il tempo compilando La Settimana Enigmistica e lei che fugge allo scrittoio per tornare a giocare a Giulietta e Romeo. Con Camillino Anna vive una particolare e sensuale sindrome di Stoccolma, con il Marchese si sente sepolta viva: l’ennesimo dualismo, in questa storia in cui ognuno ha almeno due maschere sul viso. La storia di Anna e Massimo entra ancora una volta nell’agenda verde di Camillo, come un veleno a tempo che si irradia nell’organismo azzerando le funzioni vitali del Marchese, spezzandogli il respiro, paralizzandolo di paura: “Anna ha avuto l’altra sera a cena il suo amore insieme a un amico. Però credo che mi nasconda, al suo solito, l’ottanta per cento. Che peccato”. E quell’omissione che rende inaccettabile la relazione, non certo l’infedeltà dei corpi: è il fatto che lei per la prima volta si rifiuti di farlo partecipe con il suo racconto. E’ la cortina fumogena che rende improvvisamente “privato” e irraggiungibile il corpo di sua moglie, che accende per la prima volta il demone della gelosia: “Fa una telefonata, poi ne riceve un’altra, poi ne fa un’altra ancora e non mi dice nulla, e io sono in salotto a struggermi. Perché è così perfida? Non posso più sopportare questa situazione. Vorrei tanto separarmi da lei ma non ce la faccio”. E ancora, quasi struggendosi, scrive: “Io sto morendo lentamente”. Ma quello che scrive, ancora una volta, è Camillo. Alla vigilia della strage, invece, dalla tenuta di Valdagno, dove è ospite dei Marzotto per l’ultima partita di caccia della sua vita, è di nuovo il marchese che prende il controllo, che chiama per telefono Anna, che convoca lei e Massimo a casa, e che prova per l’ultima volta a distribuire i ruoli e a condurre i giochi.
L’ultimo Massimo che in ordine cronologico finisce negli atti del processo è quello raccontato da Cesare, l’amico che la sera in cui tutto precipita nel dramma della gelosia si offre di accompagnarlo al suo drammatico appuntamento con la morte. E’ il 30 agosto. Quella sera Cesare, Anna e un altro amico, Aurelio, passano da una casa all’altra, vagano per Roma, prima in Cinquecento, poi in taxi, nel buio di un temporale estivo, senza sapere se devono andare in via Puccini o meno: “Erano le due di notte – racconta Cesare quando Massimo venne da me tutta bagnato di pioggia e concitato. Mi disse che Camillo aveva telefonato un’altra volta venti minuti prima di mezzanotte, che si era infuriato trovando lui e Aurelio ancora a casa, e aveva minacciato di tornare a Roma e ammazzare tutti. Alla moglie aveva detto: “Vattene anche tu! Ci vediamo con Massimo domani sera”. E poi, a Massimo, sprezzante: “Sei solo un pappone!”.

