alemanno jr e il pestaggio del ‘branco’: tutto suo padre…

Due anni fa il figlio di Alemanno testimone di un pestaggio ‘nero’:le verità nascoste

Due giugno 2009, in un condominio della Camilluccia un pomeriggio in piscina finisce in violenza: un ragazzino dice no ai saluti romani del Blocco Studentesco, si scatena la rappresaglia e viene picchiato selvaggiamente sotto gli occhi di molti presenti, tra cui Alemanno jr. Chi soccorre la vittima dell’aggressione sporge denuncia, ma tutto viene insabbiato. Ora la vicenda ritorna a galla

di Marco Lillo e Ferruccio Sansa

La storia che Il Fatto racconta oggi risale a due anni e mezzo fa e rischia di finire sepolta negli archivi della Procura di Roma forse per la scarsa convinzione della Polizia, magari per la paura delle vittime e sicuramente per l’omertà dei testimoni. Un ragazzo di 15 anni è stato pestato selvaggiamente da una squadretta di picchiatori fascisti chiamata a difendere l’onore del Blocco Studentesco, l’organizzazione che fa proseliti nei licei e nelle università inneggiando alla Repubblica di Salò. Questa scena di selvaggia violenza vede protagonisti nella parte delle vittime o di semplici testimoni alcuni minorenni, tra i quali c’è anche il figlio del sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Al Fatto non interessa il suo ruolo ma quello del primo cittadino della Capitale, teatro con sempre maggiore frequenza di episodi di violenza a sfondo politico, spesso di matrice fascista. Alemanno dovrebbe essere in prima linea nella denuncia e nella vigilanza. Soprattutto quando episodi gravi arrivano a bussare alla porta di casa. Per questa ragione l’inchiesta tanto riservata quanto lacunosa della Polizia merita di essere raccontata anche se coinvolge dei minori. Perché maggiorenni sono i picchiatori, che incredibilmente non sono stati individuati nonostante abbiano agito sotto la luce del sole. Nonostante siano stati chiamati da un amico del figlio del sindaco e nonostante Gianni Alemanno sia stato invitato dai genitori delle vittime a fare tutto quanto era in suo potere per fare chiarezza.

E soprattutto nonostante una circostanza riferita al Fatto da un investigatore sotto garanzia di anonimato: “L’autista che ha portato via dal luogo del fatto il figlio del sindaco, che non ha avuto alcun ruolo nell’aggressione, è un poliziotto che nel tempo libero accompagna i familiari di Alemanno”. La scena madre si svolge in via della Camilluccia, tra pini secolari, comitive di ragazzini firmati dalla testa ai piedi e sedi di ambasciate protette dai mitra. E’ il 2 giugno del 2009, festa della Repubblica. Nella piscina di uno dei comprensori più belli della zona ci sono due gruppi di ragazzi. Da un lato gli amici 15 enni della famiglia Lombardo Pijola-Vitelli, lei firma di punta delMessaggero e lui primario di chirurgia del San Giovanni. Dall’altro lato della piscina c’è un gruppo di 14 enni amici di una ragazza. Si sono fatti aprire il cancello dalla mamma e si comportano da padroni anche se sono imbucati perché si sentono forti: sono vicini al Blocco Studentesco. Tra di loro c’è Alemanno jr, altri tre ragazzini e altrettante coetanee.

I piccoli imbucati si scambiano saluti romani e inneggiano al Duce innervosendo gli amici di Vitelli, in particolare un ragazzo che chiameremo Luca perché non ha mai voluto denunciare e non vuole parlare con la stampa per un legittimo timore e una certa diffidenza verso la giustizia. Nonostante sia di idee moderatamente di destra, Luca si avvicina al gruppo e intima loro di smetterla. Gli amici di Alemanno jr non ci stanno e come per chiudere la conversazione gli spiegano: “noi semo der blocco”. Quello insiste e allora, per fargli capire che non scherza, un ragazzo del gruppo di Alemanno Jr, tira fuori un tesserino dell’organizzazione. Luca gli risponde in malo modo, e quello gli promette una lezione. Non millanta. Conosce i capi del Blocco Studentesco (di cui Alemanno Jr solo nel novembre scorso a 16 anni è diventato rappresentante nel suo liceo) come Guelfo Bartalucci e Manuel Baronchelli. Qualcuno lo vede telefonare con il suo cellulare e poi intimare alla comitiva dei piccoli amici fascisti di levare le tende.

