“con i mascalzoni neanche un caffè”

DALLA CHIESA, GENERALE E PARTIGIANO

La lezione etica del militare “Con i mascalzoni neanche un caffè”

di Nando dalla Chiesa

Ho incontrato un militare. Sempre lo stesso, almeno tre volte nell’ultima settimana. Ogni tanto succede di imbattersi d’improvviso nella stessa persona. “Ti parlo solo se non hai pregiudizi”, mi ha avvisato. Gli ho detto di non averne e mi ha raccontato qualcosa di sé. Non è frequente, ormai, incontrare militari, specie dopo l’abolizione della leva obbligatoria. Prima erano dappertutto, sui treni del venerdì pullulavano. Perciò l’ho ascoltato con più attenzione. E mentre parlava sentivo salire una strana sintonia, anche se capivo che non aveva le mie idee politiche. “Quelle sono sovrastrutture”, mi ha detto subito come se avesse una grande esperienza da consegnarmi, “ormai contano altre cose. Contano la lealtà, l’onestà, la responsabilità”. Gli ho obiettato che queste cose le dicono tutti, ormai anche nei corsi di etica d’impresa all’università, e che purtroppo sono inflazionate, senza valore. “Dipende dalla storia delle persone”, mi ha risposto, “un conto è dirle, certe cose, un conto è farne una scelta di vita”.

SEMBRAVA dovesse tenermi un sermoncino. Fosse stato giovane l’avrei fermato subito, ma non era giovane. “Per esempio” ha continuato, “se un poco di buono ora, mentre siamo qui, mi invita a prendermi un caffè con lui, io potrei anche infischiarmene delle mie responsabilità. Che cosa mi si potrebbe rimproverare? Uno sconosciuto mi ha offerto un caffè e io l’ho accettato, per pura e doverosa cortesia. E invece la divisa che mi vedi addosso rappresenta tutto il paese, rappresenta pure te, anche se non lo sai, anche se fai quella faccia. E quindi se il caffè lo prendo, che so, con un pregiudicato e questo lo va a dire o ci fotografano insieme, io disonoro questa divisa, il paese che rappresento e pure te”. Lo diceva senza enfasi, con naturalezza. Andava avanti e indietro come camminasse nell’aria.

Il ragionamento era un po’ estremo ma mi affascinava. Certo non la pensava come me, certo non aveva il mio linguaggio, ma mi sembrava venire da un bel pianeta. “Io penso”, aggiunse, “che il nostro guaio è che non sappiamo più dire le cose semplici. Che abbiamo bisogno di mettere in discussione tutto, anche le verità più sacre, per non mettere in discussione i nostri interessi, o per farceli sempre meglio”. Ma che razza di militare è?, mi sono domandato. Ho chiesto dove abitasse ma non me l’ha voluto dire. “Non è interessante”, ha spiegato, “è importante dove facciamo il nostro dovere. Io dove mi hanno chiamato l’ho fatto”. Ho pensato che dovesse essere uno di quei volontari che si sono fatti il Kosovo, l’Afghanistan , ma mi ha fermato subito: “Ho fatto il volontario ma non in quelle guerre, in altre”.

POI HA CONTINUATO, sorprendendomi: “Si fanno molte guerre, ma a volte per vincerle servono cose diverse da noi militari. Ti sembra strano? Occorrerebbe partire dalle scuole. Lo so che ormai lo dicono tutti; ma io lo penso da tempo. E poi occorrerebbe dare diritti veri a chi non ne ha. Se dai i diritti ai popoli le guerre non iniziano nemmeno”. L’ho guardato con curiosità. Ma in chi mi ero imbattuto, davvero? Non capivo se fosse una finzione. “Vedi che hai i pregiudizi?”. Mi è sembrato cogliere al volo il mio stupore.

La gente intorno passava e sembrava non vederlo nemmeno, guardava me parlare con lo stesso stupore con cui io ascoltavo lui. È strana la gente, ho pensato. Se c’è un politico o un magistrato o perfino un calciatore che dice queste cose si ferma e lo ascolta. Anche se le dice un giornalista o un intellettuale. Se è un militare non lo vede nemmeno. Siamo andati avanti un bel po’. Mi ha raccontato di avere studiato legge e scienze politiche, dal che ho dedotto che dovesse essere di un certo rango. Ho aggiunto per ingraziarmelo, sentendomi un po’ in colpa per avergli dato la sensazione di non credergli: be’, io insegno proprio a scienze politiche.

HA FATTO UN CENNO di interesse, ma è andato subito oltre. Ha detto di avere fatto il partigiano per tre volte e questa è stata in assoluto la frase più misteriosa di tutto l’incontro. L’avrei presa comunque per una fanfaronata se non avessi imparato nel giro di un’ora a sentire nei suoi confronti la considerazione che si prova verso una persona degna. Che vorrà dire tre volte il partigiano? Contro chi e per chi? “Sempre per l’Italia” ha scandito, come se mi leggesse nel pensiero. Ha detto a un certo punto, controllando qualcosa su un taccuino, che se ne doveva andare. Che mi aveva già dedicato molto tempo e che non viene spesso da queste parti. Che è preoccupato per le istituzioni, che bisogna tenerle al di sopra di tutto ma che per questo occorre pretendere da loro trasparenza. E responsabilità. Comportarsi come dei militari, condizione che per lui, così ho capito, è davvero il massimo. Se ne è andato facendomi dei discorsi assurdi, che ho seguito con difficoltà. Mi ha detto che è un generale dei carabinieri e che l’hanno ucciso domani a Palermo, trent’anni fa. Ha giurato che la sua è una storia italiana. Anche se qualcuno non la ricorda più.

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