dallo ior alle stalle…

L’Ocse boccia ancora la Santa Sede

LA RIFORMA DELL’ANTIRICICLAGGIO IN BANCA NON RISPETTA LE REGOLE INTERNAZIONALI

di Vittorio Malagutti

A questo punto poco importa capire se Ettore Gotti Tedeschi è stato licenziato perchè tentava di rendere più trasparente la gestione dello Ior, una versione che in queste ore lo stesso banchiere sta cercando di accreditare. Oppure se, più banalmente, il Vaticano ha fatto fuori un proprio funzionario che ha dato cattiva prova di sè, come si capisce dalla nota stampa diffusa giovedì dalla Santa Sede. Sul piano pratico i guai veri rischiano di essere altri. Dopo mesi di veleni e dossier, adesso la storiaccia dell’allontanamento di Gotti Tedeschi, potrebbe finire per compromettere del tutto l’immagine dello Ior sul fronte internazionale. Come dire che si assottigliano sempre di più le speranze del Vaticano di essere finalmente ammessa nella cosiddetta white list, cioè l’elenco dei Paesi che rispettano norme e procedure per l’antiriciclaggio fissate a livello internazionale dall’Ocse.   Questo non è davvero un problema da poco. Le banche degli Stati che non rispettano le raccomandazioni del Gafi (il Gruppo di azione finanziaria nato sotto l’ombrello dell’Oc-se) hanno grandi difficoltà a fare affari con tutti gli istituti dei maggiori Paesi occidentali . Dopo una prima visita del novembre 2011, due mesi fa gli ispettori del Gafi erano sbarcati in Vaticano per verificare i passi avanti sulla strada della riforma.   I PIÙ OTTIMISTI speravano che il via libera dall’Ocse arrivasse già entro luglio. Passato questo esame, il governo della Santa Sede avrebbe potuto presentare la domanda per l’ammissione alla white list. Ma adesso, dopo il ribaltone al vertice dello Ior, le già scarse possibilità di una promozione sembrano svanite. Del resto già a marzo gli ispettori del Gafi, che fino al mese prossimo sarà presieduto dall’italiano Giancarlo Del Bufalo, non avevano potuto fare a meno di constatare la parziale retromarcia vaticana rispetto alla riforma varata el 2011. Da almeno tre anni, infatti, il governo guidato dal segretario di Stato Tarciso Bertone si dice pronto a mettersi in regola . E nell’aprile del 2011 era stata in effetti introdotta una nuova legge che tra l’altro istituiva l’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria presieduta dal cardinale Attilio Nicora. Tocca proprio all’Aif, tra l’altro, vigilare sulla gestione dello Ior. Il varo di queste norme aveva fatto seguito all’inchiesta penale avviata dalla procura di Roma sui bonifici per 23 milioni volati dai conti dello Ior al Credito Artigiano verso un altro conto della banca della Santa Sede aperto presso la Jp Morgan di Francoforte. Per questa vicenda i pm avevano indagato Gotti Tedeschi e il direttore generale dello Ior e Paolo Cipriani.   Solo che, a distanza di pochi mesi, il Vaticano è tornato sui suoi passi. La legge antiriciclaggio è stata rivista in modo da mettere nuovi paletti ai poteri dell’Aif, per esempio in materia di ispezioni. L’Autorità vaticana, infatti, non può accedere a informazioni su operazioni anteriori all’entrata in vigore della nuova legge. Inoltre l’indagine può partire solo in seguito alla segnalazione della banca. In altre parole, se lo Ior non chiama, l’antiriciclaggio non può entrare in azione. E’ evidente che regole di questo tipo finiscono per diminuire di gran lunga l’efficacia della legge.   E’ stato proprio un articolo del Fatto, pubblicato il 15 febbraio scorso, a rivelare che nelle segrete stanze vaticane era stato messo a punto il colpo di spugna. Il cardinale Nicora aveva inviato a Gotti Tedeschi e al segretario di Stato Bertone una nota allarmata, pubblicata dal Fatto, in cui metteva in guardia “sul rischio reputazionale” a cui poteva andare incontro la Santa Sede se le norme sull’anti-riciclaggio varate pochi mesi prima fossero state depotenziate in modo tale, tra l’altro, di impedire ogni forma di collaborazione con le autorità giudiziarie italiane.   Niente da fare. Nulla è cambiato. Gotti Tedeschi ha perso il posto. E il governo del Vaticano rischia, una volta di più, di perdere la faccia.

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