Il marchese: La rabbia del “Camillino” tradito

Settimo capitolo. Pochi giorni prima di quella ultima sera di agosto, in cui lo sconforto sembra vincerlo, poco prima di quella notte in cui tutto si risolve nella tragedia del bagno di sangue, Camillino è riuscito per l’ultima volta a sentirsi altero e invincibile come un tempo. È stato quando sotto casa, di fronte agli occhi esterrefatti del domestico, con la sua Rover 3000 ha investito a ripetizione, fino a demolirla, la macchina di un vicino che gli ostruiva un passaggio. Non un raptus: un lavoro metodico. Quando poi è andato dal proprietario, che era esterrefatto, con il blocchetto degli assegni in mano per rifonderlo del danno, per pagare senza batter ciglio, si è sentito per l’ultima volta più forte di tutto e di tutti, più lucido nel perseguire i suoi fini. Si è sentito “Migliore”. Era una cosa di cui aveva bisogno. Quando era più giovane, c’era stata persino una volta in cui era finito nelle cronache e nelle grida di Pasquino per aver picchiato a sangue un domestico, reo di averlo svegliato troppo presto: È accaduto un bel mattino/ Che il marchese di Soncino/ Dà la sveglia in senso lato / A qualcun che lo ha svegliato. Ma adesso non è così, non può più essere così. Non è così perché lui inizia a sentirsi stanco, ferito. È perché è successo qualcosa talmente grave che non si riesce più ad acquietare sventolando la matrice di un libretto di assegni. Non è più come la mattina in cui ha fatto stendere Anna su una spiaggia del litorale romano, quando le ha detto il momento in cui avrebbe dovuto farsi il bagno, quello in cui tornare sulla spiaggia e rotolarsi nella sabbia, non è più come quando lei ha accettato di farsi leccare via ogni grano dalla lingua di due “soldatini” (così li definisce lui nel diario) ingaggiati mentre passeggiavano, e il marchese, impazzito di piacere, sentiva un delizioso torpore diffondersi nelle zone erogene. Non è più come quando gli bastava riprendere quelle foto in bianco e nero dall’archivio per tornare a riassaporare tutte le gioie della sua conquista. E anche Anna, a volte, mostra di essere stanca delle sue impennate di carattere e dei suoi capricci. Si ribella, e di questo lui non riesce a capacitarsi. Una sera è arrivata al punto di sfogarsi – la marchesa – persino con i domestici: “È tanto meglio magiare pane e cipolla e vivere come una pezzente dalle mie parti – ha detto sentendosi umiliata da lui – piuttosto che accettare le regole di questo mondo corrotto, abitato solo da gente che fa venire la nausea. Se continua così, un giorno o l’altro, pianto tutto e torno al mio paese”. Ad Amorosi, provincia di Benevento? Ma figurarsi. È impossibile, e anche lei lo sa bene. Così il loro instabile equilibrio, inizia a sgretolarsi progressivamente, e poi va in pezzi. È il sesso, paradossalmente, il legame più forte che resiste fra di loro, l’ultimo legame che salta. La vita diventa noia, la perversione diventa vita. Annota Anna in una pagina del suo diario: “I cruciverba sono una grande distrazione per Camillo. Come occupare il tempo, altrimenti, a Zannone, nell’isola di nostra proprietà, dove passiamo quattro mesi alll’anno? Il giorno spariamo agli uccelli, ma la sera?”. Già, la sera. Per intanto questa sera, a Roma – 30 agosto 1970 – il marchese è preso da una smania quasi febbrile: non annota frasi che alludono al suo erotismo, non scrive giocoso degli avieri che ha abbordato sulla riva (godendo mentre poco dopo i due penetravano Anna sotto i suoi occhi, e annotandolo come al solito nel suo diario). Questa sera il marchese torna di nuovo ad essere Camillino: vulnerabile, infantile, decadente e geloso. E allora prende la penna e scrive: “Vorrei essere morto e sepolto. Che schifo! Che piccineria! Il voltastomaco, ecco quello che mi ha dato Anna”. Davanti agli occhi Camillino, si vede passare l’immagine di un volto che conosce bene, quello del capellone che si è messo a corteggiare sua moglie. Quello del ragazzo che all’inizio era entrato come tanti altri, su suo invito, nel triangolo monco. Ma che poi ha provato a cambiare geometria. Massimo è il primo che ha chiuso il poligono rompendo il feeling di complicità intima e innescando così un cortocircuito di sentimenti scomposti. Gli altri erano suoi alleati: lui è un suo nemico. Dentro gli occhi di Anna Camillino vede ondeggiare l’ombra del ciuffo di Massimo Minorenti l’uomo di cui sua moglie dice di essere innamorata. E allora una marea di amarezza gli risale dal fondo delle budella e tracima sui margini dell’agenda con la copertina verde: “Solo lei, con quella mentalità da minimissima borghese, poteva farmi una cosa così bugiardamente losca. Tutto quello in cui credevo è crollato. Che delusione”. Anna non è più la sua Dea inarrivabile ma – summa iniuria – una “minimissima boghese”. Il marchese si è sentito padrone finché ha scelto lui le comparse, le ha pagate di tasca sua, fin quando ha detto loro quello che dovevano fare e si è appagato nel veder eseguire il suo spartito. Lui non si è mai chiesto perché godeva nel vedere sua moglie incrociare il proprio corpo con quello di un estraneo. Mai. Ha provato il morso dell’eccitazione nel programmare, nel filmare, nel fotografare. Quando ha scattato le foto con lei che appoggia le proprie mammelle nel corrimano della sua barca e guarda in camera con un sorriso appena dischiuso ed incisivi bianchi da coniglietta, non si è chiesto perché lui goda sempre della propria assenza e si ecciti della presenza altrui. Quando ha fotografato per tre rullini Anna nuda a gambe spalancate, non si è chiesto perché sostituisca regolarmente al possesso della carne quello dell’immagine. Quando si eccita a vedere l’immagine di due uomini che vengono insieme addosso a sua moglie, non si chiede invece perché lui abbia sempre più difficoltà a venire da solo, con lei. I sessuologi diranno poi, dopo il delitto, che in questo rituale si cela una latente nota di omosessualità repressa e inconfessata. Diranno che il marchese è eccitato per gli accoppiamenti della moglie perché Camillino rivede in lei e nelle donne che ama, l’immagine della madre. E poiché quella donna per lui – anche se trasferita su un piano erotico – è come se fosse l’incarnazione di sua madre, ovviamente non può toccarla senza avvertire il tabù dell’incesto. Lui, da solo, il perimetro dei lati di quel poligono imperfetto che non si chiude mai, non lo ripercorrerà mai. Non può farlo. Non può sigillare il circuito perché lui non vede un poligono, e nemmeno un triangolo: vede lei e se stesso solo attraverso gli amanti occasionali. Ma