In piscina, restano solo Vitelli jr con due amiche e i tre amici, compreso il temerario Luca. A un certo punto riappaiono sulla scena i ragazzini nostalgici del Duce. Non entrano però in piscina ma – secondo le testimonianze raccolte dal Fatto – si assiepano sulla salita pubblica da dove si intravede la piscina del comprensorio. Da lì si godono la seguente scena: una decina di ragazzi più grandi e decisi entra nel residence. Mentre il gruppo di Alemanno jr resta lontano, un ragazzo grande con la barba colpisce l’incauto Luca con un pugno al volto. In un attimo in dieci sono addosso al 15enne. Luca è accasciato e lo colpiscono con il casco in faccia, e poi pugni, calci e cintate su tutto il corpo. Luca li implora: “Ormai m’avete gonfiato vi prego basta!”. Ma quelli non smettono. Un biondino è tra i più aggressivi. Lo tira su come un sacco dalla siepe e lo butta sul bordo della piscina, afferra il casco e lo colpisce ancora sulla faccia, che ormai è una maschera di sangue. “Così impari chi comanda”, una frase che gli amici di Luca interpretano come una firma del Blocco studentesco.

Carlo Vitelli sente il figlio gridare e scende di corsa in costume da bagno. Questo è il suo racconto al Fatto Quotidiano: “Sono arrivato mentre un ragazzo stava colpendo con il casco l’amico di mio figlio che era in terra con il volto insanguinato. L’ho tirato via e l’aggressore, un biondino, si è divincolato. C’erano molti ragazzi più grandi che scappavano. Dopo aver prestato il primo soccorso all’amico di mio figlio li ho inseguiti. Tutti erano a bordo di motorini ma ho visto anche una Mercedes classe A 200 della quale ho fornito alcuni numeri della targa alla Polizia. Alla guida c’era un uomo adulto”.

Questa Mercedes stranamente scompare dagli accertamenti di Polizia. Nessuno si chiede chi sia l’autista né gli occupanti della vettura. Anche l’atteggiamento delle vittime non aiuta. Luca non si fa nemmeno visitare al pronto soccorso e non presenta denuncia per timore di rappresaglie. SoloCarlo Vitelli presenta una denuncia per violazione di domicilio. Sua moglie è una firma delMessaggeroMarida Lombardo Pijola, autrice di best seller proprio sul tema del bullismo. Tre giorni dopo scrive una lettera al sindaco Alemanno (leggi il testo integrale). “In quella lettera chiedevo al sindaco”, spiega Marida Lombardo Pijola, “di trasformare un fatto bruttissimo in un momento pedagogico. Gli chiedevo di accompagnare il figlio al commissariato, come io avrei fatto con mio figlio, per fargli raccontare tutto quello che sapeva. Invece non lo ha mai fatto. Ora scopro che la denuncia di mio marito sta per essere archiviata senza che nessuno abbia identificato gli aggressori e senza che siano stati chiamati a testimoniare gli occupanti della macchina della famiglia del sindaco”.

La lettera di Marida Lombardo Pijola non è rimasta senza rsposta. Il sindaco Alemanno chiamò la giornalista due volte al telefono e le disse che la questione sarebbe stata seguita dalla moglie,Isabella Rauti, consigliere della Regione Lazio. Una settimana dopo Isabella Rauti organizzò un incontro a casa Vitelli-Lombardo Pijola al quale erano presenti i genitori del ragazzino che aveva provocato lo sconquasso, Tommaso e le famiglie di alcune ragazzine presenti. “Isabella Rauti”, spiega sempre Marida Lombardo Pijola “sottolineava la differenza tra i grandi violenti che erano arrivati dopo e i piccoli amici di suo figlio, che nulla avevano fatto. Alle mie richieste di obbligare i figli a isolare e denunciare i violenti, tutti facevano orecchie da mercante. Ricordo benissimo che c’era anche la mamma di un’amichetta che alla presenza di Isabella Rauti, diceva: ‘ma che siete matti? Pensate che quelli sono già andati sotto alla finestra di mia figlia a minacciarla perché non dica niente’ e ricordo che la signora rideva al solo pensiero di testimoniare”.

Quella ragazza, secondo quanto risulta al Fatto, poi ha testimoniato e alla Polizia ha detto che il figlio di Alemanno è andato via con lei in auto ed è sempre rimasto in macchina, anche nel momento della rissa. Tra i presenti alla riunione dei genitori c’era un signore silenzioso. Il padrone di casa Carlo Vitelli lo aveva già visto: “Gli chiesi: ‘ma lei non guidava la Mercedes quel giorno?’ e lui mi rispose di sì. Io mi indignai e gli dissi: ‘ma come? Non ha visto che la inseguivo? Perché è andato via?’ E lui mi rispose che non se ne era accorto e pensava che la festa fosse finita. A questo punto intervenne Isabella Rauti e disse: ‘lui è il mio autista’”.


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