alemanno, la destra romana e gli 007 patacca

di Rita di Gioacchino

Falsi dossier, microspie e veleni amareggiano la vita della destra romana “di lotta e di governo”.
L’ultimo a cadere nella rete è stato il sindaco Gianni Alemanno il cui staff, tra l’ottobre 2006 e il giugno 2007, è stato a lungo impegnato in una trattativa con sedicenti 007 che vantavano di essere in possesso di un dossier di 800 pagine in grado di far saltare in aria il governo Prodi, gettando fango anche su D’Alema, Fassino e altri politici del centro sinistra, coinvolti a vario titolo nelle vicende Parmalat, Telecom Serbia,
Cirio, Unipol, Bond argentini.
Da quando al vertice di Campidoglio e Lazio sono approdati esponenti della destra sociale, spesso l’un contro l’altro armati, si susseguono vicende di cimici, 007 patacca e spioni vari.
Da Storace alla Polverini, sono stati numerosi i fascicoli aperti dalla procura di Roma su vicende di “spionaggio” che hanno punteggiato i momenti più caldi. Storace fu a lungo sospettato di aver raccolto informazioni su Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo, in occasione delle Regionali del 2008.
Lui ha sempre negato, anzi ha accusato la sinistra di aver manovrato contro di lui raccogliendo firme false in favore della lista della Mussolini. Fece anche bonificare i suoi uffici dalla ditta di Niccolò Accame, un suo amico, per dimostrare di essere a sua volta spiato. Poi è stata Renata Polverini a sospettare l’esistenza di “cimici” nella sua stanza, incursioni notturne e altro, tanto da rivolgersi a una società di investigazioni private gestite dal patron della Lazio Lotito. Insomma, il ricorso a questi metodi non è nuovo, anche se il falso dossier su Prodi, D’Alema e Fassino registra un salto di qualità.
Il sindaco di Roma si è accorto in tempo della trappola: “Abbiamo portato tutto ai magistrati proprio per non far circolare il dissier”, ha detto il sindaco. Il dossier, a dire di sedicenti funzionari della Difesa, in grado di esibire non soltanto occhiali scuri e barbe finte, ma distintivi, auto di servizio con placche ministeriali e sirene, era in realtà una patacca, anche se ben costruitn cambio della quale i finti 007 chiedevano la non irrilevante somma di 70-80 milioni di dollari, una bella cifra considerata la crisi che attanagliava (e attanaglia) la Giunta capitolina.
Eppure ciò non ha fatto desistere Alemanno dal “voler approfondire il contenuto dei documenti”. Le credenziali offerte dai falsi agenti dovevano apparirgli attraenti, altrimenti i contatti non si sarebbero protratti per nove mesi, da ottobre a giugno, quando finalmente
Alemanno si è deciso a denunciare la faccenda alla Digos. Lo ha fatto attraverso la sua segretaria Giovanna Romeo, dopo un ultimo appuntamento andato vuoto in un bar sulla Nomentana, dove la donna si era presentata in compagnia del giornalista Giampaolo Pellizzaro, consulente della commissione Mitrokhin: un “esperto” di falsi dossier. Alla denuncia è seguita un’inchiesta giudiziaria, il pm Tescaroli ha contestato ai falsi 007 il reato di tentata truffa, che però non ha fugato i sospetti  sul ruolo della parte lesa.
A non convincere è il fatto che i contatti sono andati talmente avanti da stabilire non soltanto il prezzo del dossier,ma anche le modalità di pagamento, che doveva avvenire presso una banca di Montecarlo, e quelle di un falso contratto di copertura attraverso tal Andrew Murray, canadese, per la cessione di tecnologia a prezzo di forfait.
Possibile che non avessero mai visto cosa c’era scritto in quelle carte? E chi doveva pagarlo questo dossier? Convocato in aula come teste Alemanno non si è presentato, per un impegno a Brindisi con l’Anci: interrogata la Romeo che si è più volte contraddetta. Il 28 novembre toccherà al sindaco.

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