l’interposizione – erotica e psicologica – può funzionare solo finché dall’altro lato del poligono imperfetto ci sono degli anonimi, delle comparse. Gli avieri, i soldatini, le coppie scambiste agganciate con le lettere su settimanali per soli uomini come Men. Quella sera, però, c’è qualcun altro. Quella sera Camillino vede solo una sagoma che gli è nota, vede il ciuffo di Massimo Minorenti e scopre per la prima volta il morso di una bestia che fino ad allora incredibilmente non aveva mai incontrato: La gelosia. Ed ecco il suo grido di disperazione: “Dico! Perdere la testa per un ragazzo assolutamente insignificante come Massimo, il quale, se non avesse i capelli che lo ‘camuffano’ – scrive amareggiato nell’agenda verde – sarebbe proprio zero”. Dieci giorni dopo il Marchese si spinge ancora oltre: “Anna è andata a letto per riposare, invece entro in camera da letto e la trovo che parla al telefono, dopo che ha già parlato al mattino, con quel ragazzo con la testa gonfia di capelli. Ma perché deve fare tutto di nascosto da me?”. Quella sera, Camillino, tocca il fondo della sua parabola di sofferenza, ma allo stesso tempo decide che si vuol far prestare il fucile dal marchese. Pensa di usarlo per farla finita, estinguendo, insieme al suo nome, la sua sofferenza. Quella sera quando il circuito va in tilt per sempre, i pallettoni del fucile Browning non sono uno strumento di offesa, ma l’unico modo che Camillino pensa di avere per recuperare l’intimità furtiva del legame sensuale che lo aveva unito per tanti anni a sua moglie. Quella sera le cartucce da caccia sono un disperato atto d’amore. Togliersi la vita, questa è l’idea che lo guida, mentre fa correre per l’ultima volta il pennino d’oro sulla carta, raccontando quello che gli passa per la testa. Ma quella sera Camillino dimentica che il marchese non è tipo da accettare che la grandiosità tragica dello spettacolo che ha allestito e replicato per una vita, che il finale di dramma del triangolo morboso, non può essere celebrata e conclusa dal rito rinunciatario di un suicidio. Il Marchese vuole qualcosa di più. E, in un modo o nell’altro, riuscirà ad averlo.

Ottavo capitolo. Roma 1972Annamaria non se ne è quasi accorta. Ma la dichiarazione che il suo avvocato ha consegnato all’erario è diventata il nodo scorsoio con cui viene presa al laccio la sua eredità. I beni che l’eredità dei Casati Stampa le ha consegnato sono inestimabili. Ma lei non ne conosce l’entità, sa quello che le dicono e che le scrivono. Sa, per esempio, che deve al fisco 1.278.520.000 lire. Una cifra che se da devi pagare ti pare enorme. E che è enorme, visto che lei non ha ancora realizzato di essere una delle donne più ricche d’Italia. Ma Anna non ha alle sue spalle quattro quarti di nobiltà e dei consiglieri che possano prottegerla. Anna adesso è figlia di un duplice omicido, e di una ballerina, ha perso il padre e la matrigna, vuole fuggire via dall’Italia, rifarsi una vita. È diventata maggiorenne, nel 1972, ma volontariamente decide di riaffidarsi alla sua coppia tutorale: il senatore Bergamasco e l’avvocato Previti. Per pagare quel miliardo, i suoi protettori, le indicano una strada semplice: vendere quell’antico villone di Arcore, senza valore, quella palazzina cadente che – secondo le stime che loro stessi le consegnano – vale più o meno cinquecento milioni di lire. Non basta per quietare il fisco. E allora bisogna disfarsi di qualche altro terreno privo di rilevanza. Ci sono 257 ettari di terra, a Cusago, un bel fazzolettone di terreni agricoli. Le sottopongono un accordo preliminare, già compilato in ogni dettaglio, con una società immobiliare di Milano, che si chiama Edilnord. Che poi è strana davvero, questa società: è intestata a un signore che si chiama Mauro Borsani, ed è amministrata da un altro signore che si chiama Giorgio Dall’Oglio, che passeranno negli annali dell’azienda come meteore nel cielo. L’azienda è emanazione di una finanziaria svizzera che ha un nome impronunciabile: si chiama Aktiengesellschaft fur immobilienlagen in Residenzzenntren ed è basata a Lugano. Ma nella vita, a volte, basta cambiare l’angolo di osservazione per capire tutto. Se invece di guardare le carte da bollo e i contratti cerchi negli alberi genealogici trovi la chiave. Se provi a immaginare che cosa unisce Mario Borsani e Giorgio Dall’Oglio, oltre alla lavoro, scopri che sono parenti. Non tra di loro, però. Se unisci il filo delle affinità familiari, scopri che Borsani e Dall’Oglio sono lo zio e il cognato di un giovane imprenditore che risponde al nome di Silvio Berlusconi. Che poi l’ultima stranezza è questa. Silvio Berlusconi non ha ruoli dirigenti, apparentemente, nella Edilnord. Ma quando dovrà chiudere la trattativa per i terreni e per la villa di Arcore, L’avvocato Previti, scriverà direttamente a lui: ma Cesare è perspicace, si sa. Il contratto che si chiude tra la giovane ereditiera e la finanziaria di Lugano, con il nome strano, i parenti nelle gerenze societarie, e il giovane Silvio nel ruolo di guida carismatica lo racconterà, tanti anni dopo, un giornalista. Si chiama Giovanni Ruggeri, e nella sua biografia di Silvio Berlusconi racconta: “Il pagamento della somma concordata – Lire 1.864.100.000 lire – avverrà in cinque rate annue successive, senza interessi, a partire dalla stipulazione dell’ultimo contratto di compravendita, ma la consegna dell’intero fondo e dei fabbricati soprastanti avverrà contestualmente alla stipulazione del primo contratto di compravendita. Poi – aggiunge Ruggeri – arriva la clausola più importante: la venditrice conferisce mandato alla Edilnord di “predisporre un progetto planivolumetrico o un piano di lottizzazione per l’utilizzazione edificatoria” dei terreni e “il primo contratto di compravendita verrà stipulato entro tre mesi dall’intervenuta esecutività della delibera di autorizzazione alla lottizzazione e dall’approvazione del piano volumetrico e del piano di lottizzazione”. Ti chiedi, cosa significa esattamente? Ruggeri lo spiega così: “La Edilnord acquisterà i terreni solo dopo che essi siano divenuti edificabili secondo i suoi piani speculativi. È un accordo preliminare a tutto vantaggio dell’acquirente: facendo balenare un pagamento di quasi due miliardi, la Edilnord vincola di fatto a tempo indeterminato le vastissime proprietà di Cussago senza corrispondere alla giovane ereditiera nemmeno una lira”. Si è invertita la legge aurea della compravendita. La Edilnord si piglia il cammello, prima ancora di pagare dollaro. Quarant’anni prima della cucina Scavolini di Gianfranco Fini.

