berlusconi non muore mai(?)

Quelli che già 17 anni fa lo davano per finito

 

di Giorgio Meletti

Ma sarà vero? Stiamo davvero assistendo al funerale politico di Silvio Berlusconi? Dopo 17 anni è comprensibile la reazione di chi si stropiccia gli occhi incredulo. Soprattutto i più giovani, quelli che non sanno com’è la politica senza di lui. In verità l’unica solida ragione per pensare che è finita davvero è l’inesorabile dato anagrafico, la realtà di un uomo di 75 anni evidentemente logorato, a dispetto di pervicaci, inesausti restauri quotidiani.    Non bisogna però dimenticare che il primo funerale al cavalier B. è stato celebrato già 17 anni fa, mentre il suo primo governo cadeva dopo sette mesi di andatura zoppicante. “Il suo fascino di comunicatore è ormai al tramonto”, sentenziava nell’autunno del ’94 il leader di Rifondazione comunista Armando Cossutta, senza sapere che il tramonto in corso era il suo.    In quelle settimane il giornalista economico Giuseppe Turani, su Repubblica, attribuiva a un anonimo operatore di Borsa una sentenza sprezzante: “Berlusconi? No, no, roba dell’altro ieri, ti devi aggiornare. Fuori moda, non va più. È come i pigiami di felpa, da buttare”. Pochi giorni dopo toccava all’alleato Umberto Bossi liquidare B. con un vibrante discorso alla Camera: ”Lo Stato non è lei. Dopo di lei non c’è il diluvio. Lei non è l’uomo della provvidenza, tutt’altro”. L’alleato più fedele, Gianfranco Fini, fulminava a sua volta il pensatore di Gemonio: “Bossi è politicamente finito. Morto. Bisognerà vedere se potrà durare altri due o tre mesi, ma politicamente è finito”. E a un giornalista francese, che gli chiedeva se era possibile un ritorno all’alleanza con la Lega, il lungimirante poliglotta regalava una risposta tranchant: “Jamais”. Nei primi giorni del ’95, sulle ceneri del governo Berlusconi, con il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che non voleva le elezioni, nasceva un governo tecnico guidato da un economista, Lamberto Dini, e appoggiato da un ampio schieramento parlamentare. Colpisce vedere che, dopo 17 anni, Fini tifa perché Bossi sostenga con lui il governo tecnico dell’economista Mario Monti, nascente sulle ceneri dell’esecutivo (l’ultimo?) guidato da Berlusconi. E certamente B. avrà fatto il suo tempo, ma i suoi avversari-comprimari sono gli stessi di allora.    Sei anni all’opposizione    Dal 1995 al 2001 B. è rimasto all’opposizione per sei anni, durante i quali è stato sconfitto alle elezioni del ’96 da Romano Prodi, poi ha tessuto una paziente strategia per la riconquista del potere, circondato dalla distrazione di quanti lo continuavano a dare per morto o a considerarlo ormai inoffensivo. Furono gli anni della mitica Bicamerale. Ben guardandosi dal legiferare sul conflitto d’interessi, cosa che l’Economist considerava ovvia fin dai giorni della prima “discesa in campo”, il centrosinistra al potere non trovò di meglio da fare che la mitica Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. B. fu legittimato come padre della Patria, e ringraziò facendo una lunga melina. Poi, al momento decisivo, rovesciò il tavolo, mandando in fumo le ambizioni di grandi riforme istituzionali. Mentre i politici di professione ostentavano disprezzo per il suo dilettantismo, era lui a tenere in mano il gioco. Eppure, incredibilmente, già ai primi di gennaio del 1996, quando ancora non erano convocate le elezioni che avrebbero visto la prima vittoria di Prodi, la Rai mandò in onda uno “Speciale Tg1” con il dopo Berlusconi tra gli argomenti trattati, e a discettarne c’erano tra gli altri Walter Veltroni e Vittorio Feltri, Mario Segni e Marco Taradash , Eugenio Scalfari e Claudio Martelli. Sono passati quasi sedici anni, e il drappello si è diviso tra chi ancora si interroga sul dopo Berlusconi e chi invece è costretto a riflettere sul dopo se stesso. B. stava già riorganizzando le truppe e oliando la macchina della propaganda. Schiantò il governo D’Alema con i risultati delle elezioni regionali del 2000, e ricucì pazientemente l’alleanza con Bossi, comprandosi di fatto la Lega a suon di miliardi. Neppure durante il quinquennio di governo ininterrotto (2001-2006) sono mancate le campane a morto, e spesso con toni simili a quelli di queste ore. Ecco un Enrico Letta (Margherita) edizione 2004 che già pensa a quell’amnistia politica per gli sconfitti che sta tornando di attualità in queste ore: “Nel tracollo del berlusconismo non dobbiamo condannare le espressioni del sistema politico che sono state da quella parte lì”. Ecco un Clemente Mastella della stessa epoca: ”Siamo al crepuscolo, al declino del berlusconismo”. Ci credeva anche il segretario Ds Piero Fassino, colpito da un’offerta di “dialogo” proveniente da Giulio Tremonti: “Forse è cominciato il dopo Berlusconi”. Ecco l’imprenditore Diego Della Valle che alla vigilia della politiche 2006 (nuova e prevista vittoria di Prodi), individua il nerbo della nuova classe politica a cui affidare il dopo Berlusconi : “Casini, Tremonti, Fini, Fassino, Mastella, Rutelli, Prodi e Bertinotti: perché loro fanno politica. Non si può lasciar gestire l’Italia a uno che decide come più lo diverte”.    Dopo la caduta del 2006, nuovamente hanno creduto in molti che fosse quella definitiva. E infatti anche il fedelissimo Gaetano Quagliariello dedicava un pensoso convegno della Fondazione Magna Carta al dopo Berlusconi, o meglio, più rispettosamente, al “passaggio dalla stagione del fondatore a quella dei suoi successori”. E Mastella, ministro della giustizia con Prodi, tornava a tuonare: “Berlusconi prima va a casa e meglio è per la dignità del Paese”, salvo poi far cadere il governo di centrosinistra, proporsi come alleato di B., incassare un rifiuto e andare a casa lui (ma solo provvisoriamente). A metà 2008 B. era di nuovo a Palazzo Chigi, dopo aver aggiunto Walter Veltroni ad Achille Occhetto e Francesco Rutelli nella lista dei leader sconfitti alle urne. E Veltroni reagì alla disfatta dando il tormento a Berlusconi (e a tutti gli italiani) con le sue proposte di “dialogo” e l’opposizione “all’inglese”. Ci volle il solito Economist per spiegare all’ex sindaco di Roma che la sua idea di opposizione “non appare assolutamente britannica”. Infatti Veltroni pensava di mettersi d’accordo (all’italiana) sui vertici Rai, mentre B., poche ore dopo l’insediamento, si stava già aggiustando i processi.

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