ambasciator non porta pene (ma si fotte un sacco di soldi)

L’ambasciatore guadagna più di Obama

ISPEZIONI DEL MINISTERO A NEW YORK SU CONSULENZE E CONTRATTI MA LA DIPLOMAZIA RESISTE A CRISI E POLEMICHE: FINO A 320MILA EURO NETTI DI STIPENDIO PIÙ INDENNITÀ E PREMI PER 900 PERSONE

di Thomas Mackinson

C’è grande fermento all’Istituto italiano di Cultura di New York. Sempre legato alla promozione della cultura e dell’italianità all’estero, per carità, ma per ragioni che non t’aspetti. L’istituto, tra i più prestigiosi fra gli 89 di cui il Bel-paese si fregia, è finito sotto la lente degli ispettori della Farnesina per consulenze, contratti esterni e gestione della rendicontazione del patrimonio dell’ente. L’Ambasciata d’Italia a Washington è in allarme. Da un paio di mesi contesta queste cose al padrone di casa Riccardo Viale, già presidente della Fondazione Rosselli, da due anni a capo del centro linguistico-culturale a due passi da Central Park. Gli viene rimproverato anche un palese conflitto d’interessi: a quanto pare i corsi di lingua per i connazionali si svolgono regolarmente in Istituto, ma il versamento delle quote va a beneficio di una non-profit corporation ( “The Friends of the Ici of New York”), il cui fondatore e presidente è proprio il professor Viale. A qualcuno, a questo punto, potrebbe venire in mente che non sia sufficiente il compenso da 15mila euro al mese che la Farnesina riconosce al professore in qualità di direttore di “chiara fama”, incarico di stretta nomina politica. Ma forse, si augurano a Washington, “si è trattato solo di un equivoco e tutto si sistemerà, con una lettera di scuse e rifondendo le quote all’Istituto”. Comunque sia, anche questo è un piccolo spaccato dell’italianità che viaggia nel mondo lungo le autostrade della diplomazia. Portandosi dietro una fetta del bilancio dello Stato (1,6 miliardi).

 

Ambrogio Vive e lotta insieme a noi

Un mondo a parte che non soffre i segni del tempo e della crisi. Dove ancora si respira quel “gusto italiano che conquista i suoi ospiti”, come recitava lo spot anni Ottanta col maggiordomo Ambrogio in livrea, le limousine, champagne e cioccolatini nel sontuoso ricevimento dell’ambasciatore di turno. Trent’anni dopo il mondo è cambiato radicalmente, ma per pochi fortunati la festa sembra non finire mai. Per gli ambasciatori, ad esempio, che guadagnano più dei capi di Stato dei Paesi che li ospitano. E poi consoli, ministri plenipotenziari e segretari spesati di tutto punto, con l’immunnità diplomatica e pure quella di licenziamento. Attraverso mille pressioni politiche, infatti, il personale della carriera diplomatica ha passato indenne le stagioni dei tagli lineari, della spending review e del blocco delle assunzioni nel pubblico impiego. Anche solo rimuoverli – come dimostra il caso del console fasci-rock Vattani che ha appena vinto il ricorso contro il suo stesso Ministero – sembra impossibile. Niente da fare. Loro resistono e lottano, continuando a proiettare oltre confine quel gusto italiano di casta che non ha rivali al mondo. Ambasciatori del privilegio, si potrebbe dire. La Farnesina dirà che non è vero, che anche loro hanno fatto sacrifici perché in pochi anni la dotazione del Mae è passata da 2,5 a 1,6 miliardi. A ben vedere, gli unici a pagare il prezzo del rigore sono stati i dipendenti del Ministero, ridotto in dieci anni di 1.500 unità (30%). E le “feluche”? A quanto pare nessuno le tocca: negli stessi anni sono calate di sole 69 unità, sempre per effetto di pensionamenti e spostamenti presso altri ministeri. Anche la spending review ha fatto loro un baffo. Un emendamento ad hoc alla legge di Stabilità ha fatto slittare il taglio del 20% al 31 dicembre. Mancano pochi giorni ma c’è chi scommette che non uno resterà indietro. Per contro, altri 35 “aspiranti” stanno per fare il loro debutto come segretari di legazione, l’entry level della categoria a 109mila euro lordi tra stipendio tabellare e retribuzione di posizione.

 

300 milioni per un carrozzone

Così resteranno a lungo in servizio 901 diplomatici italiani: 31 ambasciatori, 210 ministri plenipotenziari, 357 consiglieri e 303 segretari. Un piccolo esercito che costa 184 milioni di euro l’anno. Non c’è da stupirsi: un ambasciatore italiano all’estero guadagna 380mila euro lordi l’anno tra indennità di servizio (esentasse) e stipendio metropolitano (tassato) cui vanno aggiunti il 20% di maggiorazione per il coniuge, il 5% per i figli, indennità di rappresentanza e sistemazione, contributo spese per residenza e personale domestico. Più premio di risultato variabile da 50 a 80mila euro. Chi sta a Parigi, a esempio, prende 320mila euro netti, 125 mila euro di oneri di rappresentanza, 64mila per la moglie e 16mila per il figlio. A Parigi ne abbiamo altri 3: all’Unesco, all’Osce e al Consiglio d’Europa. Poi ci sono il personale dirigente, gli insegnanti, gli esperti, i “lettori” inviati nel mondo – circa 2mila persone – mandati all’estero, sempre con stipendio metropolitano e indennità di sede. Una peculiarità italiana da tempo oggetto di discussione.

Il Mae, infatti, spedisce all’estero il 54% del personale e contratta in loco (a prezzi locali e senza l’indennità) solo il 46%. Gli altri paesi fanno il contrario, la percentuale di impiegati locali oscilla tra il 60 e l’82%. Ma a noi piace pagare di più, infatti solo di indennità di sede spendiamo 311 milioni l’anno (344 dal prossimo). Capita che in giro per il mondo mandiamo autisti pagati più dei loro passeggeri. Un privilegio mal tollerato all’estero. In India, a esempio, è in corso una rivolta del personale contrattato in loco per poche centinaia di dollari per fare le stesse cose di quello mandato dall’Italia pagato sei volte di più. Per intaccare i privilegi diplomatici servirebbe una volontà politica che nessuno sembra avere. E dunque si taglia la rete estera della rappresentanza. Il piano di razionalizzazione 2012 prevede la chiusura di 13 uffici consolari e quattro sportelli. Al momento sono in corso aste per diversi immobili. Patrimonio pubblico che se ne va. E pensare che basterebbe ridurre di qualche punto percentuale le indennità, per evitare il taglio alla nostra proiezione culturale e commerciale all’estero. Qualche parlamentare l’ha proposto, restando inascoltato.

Ma l’Italia che paga gli stipendi più alti preferisce farsi più piccola, purché nessuno se ne accorga.

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