I giornali: La prima storia nera a “luci rosse”

Nono capitolo. Eccolo, alla fine, il palcoscenico della celebrità che Anna ha sognato per una vita, eccolo, come un appuntamento postdatato. Ecco – mentre ancora si indaga sulla dinamica dell’omicidio – il corpo di Anna su tutti i giornali, in tutte le pose. Ecco la copertina di Men “Settimanale per soli uomini”, con lo strillo che grida: “Il diario segreto della Marchesa – Un milione di copie”, e lei in posa, a gambe divaricate. È una violenza, questa, l’ennesima subita da Camillo? Oppure il trionfo atteso per una vita, che arriva per vie impescrutabili? Ecco il settimanale scandalistico, Stop, che promette in copertina “Mille nomi nel giallo della marchesa”. In una Italia che non conosce ancora la liste nere degli scandali, le piddue e le vallettopoli che verranno, i “Mille” (nientemeno!) partner coinvolti nei giochi di coppia dei Casati Stampa. Sulla copertina di Stop, Anna appare in primo piano, con gli occhi bassi e un’aria vagamente imbronciata, una foto in bianco e nero sgranata. Per quanto possa sembrare incredibile, nella parte bassa della pagina c’è persino una foto di Pippo Baudo con una sigaretta in bocca e uno strillo che assicura: “Ma Pippo non c’entra”. Uno strano modo di scagionarlo, quello di inserirlo nella telenovela. Pippo non c’entra davvero nulla: è solo uno dei tanti nomi celebri che Anna cita nel suo rendiconto di cose lette o viste in tv. Già, perché i giornali, all’inizio titubanti, hanno visto improvvisamente lievitare le loro tirature, e adesso non si accontentano più dei brandelli di diario che scappano fuori di qui e di là, delle riproduzioni anastatiche di lettere vere o presunte, di brani autografi, di memoriali della servitù. La rilettura di questa sterminata produzione sembra una risposta per tutti coloro che in anni posteriori si lamenteranno per l’irruzione del gossip nel giornalismo. Il caso Casati Stampa è la madre di tutte le battaglie, l’irruzione del melodramma nella cronaca bianca e nera. E’ in modo consapevole che la stampa alimenta il mito di una storia che ad un tratto sembra essere la chiave di tutte le storie, un unico filo erotico che lega con la sua imbastitura tutto il jet set della classe dirigente nazionale. Ma, ovviamente, per la prima volta, sono le riviste proibite che escono dalla nicchia della clandestinità notturna, perché sono le uniche che possono permettersi di pubblicare i materiali più scabrosi: una seconda copertina di Men, con il celebre logo dei due sessi incrociati vicino alla testata, grida un titolo rosso: “Nudi!”. E aggiunge, vicino al sommario: “Le incredibili foto dei Marcehesi Casati Stampa, e dei loro ospiti illustri, scattate nell’isola segreta di Zannone, a pochi chilometri da Roma”. Anche stavolta, a parte due immaginette coperte dal bollino nero dell’autocensura all’altezza dei genitali, a dominare la copertina è una foto di Anna nuda, con gli occhialoni da sole, e i capezzoli coperti da una quadratino nero così ipocritamente succinto che più che celare sottolinea. E’ fantastico anche l’occhiello: “Esclusiva mondiale!”. Di certo c’è che, ancora una volta, in edicola va a ruba, al punto che la rivista si vede costretta a pubblicare un terzo fascicolo. Fondo nero circondato di giallo, Casati dossier numero 2, a caratteri cubitali e niente altro di più. Uno scontornato di Anna nuda, sdraiata sul divano con il collo riverso all’indietro, e due piccole pose, in alto: in una, che farà il giro del mondo, lei è tutta nuda, con una grossa cravatta dai colori sgargianti, col modo largo, che dal collo le arriva fino al pube (ma senza velarlo affatto). Nell’altra è appoggiata a una spalliera, e mostra le natiche all’obiettivo. E’ la visionarietà voyeuristica di Camillo ad aver costruito tutte queste pose. E’ la forza del delitto che fa saltare i paletti e le autocensure abituali dell’informazione. Persino un quotidiano serio come Il Corriere di Informazione (quotidiano gemello del Corriere della sera) deve gettarsi sulla preda, pubblicando le foto in negativo pur di aggirare, in qualche modo, il filtro della censura. “Venduto a 30 milioni il diario verde del marchese”, recita il titolo. Mentre una nuova lista di vip viene inserita nell’occhiello, promettendo chissà quali implicazioni. E’ un effetto-valanga, una piccola follia mediatica: “Citati fra gli altri – scrive Il Corriere – Helenio Herrera, Luciano Salce, Pierre Cardin, Ugo Tognazzi, Biki, Giorgio De Chirico”. Una sequenza immaginifica in cui si cerca di contrabbandare, ancora una volta come se fossero partner del triangolo erotico dei Casati Stampa, personaggi che hanno avuto l’unica sfortuna di entrare in qualche modo nello zibaldone della Marchesa. Ma il vero colpo grosso lo fa l’editore che riesce a mandare in edicola una ennesima “esclusiva mondiale”, il vero Diario della Marchesa Annna Casati Fallarino, corredato di ben 212 pagine e di 150 foto, sia in bianco e nero che a colori. In copertina c’è uno di quegli inconfondibili puzzle fotografici che andavano tanto di moda negli anni Settanta: Al centro un ovale con lei ancora una volta nuda, con occhiali e cappellone con nastro. Poi degli spicchi a corona intorno alla foto principale, l’ormai notissima posa di lei nuda in cravatta, un’altra di lei, ovviamente anche qui nuda, inquadrata dal basso mentre si sorregge il seno con l’avambraccio e i capelli al vento. Poi un ennesimo mezzobusto della serie nuda-con cravatta e una foto in bianco e nero con Anna e Camillo in abito da sera ad un ricevimento. Ma il bello è quello che si trova all’interno, dove l’editore si fa coraggio, pubblicando persino inquadrature genitali, una frontiera che allora era temeraria anche nelle riviste per soli adulti. Il punto non è il destino di questo libro, che brucia l’intera sua tiratura prima che sulle edicole si abbatta il sole della sera (oggi il volume è un pezzo di valore inestimabile al mercato antiquario). E nemmeno che il diario non è un vero diario, ma un insieme di brani tratti dalle lettere, e montati per fare da contraltare alle memorie di Camillo. Il punto è che il sottotitolo, “la donna dei due volti”, coglie uno dei motivi del successo. L’ambivalenza, la trasversalità: il delitto Casati Stampa unisce miseria e nobiltà, politica e costume, la cronaca e l’erotismo. In una parola: è il primo caso di cronaca nera a luci rosse. C’è qualcuno che prova ad andare controcorrente, come Remo, il macellaio romano che era stato il suo primo amore, appena Anna era arrivata dalla provincia: “Siamo stati fidanzati tre anni. Avremmo dovuto sposarci – ricorda – non se ne fece più niente. Non riesco a credere che sia finita così. I giornali parlano tutti di orge, perversioni, di cose strane che avrebbe fatto con il marchese. Io la ricordo come era allora: una ragazza semplice, capace di badare a se stessa. Io posso ricordarla solo in questo modo, e voglio dirlo a tutti, adesso che ognuno parla di lei come l’ultima delle donne. Anna non sarebbe mai diventata così – conclude l’ex fidanzato – se qualcuno non l’avesse traviata”. Dunque tutto è lineare, per lui: colpa del marchese. Eppure per il pubblico no: a far esplodere la curiosità degli italiani, di ogni sesso ed età, non è solo il corpo tornito della marchesa; non è solo la sua innegabile sensualità; non è solo la visionarietà pornografica del suo amante-fotografo, ma l’idea che per la prima volta sia ben chiara la sincreticità di un potente, sorpreso nel suo delicato confine tra pubblico e privato. Anche nella sintesi estrema delle copertine, la storia della marchesa è un romanzo che conosce un prima e un dopo, un lato pubblico integerrimo e irreprensibile, una lato privato osceno e disinibito. La Fallarino è per gli italiani la prima donna che esce da ogni cliché, per accreditare due personaggi che sono entrambi irreali, da favola: la nobile in lamè e l’erotomane pregiudicata. I giornali impazziscono, i moralisti si scandalizzano per entrambi, i puritani e gli amici vorrebbero ridurre le due figure contraddittorie a una sola, più angelicata: ma forse questa notorietà postuma, per quanto morbosa, è il vero, unico regalo che Camillino fa a sua moglie. Pensava di consacrarla a sé, e invece senza volerlo le ha regalato una ribalta pubblica di massa. Per sempre. Nono Capitolo E’ uno strano giallo a tempo, questo in cui la soluzione arriva sei anni dopo il delitto. Qui non si parla di cadaveri, però, ma di rogiti. La vendita dei terreni di Cusago e di quelli di Arcore – infatti – avviene nella primavera del 1974. Si dovrebbe dire così, ma in realtà non è così. Sono fuori dall’ordinario, infatti, tutti i presupposti delle normali transazioni, in un valzer da capogiro in cui nessuna tessera è al suo posto. Il primo è il prezzo fissato dall’avvocato Previti e dalla Edilnord per la cessione delle proprietà della Casati Stampa: viene stabilito nel preliminare, ma – incredibilmente – sarà corrisposto ben sei anni più tardi, solo nel 1980 (!). Il secondo è il compratore: che ufficialmente è la società immobiliare, ma concretamente è un singolo, Silvio Berlusconi, che prende da subito dell’immobile, e ci va addirittura ad abitare, prima che il rogito sia compiuto. Il terzo paradosso è proprio lui, l’avvocato. Ufficialmente è il legale rappresentante della marchesina, ma di lì a poco entrerà nel consiglio di amministrazione (insieme al padre) delle società del compratore. Esiste persino un’altra offerta, quella del signor Giuseppe Signorelli, rintracciato dal solito giornalista segugio, Giuseppe Ruggeri: avrebbe messo sul tavolo “600 milioni con termini di pagamento particolarmente brevi” che, come abbiamo visto, sono per sempre cento in più di quelli offerti da Edilnord. Però non c’è nulla da fare. L’8 aprile 1974 viene predisposto un ennesimo contratto a tempo, una “Convenzione di compravendita”, in cui, come si legge nel testo Anna Maria Casati offre in vendita all’Edilnord le proprietà di Arcore al prezzo di lire 750 milioni”. Come nei contratti preparati da Paperone nelle storie di Walt Disney, però, ci sono delle clausole che andrebbero lette con la lente di ingrandimento. Infatti, le teoriche modalità sono queste: “Lire 500 milioni alla stipulazione dell’atto notarile di compravendita, e lire 250 milioni entro sei mesi dalla stipulazione”. L’anomalia di questa scrittura salta subito all’occhio di chiunque abbia concordato un qualsiasi contratto. Non viene infatti fissato nessun termine entro il quale debba essere sottoscritto l’atto notarile, quello in cui viene versata la prima caparra. E di conseguenza, nemmeno uno entro cui versare la seconda caparra. Quindi Silvio Berlusconi prende possesso della villa senza saldare il conto con la Marchesina che – beffa nella beffa – continua a pagare le tasse di proprietà per un immobile che ha già smesso di essere suo. L’ultima beffa, però, è anche questa legata ad un meccanismo a tempo: quando gli atti saranno finalmente stipulati, infatti, ad Anna Maria non arriverà un solo centesimo in contanti, ma solo delle azioni in controvalore. Ottocento azioni di una delle tante società satellite del nascente impero berlusconiano. Si tratta della “Cantieri Riuniti Milanesi”, che valgono, secondo gli estensori del contratto preliminare, curato ancora una volta dall’avvocato Previti per conto dell’ereditiera, la bellezza di un miliardo e settecento milioni. La prima sorpresa arriva quando le azioni vengono convertite su ordine della Marchesina. Nessuno, infatti, vuole comprarle al valore che è stato fissato nella scrittura della fantastica “Permuta”. Alla fine, infatti, l’avvocato Previti troverà un unico acquirente disposto a comprarle. Chi? Guardacaso è la stessa “Cantieri Riuniti Milanesi Spa”. E qui viene il bello. Perchè l’operazione può riuscire solo fornendo alla società un generorissimo sconto del 50 per cento. Quindi alla fine tutta l’operazione costa al compratore “solo” 850 milioni. Tanto? Il solito, geniale Ruggeri fa un calcolo che rende bene le proporzioni: i terreni di Cusago sono costati 345 lire al metro quadro. Ma il colpo di scena giunge solo alla fine. Quanto vale, davvero, la villa? Lo si scopre quando la Cariplo offrirà in cambio della garanzia di quel contratto, un finanziamento di 7 miliardi e 300 milioni all’immobiliare Idra, l’ultima società berlusconiana che si vede intestate le proprietà. Se non è la moltiplicazione dei pani e dei pesci, poco ci manca.

