da aldrovandi a cucchi: “avrebbero insabbiato le violenze”

TUTTI PESTATI DA AGENTI INFEDELI, LE FAMIGLIE DENUNCIANO: “CON LA STRETTA SULLE REGISTRAZIONI SI NASCONDONO GLI ABUSI”
di Silvia D’Onghia

Non possono lasciare da sole le famiglie”. Per Patrizia, Ilaria, Lucia e Domenica quella contro il ddl intercettazioni non è solo una battaglia di democrazia in nome della libertà di stampa. È una battaglia di verità e di giustizia. “Perché se la legge fosse già stata in vigore, io non avrei mai potuto far mandare in onda il video che mostra le percosse subìte da mio padre”, ha spiegato Domenica Ferrulli due giorni fa durante la trasmissione “In mezzora” di Lucia Annunziata. Una puntata che vedeva in studio l’avvocato Giulia Bongiorno (che ha tolto la sua firma dal ddl), e che ha fatto il 12,6 per cento di share con due milioni e 142 mila spettatori (un ottimo risultato per Rai3). In collegamento, invece, c’erano loro: mamme, sorelle, figlie di persone uccise per mano dello Stato. Le stesse che la settimana scorsa, quando è iniziata la discussione in aula, si sono presentate sotto Montecitorio con le foto atroci dei quattro cadaveri. Per dire che il divieto di pubblicare foto, registrazioni o intercettazioni salva il premier, ma uccide coloro che combattono per la giustizia.    PATRIZIA MORETTI è la mamma di Federico Aldrovandi, il 18enne pestato a morte il 25 settembre 2005 a Ferrara da quattro poliziotti, condannati in appello a tre anni e mezzo per omicidio colposo. Patrizia è stata la prima a combattere una battaglia feroce contro l’omertà. Se non fosse stato per per il blog aggiornato giorno per giorno, per la foto del corpo dilaniato di suo figlio e per il coraggio di alcuni giornalisti, la morte di Federico non avrebbe un colpevole. “Quell’immagine e le conversazioni tra i poliziotti sono state determinanti – racconta al Fatto –. In un caso di omicidio si può dire tutto e il contrario di tutto, ma poter provare cosa è accaduto fa la differenza. Noi lottiamo contro i ‘poteri forti’, se non avessimo dalla nostra l’opinione pubblica saremmo completamente soli. E chi informa l’opinione pubblica? La stampa. Nel mio caso stava per essere tutto archiviato. Chi vuole mettere il bavaglio ai giornalisti fa il proprio interesse, non quello delle persone”.    DOMENICA FERRULLI è la figlia di Michele, il facchino barese di 51 anni morto il primo luglio a Milano durante un fermo di polizia. Su richiesta dell’avvocato Fabio Anselmo (che segue tutti e quattro i casi), il pm Gaetano Ruta ha acquisito da Mediaset il video girato con un iPhone che mostra le immagini del fermo. Nel filmato si sentono le voci di alcuni cittadini romeni che potrebbero essere determinanti per lo svolgimento delle indagini. L’autopsia ha evidenziato un trauma cranico e una serie di fratture toraciche forse determinate dal massaggio cardiaco, ma ora la Procura vuole vederci chiaro. “Mio padre non era un pregiudicato , come hanno provato a dire, e voleva continuare a vivere – ha detto Domenica alla Annunziata –. Io ringrazio la stampa e i giornali”.    ILARIA CUCCHI è la sorella di Stefano, il geometra 31enne morto in ospedale a Roma il 22 ottobre 2009 dopo una settimana di agonia dovuta a un pestaggio. Sul banco degli imputati sono finiti tre agenti penitenziari e sei medici. Tra poche settimane, al Festival del Cinema di Roma, verrà presentato fuori concorso un documentario che, attraverso una serie di testimonianze, racconta la vita di Stefano, quegli ultimi giorni e una famiglia che non ha mai cercato vendetta. “Se passasse la legge – spiega Ilaria – la gente non saprebbe mai di reati molto più gravi dello spaccio di droga, per cui mio fratello fu arrestato. La verità è che vogliono fare in fretta per nascondere le loro vergogne. Le intercettazioni sono già regolamentate. Perchè non si occupano di cose più importanti ?”.    LUCIA UVA è la sorella di Giuseppe, artigiano varesino di 43 anni morto il 14 giugno 2008 dopo un fermo dei carabinieri. A processo c’è solo un medico, accusato di aver somministrato a Giuseppe, ubriaco, un farmaco ansiolitico. “È stato scritto che mio fratello era aggressivo – commenta Lucia –, ma nelle registrazioni si sentono i carabinieri parlare di una persona docile. Quando le ascolto io impazzisco, ma allo stesso tempo so che si tratta di una salvezza. La divulgazione dei nastri o delle foto è l’unica speranza che ci è rimasta”.

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