Previti: La guerra con l’Espresso

Decimo capitolo. Roma, 30 agosto 1970. Alla fine il giallo del triplice delitto si chiude, come un’equazione di grado elevato che si risolve applicando il giusto algoritmo. Se c’era una cosa che aveva corso di depistare il commissario Gianfrancesco, e i giornali, era stato proprio il carteggio più o meno postumo che fin dal primo sopralluogo si era animato intorno ai cadaveri di via Puccini. Anna Fallarino, prima di andare insieme a Massimo – e contro il parere di tutti – al suo ultimo rendez-vouz con il Marchese, aveva scritto due lettere, e ne aveva consegnato una terza alla nipote. Tre scritti che, se letti tutti insieme, componevano un enigma. La prima, quella per Massimo Minorenti, era una lettera d’addio: Mio Max, ti scrivo e ti piango, mentre non so se il mio cuore esiste ancora o no. Non ti vedrò mai più, però sappi che per me non sei stato affatto un’avventura. Ti penserò, non posso dirti per sempre, ma per tanto, ancora. Cerca di crearti una vita, nel modo migliore, e sii tanto felice. Ciao mio amore, tua Anna.La seconda, altrettanto inequivocabile, era una lettera di riconciliazione inviata al marito: Caro Camillo, devi perdonarmi se ho sbagliato, ma ti prometto che chiuderò con Massimo, e torneeremo amici come prima. La terza, la lettera consegnata alla cugina Mariateresa Fiumanò, che la ragazza distrugge per timore che scoppi uno scandalo se i genitori gliela trovano, ma impara a memoria. In questa lettera c’è il racconto di un rapporto deterioratissimo, con Camillo: Mi sembra di essere diventata la peggio delle peggio mignotte. Poi, cosa ancora più delicata, rivela di aver pianificato l’incontro con il Marchese insieme a Massimo: Non sarà nemmeno necessario che apra bocca. Io parlerò, lo ricatterò, e mio marito sarà obbligato a tirar fuori i soldi. Le soluzioni potrebbero essere due. Se Camillo lo volesse, io sarei disposta a restare con lui, perchè nonostante tutto lo amo ancora e non ho mai smesso di amarlo, ma voglio liberarmi definitivamente delle sue perversioni…. La seconda, invece: Se si incaponisse e decidesse di liquidarmi definitivamente, io voglio una casa per conto mio voglio una cospicua rendita mensile, e, soprattutto, non voglio più assoggettarmi a fare quello che lui mi ordina di fare. Anna dice di aver scritto questa lettera per uno scopo preciso: Ti chiedo di conservarla, potrebbe farmi comodo, un domani, semmai dovesse servire una testimonianza scritta. Tre lettere, tre maschere, ancora una volta.Ma, come se non bastasse, sullo scrittoio di Camillo, nella stanza dove erano stati rinvenuti i tre cadaveri, c’era un’altra busta chiusa, con una lettera che – invece – era stata vergata dalla mano del Marchese. Un messaggio in cui si annunciava un suicidio: “Cara Anna, muoio perché non posso più sopportare il tuo amore per un altro uomo. Quel che faccio lo devo fare. Perdonami. E qualche volta vienimi a trovare” (tutti capiranno, leggendo con il senno di poi, che Camillo si riferisce al cimitero).Ma se Anna tornava da Camillo, e Camillo si preparava al suicidio, allora il conto di quei cadaveri non tornava: Anna era stata, forse, uccisa da Massimo? E se era così, chi aveva ucciso Minorenti, subito dopo? E se invece era stato Camillo a uccidere Massimo, perché mai il Marchese aveva sparato sulla Marchesa, visto che lei aveva scritto di voler tornare da lui?Il corpo di un uomo riverso al suolo, uno di donna fulminato con una fucilata al petto in una poltrona, un altro con il cranio scarnificato vicino alla scrivania. Il commissario Gianfrancesco fu costretto a sottoporre la giovane Annamaria al riconoscimento del cadavere del padre. Nel 1970 il commissario Gianfrancesco è convinto che nessuna squadra scientifica ti potrà mai dire quello che non sei in grado di capire da solo. E quindi decide che l’unico modo per venire a capo del triplice delitto sta nel prendere atto che lettere non erano la realtà, ma una involontaria falsificazione della realtà. Le lettere erano arrivate dopo la realtà dei fatti, non per chiarirla, casomai, ma per confonderla. E siccome nessuno può suicidarsi colpendosi da solo alle spalle, l’unico che poteva aver ucciso Massimo non poteva essere altri che il marchese. E che siccome per prima era morta Anna che era disarmata, e poi era morto Massimo, che era risultato privo di tracce, alla prova del guanto di paraffina, Camillo si era sì suicidato, come aveva promesso, ma solo dopo un duplice delitto, che il marchese nella sua lettera non aveva avuto l’ardire di ipotizzare.Quanto al movente, prima ancora di aprire l’agenda verde, c’erano milleecinquecento fotografie di una donna nuda che provavano meglio di ogni altra cosa il fondamento di un’ossessione che in ogni momento, da erotica che era, poteva farsi omicida. Dopotutto, se riuscivi a mettere a fuoco la scena, a eludere tutte le false piste suggerite da quei messaggi, il movente primo dei delitti era il più semplice e antico nella storia del mondo: la gelosia.Eppure nemmeno il commissario Gianfrancesco poteva immaginare che questa semplice concatenazione temporale sarebbe diventata oggetto di una delicatissima disputa in tribunale. Che la brillante intuizione testamentaria dell’avvocato Previti lo avrebbe portato dalla causa imbastita a nome dei Fallarino, a guadagnare il patrocinio legale della diciannovenne Annamaria Casati Stampa. Eppure, molto prima di questo singolare epilogo, la tragedia di Anna e Camillino resta, prima di tutto, una nitida e potentissima storia di amore e morte.

Undicesimo capitolo. Roma, novembre 1994. Dopo aver letto il servizio su L’Espresso, l’avvocato Cesare Previti si incazzò: “Io questo lo faccio diventare povero”. Sono passati venti anni esatti dal primo compromesso sulla villa di San Martino. Quattordici dalla vendita definitiva. La storia di quella incredibile transazione è rimasta fino ad allora poco più che una indiscrezione, un segreto conosciuto da pochi. Ma proprio quell’anno, in uno dei memorabili libri della Kaos, Gli affari privati del presidente, un giornalista milanese, Giovanni Ruggeri, ha ricostruito tutta la storia, con un poderoso corredo documentale. Tutti gli atti, tutte le lettere, tutto il carteggio fra Silvio Berlusconi, Previti, la Marchesina. Chi ha fornito le pezze d’appoggio a Ruggeri, che lavora nella redazione di un periodico della Rusconi, Oggi? Mistero. Qualcuno pensa che si tratti della stessa Annamaria Casati Stampa. Ma se è così, l’interessata sceglierà di non dire nulla di più, lasciando parlare le carte. Una che non ha mai fatto mistero della sua indignazione è la contessa Beatrice Rangoni Machiavelli, una nobile signora di rigorose tradizioni liberali, che di Annamaria è la cognata. Ancora nel 2010, in una clamorosa intervista a Claudia Fusani, la contessa ripeterà la sua verità: “È stata una doppia rapina. Consumata alle spalle di una ragazzina minorenne, choccata dalla morte del padre, fuggita dall’Italia per sfuggire alla curiosità di giornalisti e paparazzi e raggirata da quel professionista che si chiama Cesare Previti al servizio di Silvio Berlusconi”. Nel carteggio prodotto da Ruggeri ci sono dei documenti che sono a cavallo fra il grottesco e il tragico. Il più bello, forse, è un appunto firmato con carta intestata da Marcello dell’Utri e inviato all’attenzione dello stesso Previti (in quanto pro-tutore della Marchesina). L’appunto è datato 10 giugno 1976. Cioè ben quattro anni prima che la cessione della villa sia compiuta. Ma, con incredibile solerzia, la carta intestata del futuro senatore recita: “Via S. Martino – Villa S. Martino”. Ovvero: la prova esibita che Dell’Utri abita già nella villa di Arcore, di cui ha preso possesso, insieme a Berlusconi. E cosa chiede Dell’Utri? “La pregherei allora, per non far vieppiù confondere le acque, di autorizzare il passaggio della contabilità a partire dal primo maggio e di procedere a tutte quelle consegne che fossero ancora in sospeso. Il suo intervento è necessario per il disbrigo delle annose questioni. La ringrazio tanto, mentre spero di incontrarLa quanto prima (abbronzato)”. Le maiuscole e la parentesi, dedicata a una coloritura che diventerà leggenda, è dello stesso Dell’Utri.
Nel 1994, però, il servizio che innesca l’ira dell’avvocato e le macchine dei tribunali è una copertina del settimanale di via Po: “La reggia: storia di un Cavaliere furbo, di un avvocato, di una ereditiera”, titola L’Espresso. All’interno ci sono ampi brani tratti dal libro di Ruggeri. Previti non è più solo un avvocato, e Berlusconi non è più solo un imprenditore. Il primo è diventato ministro, il secondo premier. Solo due giornali si dedicheranno a questa vicenda. L’Espresso e L’Indipendente. Curiosamente Previti non querela Ruggeri per il libro, ma sia lui che i due giornali per aver ripreso le notizie.
Milano, 15 giugno 1995. Nello studio legale dell’avvocato Katia Malavenda entra un cliente che lei conosce molto bene. Fuma come un turco. Chiede assistenza legale. Invita l’avvocato a discutere a casa sua, dove vive in una stanza foderata di librerie piene di faldoni. E’ il suo archivio, ed è tutto dedicato ad un solo personaggio: Silvio Berlusconi. La Malavenda le riporta la battuta del ministro della Difesa, secondo cui lo avrebbe ridotto in miseria. Ruggeri sorride, allarga le braccia e si guarda intorno: “Non può”. La Malavenda vorrebbe evitare ogni ottimismo pre-processuale. L’atto di citazione coinvolge Ruggeri, Massimo Fini e L’Espresso: “Può, può…”. Allora Ruggeri si mette a ridere, con la sua voce roca: “Avvocato, non può per un semplice motivo. Io sono già in miseria”.
Roma, 11 novembre 1994. Per molti anni Barbara Palombelli ha abitato vicino a Cesare Previti senza conoscerlo, sfiorandolo o incrociandolo in un garage di via Cicerone ignorando che si tratti di uno dei principali collaboratori di Silvio Berlusconi. Per lei c’è l’ammonimento del garagista: “Guardi, nun me righi la Rolls, per l’amor di Dio!”. La Rolls royce è il gioiellino dell’avvocato. Un giorno Barbara Palombelli, notista politica de La Repubblica di Eugenio Scalfari, si infila nel garage di casa e ci trova dentro, solo, mentre cammina a piedi vicino alla famosa “Rolls”, quello che ha inseguito per tutto il giorno fra un palazzo e l’altro: il presidente del Consiglio. “Credimi o meno – sorride oggi – io Previti l’ho conosciuto così”. Poi, però, i rapporti sono diventati più stretti. E’ il legame che si crea fra un giornalista e un politico, che è anche una fonte. Così, quando Previti decide che bisogna replicare ai documenti di Ruggeri, sceglie la giornalista di piazza Indipendenza. E’ la prima e ultima volta (se si eccettuano due battute che finiscono in un libro di Giorgio Bocca) che l’avvocato deciderà di parlare di questa vicenda. Ed è una intervista che, letta alla luce della vicenda, pare una caccia al topo:
“Cosa risponde all’accusa di aver praticamente regalato a Berlusconi la reggia della Marchesa Casati?”.
Risposta del ministro: “Intanto risponderò con una serie di azioni legali…. E’ infatti ricostruita la vendita di una proprietà, una normale, tranquilla transazione che io ho effettuato in maniera del tutto trasparente. E nel pieno interesse del mio cliente”.
“Una cliente giovane, sola, inesperta, che accetta da Berlusconi una cifra risibile…”
“Ma la storia – protesta Previti – è del tutto diversa. Prima che entrasse in scena Berlusconi, Anna Maria Casati si presentò da me con un acquirente, uno speculatore che avrebbe massacrato e rivenduto quella proprietà. Mi sembrava che Arcore così sarebbe stata svenduta, allora proposi l’acquisto a Silvio. Lui non ne voleva sapere, come ho raccontato a Bocca. Poi si innamorò della casa e per averla pagò un prezzo più alto di quello che offrriva il cliente della marchesa…”
Eppure i 500 milioni – osserva la Palombelli – paiono un prezzo di favore…
“Eravamo nel 1974… Oggi sarebbero parecchi miliardi. Eppoi crede che nelle compravendite tutti dichiarino il valore effettivo delle propiretà?”.
Vorrebbe dire che la villa – ribatte la Palombelli – fu pagata di più?”
“Non dico nulla – replica Previti ritornando topo – facevo una osservazione banale che capiscono tutti quelli che hanno comprato o venduto un terreno… Aggiungo che in quel periodo Anna Maria ebbe spesso necessità di liquidi e SIlvio la aiutò sempre”. E qui arriva la perla.
“E – chiede la Palombelli – tutti quegli scambi di azioni e società improbabili?”
“Si tratta di normali sistemi escogitati dai commercialisti per evitare di pagare le tasse…. Non c’è nessuna truffa”.
Devono essere cambiati proprio i tempi se la linea difensiva di un ministro della Repubblica è questa.

L’epilogo: Le domande senza risposta

Dodicesimo capitolo. E adesso entrare dentro la sede di una casa editrice, La Kaos edizioni, di Milano. Per lungo tempo, è l’unica che continua a pubblicare libri su Silvio Berlusconi. Il motivo è facilmente intuibile. Durante un’inchiesta di Tiziana Parenti (non ancora traslocata in Forza Italia) la pm scopre che nel 1987 persino la casa editrice del Pci, gli Editori Riuniti, ha ricevuto un’incredibile offerta: la disponibilità all’acquisto di tutta la società, se non pubblicheranno un libro che è ancora in fase di editazione su Silvio Berlusconi: Inchiesta sul signor Tv. Gli autori sono due giornalisti che abbiamo già incontrato: Giovanni Ruggeri e Mario Guarino. I due si riveleranno due bestie nere per il Cavaliere. Quando nel 1993 Berlusconi scende in campo, i due si rivolgono proprio alla Kaos. Il marchio di fabbrica è inconfondibile: stile d’attacco, copertine ruvide, inchieste strappapelle. La specialità sono le biografie contro: Vespaio (contro Bruno Vespa), Cicciobello del potere (contro Francesco Rutelli) Geometra Cito(sul sindaco neofascista di Taranto), i libri di Pannella, i libri sul Vaticano, tanto per fare degli esempi. Dopo il libro del 1993, arrivano le prime querele che i due autori riescono a vincere. E poi altri libri che sono i primi a trattare la vicenda Casati Stampa. Li firma entrambi Ruggeri. Il primo, Gli affari del presidente, contiene tutto un capitolo dedicato alla vicenda. Lo strano paradosso è che non riceve nessuna querela.
Ma Ruggeri, invece, dopo l’intervista di Cesare Previti a Barbara Palombelli, deve affrontare un lungo procedimento giudiziario, non per quello che ha scritto nel suo libro, ma per alcuni stralci che L’Espresso ha titolato, in modo molto forzato (che in alcuni casi sono la vera causa del procedimento). Non solo la Kaos non molla, ma arriva a pubblicare un altro libro (oggi fuori commercio e quasi introvabile) sull’eredità Casati Stampa. Si tratta de La grande truffa (1998), un volume a più mani curato da dieci autori, che ripubblica il terzo capitolo degli affari del presidente, e lo integra con una miriade di documenti preziosi: le citazioni del ministro della Difesa, e la campagna di stampa condotta da Massimo Fini sull’Indipendente, all’insegna del celebre articolo: “Cari Berlusconi e Previti, siete querelanti o delinquenti?”. Un titolo geniale che verrà anche questo contestato da Previti, e per cui Fini sarà assolto, dieci anni dopo il fallimento del quotidiano.
Il colpo di scena però, arriva nel 1999, quando ai due giornalisti viene recapitata una bozza di accordo di parte previtiana-berlusconiana. L’offerta è questa: se rinunceranno alla pubblicazione dei loro libri e se si impegneranno a querelare chiunque citi le edizioni già arrivate in libreria, cesseranno tutte le ostilità. Non si tratta di una partita di poco conto. Se non altro perché i tempi dei tribunali sono lunghissimi, e i diversi gradi di appello regalano giudizi alterni. In primo grado L’Espresso e Ruggeri hanno vinto, ma come andrà l’appello?
Guarino definisce la proposta irricevibile: “Per me era una proposta cilena, negatrice di qualsiasi dignità”. Ruggeri, che aveva affrontato il grosso delle cause, proprio sul tema della Casati Stampa è preoccupatissimo. Decide di congelare la ripubblicazione presso la Kaos dei volumi contesi. È una misura di prudenza. Ma forse questi due diversi stati d’animo incrinano il legame di solidarietà tra i due autori. La risposta di Guarino è un rilancio: “Mi misi a scrivere, e pubblicai, di lì a poco, sempre con la Kaos Fratello P2 1816, il libro su un altro capitolo oscuro della storia di Berlusconi, la sua affiliazione alla loggia P2”.
Ancora la testimonianza dell’avvocato Katia Malavenda: “Sì, è vero: Ruggeri era preoccupato, cercava di muoversi con prudenza, sapeva di rischiare – non avendo patrimonio – cose serissime come il pignoramento del suo stipendio. Alla fine, ne sono sicura, non firmò nessun accordo”.
Sì, le cause possono davvero essere un poderoso strumento di deterrenza. E infatti quella che riguardava Massimo Fini si chiuse (con tempi biblici, visto che era iniziata nel 1995) nel 2008. Fini, che aveva deciso di andare fino in fondo, dopo un giudizio sfavorevole in primo grado, ricorse in appello. La sentenza della Corte d’appello di Roma arrivò l’otto settembre del 2008. Nel dispositivo si potevano leggere frasi che mettevano la parola fine anche al contenzioso aperto dalle inchieste di Ruggeri: “Il tribunale – si legge nella sentenza – offrendo una valutazione neutra, incapace di cogliere l’ispirazione e la portata denigratoria dell’articolo, si è limitato ad affermare che ‘non risulta falsa la rappresentazione della vicenda dell’acquisto della villa di San Martino e della tenuta stessa’”. Insomma, sulla vicenda di Arcore, Ruggeri non si è inventato nulla. Certo, i magistrati raccontano anche che la Casati Stampa, sentita con una rogatoria internazionale in Brasile, non ha voluto confermare nè smentire: “La deposizione resa dalla stessa, il 27 giugno 2007, presso l’ambasciata italiana di Brasilia, caratterizzata da una serie di ‘Non so’ e ‘Non ricordo’, non ha confortato e confermato in alcun modo la prospettazione accusatoria contenente nell’articolo”.
Anche alla linea difensiva di Previti sono riconosciuti dei punti a favore: non è dimostrabile che tutti i quadri contenuti nella villa siano stati liquidati insieme alla vendita, e diversi titoletti dell’articolo pubblicato da L’Espresso, (che però erano ovviamente redazioni e non certo di Ruggeri) venivano considerati forzati rispetto al contenuto e ai fatti esposti. Un altro punto decisivo dell’inchiesta di Ruggeri, il fatto che la contropartita finale della villa di Arcore fu rappresentata da alcune azioni deprezzate di una società satellite di Berlusconi, veniva confermato. Però – aggiungevano i magistrati – difetta qualsiasi prova di intervento o pressione dell’avvocato Previti per indurre la sua assistita ad accettare ‘azioni senza mercato’ in cambio della cessione dei terreni”. Ovvero: la corte riconosceva che la transazione ci fosse stata (e anche implicitamente che fosse sfavorevole all’ereditiera), ma nulla poteva provare che Previti avesse fatto pressioni per l’accettazione, oltre il suo ruolo di mediazione.
La marchesina Casati Stampa, infatti, all’epoca era ormai diventata maggiorenne. Difficilmente, però, i rapporti potevano essere quelli che lo stesso Previti aveva raccontato alla Palombelli: “Ci lasciammo con simpatia reciproca. Il nostro è stato un ottimo rapporto”. Certo, come no. Agli atti, anche se senza alcuna rilevanza processuale, restavano le cose ammesse dallo stesso avvocato: e cioè che probabilmente c’era stata una evasione fiscale (“Crede che tutti dichiarino il valore effettivo della proprietà?”), e che gli scambi di azioni erano a dir poco impropri (“Si tratta dei normali sistemi escogitati dai commercialisti per evitare di pagare troppe tasse”). Nulla di tutto questo sarebbe mai emerso senza i libri della Kaos, e senza la testardaggine dei due autori. Massimo Fini e L’Indipendente di Daniele Vimercati (assolti con formula piena) furono l’unico giornale a raccontare la storia (se si eccettua un pezzullo di poche righe de Il Corriere della Sera, che non nominava Berlusconi nei titoli): “Lo stile polemico e pungente adottato nell’articolo da Massimo Fini – si legge nella sentenza del 1998 – non può essere considerato denigratorio e lesivo della reputazione di Cesare Previti”.
Di più: “L’articolo poneva una chiara domanda di sicuro interesse pubblico, all’allora parlamentare Previti: e cioè se i fatti gravi a lui attribuiti dal Ruggeri e dall’Espresso, fossero veritieri o no, imponendosi in questo caso una risposta giudiziaria che però non era arrivata”. Questa domanda, gli stessi giornali che due quattordici anni dopo avrebbero subissato di domande Gianfranco Fini per la casa di Montecarlo, nel 1994 non se la posero. E nemmeno negli anni successivi.
Il punto interrogativo resta tale, ancora oggi, visto che – ancora oggi – da Silvio Berlusconi non ne sono mai arrivate. Forse, come ha cercato di far credere Previti, l’avvocato sudò sette camicie per convincerlo ad accettare l’affare. Sta di fatto che il premier non ha mai confermato questa tesi. Arcore è diventato un toponimo della politica gravato da un sospetto.
Dodicesimo Capitolo
Roma, 30 agosto 1970. La cosa curiosa, adesso che tutti i capitoli si sono chiusi, ora che ogni tessera è tornata al suo posto, la cosa curiosa, di quella drammatica sera d’estate – con i domestici che non vogliono aprire le porte della stanza, e gli amici di Anna e Massimo che sentono impotenti gli spari che arrivano dall’appartamento in strada – la cosa veramente stupefacente è che ognuno dei protagonisti avesse preso una decisione, e predisposto una uscita di sicurezza che poi all’ultimo momento decise di non utilizzare.
Camillino ha deciso di lasciare la sua Anna al proprio destino, ma il Marchese, proprio all’ultimo momento, sceglierà di giustiziarla. Anna ha messo nero su bianco il suo desiderio di lasciare Massimo ma poi, presa nella spirale degli eventi si ritrova assieme a lui, complice suo malgrado, fino alla morte. Massimo ha la possibilità di non accompagnare Anna all’appuntamento con il marito furente, ma fino alla fine, molto più romanticamente di come aveva vissuto, segue il destino della donna. Entrambi avevano predisposto una via di uscita minimale, che la fiamma della gelosia carbonizza nella vampata di quell’incontro furibondo, e nella violenza nitida di quelle sei rabbiose fucilate.
Dopo la morte dei marchesi Casati Stampa schiere di sessuologi e di moralisti improvvisati si affanneranno ad ipotizzare spiegazioni: il sadico è lui, perché usa i corpi dei suoi amanti per ferire lei; la sadica è lei, perché resta fino all’ultimo istante di vita la vera padrona del gioco, l’esibizionista al centro della scena, sia prima che dopo la morte; no, dicono altri, il vero opportunista è Massimo, perché approfitta dell’ingenuità di una donna che teme di invecchiare, e di un vecchio pervertito che non sa dire di no. Invece, se la rileggi spassionatamente, questa trama di scelte personali drammatiche, ti viene in mente che non sia nulla di tutto questo: i tre protagonisti, alla fine della storia, vagano nella tempesta come navi a vela prive di alberatura, vanno alla deriva in balìa degli eventi.
L’incredibile faccia a faccia a tre in via Puccini, sigillato per sempre da sei colpi di fucile da caccia, è come il giro di una mano di poker in cui i tre amanti giocano tutti con una carta coperta sotto il tavolo, ma finiscono la partita rilanciando, senza mettere sul piatto il loro punto e senza andare a vedere quello degli altri. Se ci sono dei bluff, in quella stanza, solo la morte ha avuto il privilegio di vedere. Sei colpi di carabina, un corpo di donna destinato a fissarsi nell’immaginario di una generazione, millecinquecento scatti, un diario con la copertina verde. A questa storia, puoi provare ad aggiungere o a sottrarre quello che vuoi, puoi sottrarre le attenuanti della morale o le tare del senso comune del pudore, puoi rimuovere i dettagli scabrosi e le coloriture melò. A questa storia puoi aggiungere o sottrarre quello che vuoi, ma la somma finale, e la cifra finale del dramma non cambiano: era e resta una grande storia d’amore. Un poligono di sentimenti imperfetti, un triangolo erotico con un lato che non tiene.
Quando la geometria angolare dei sentimenti prova ad incastonarsi nella nube oscura delle passioni, il cortocircuito manda in pezzi ogni equilibrio, l’unica cosa che resta sono tre cadaveri sul pavimento di via Puccini. E un fucile fumante a terra.

Annunci

2 risposte a “casati stampa: vergogne di premier e ministro”

  1. Juninho ha detto:

    Avete presente il famoso proverbio sul dito che indica la Luna? Bene: immaginiamo che il dito sia la Villa di Arcore. La Luna, invece, è l’INTERO asse ereditario dei Casati-Stampa, comprendente palazzi, appartamenti, terreni fabbricabili, un’isola intera nel Mar Tirreno, denaro liquido, titoli, quote, e molto, molto altro ancora. Il tutto, si diceva, per un totale di 400 Miliardi di lire dell’epoca (cioè parecchi miliardi di euro di oggi). La cosa che stupisce è che tutti guardino il dito (la Villa). Ma che fine ha fatto la Luna, cioè i *rimanenti* 400 miliardi?
    Della Villa sappiamo tutti che fine abbia fatto. Ma il resto? E come mai la contessina nel 1980 si trovò necessitata a “monetizzare” allo scopo di partire per il Brasile col marito? Uhm… una che avrebbe comunque ereditato tutta quella roba (anche dato per certo il “quasi scippo” della Villa) non sarebbe mai potuta finire in condizioni di necessità. A meno che… non le sia stato preso anche “tutto il resto”. Ma proprio TUTTO.
    E allora, se fosse così, si capirebbe la provenienza di tutti quei capitali affluiti a certe intraprese di edilizia residenziale, e più avanti a talune nascenti TV private: tutti denari provenienti da misteriose fiduciarie ubicate in terra elvetica. Dopotutto, per chi avesse (avuto) un papà direttore di banca, certi spostamenti di capitali sarebbero stati estremamente agevoli…
    Poveri Marchesi. Chissà in quale banca (milanese) avevano depositato una parte dei loro denari, anni prima del Delitto di Via Puccini. Chissà, chissà. Di certo la gerenza di tale istituto di credito avrebbe ben potuto stimare una parte del loro enorme patrimonio… E allora, se così fosse, certi delitti – che fino ad oggi erano considerati come omicidi-suicidi – potrebbero essere considerati qualcos’altro. Nel 1970 anche a Roma era “piccolo il Mondo”: c’era il rischio di frequentare la medesima sezione del MSI.

    P.S.: Ovviamente tutto ciò che ho scritto è frutto di fantasia, eh. Mica si potrebbe pensare diversamente… o no?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...