de magistris e genchi non sono telepatici: processiamoli

“Why Not”: De Magistris e Genchi a giudizio per abuso

 PROCURA E GUP DI ROMA LI ACCUSANO DI AVER ACQUISITO I TABULATI DI OTTO PARLAMENTARI SENZA L’OK DELLE CAMERE
di Rita Di Giovacchino

Senza fine. L’odissea “Why not”, già costata a Luigi De Magistrisil trasferimento a Napoli e il divieto di fare il pm inflittigli dal Csm che lo indussero a lasciare la magistratura, e a Gioacchino Genchi l’allontanamento dalla polizia un anno fa, ricomincia a Roma con un nuovo processo. Il gup Barbara Callari ha rinviato a giudizio per concorso in abuso d’ufficio il sindaco di Napoli e il consulente informatico, protagonista di tanti successi investigativi, da Tangentopoli alle stragi del 1992 e 1993, legati a quel metodo di indagine che consente di risalire dai tabulati telefonici all’intera rete di contatti per scoprire non soltanto i responsabili, ma il contesto in cui agiscono.

A mettere nei guai un’altra volta l’ex magistrato e l’ex poliziotto è stata la famosa inchiesta, aperta da De Magistris quando era pm a Catanzaro, sulla società di outsorcing di Lamezia Terme chiamata appunto “Why not”. Un’indagine partita da una denuncia che ha condotto il pm sulle tracce di un gruppo di potere politico-massonico, in grado di influenzare le scelte delle amministrazioni su finanziamenti e appalti e coinvolgente personaggi poi emersi negli scandali della cricca e della P4. De Magistris si era rivolto a Genchi e, stando all’accusa, nel 2006-2007 il consulente avrebbe acquisito “illegittimamente” i tabulati telefonici di otto parlamentari per i quali non era stata richiesta l’autorizzazione alle Camere.
In realtà, prima che De Magistris potesse farlo, per procedere alle intercettazioni, l’inchiesta gli fu tolta.

Tra gli otto ci sono Prodi, Mastella, Pisanu e Rutelli che, in qualità di presidente del Copasir, decretò che l’autorizzazione delle Camere era necessaria perché i tabulati avevano valore “rilevante”. Un processo, quello che si aprirà il 17 aprile, preceduto da una battaglia politico-giudiziaria senza esclusione di colpi. A partire dalla dichiarazione di Berlusconi che aveva accusato Genchi di aver intercettato 350 mila persone e di essere in possesso di un “archivio segreto”. “Non ho mai fatto una sola intercettazione”, si difese lui, ma nel febbraio 2009 il pm di Roma Achille Toro, non ancora travolto dallo scandalo della cricca, aprì un procedimento.
Il 13 marzo i carabinieri del Ros sequestrarono l’“archivio segreto” che in realtà conteneva soltanto numeri di telefono. Mai più restituito benché il Tribunale del Riesame avesse annullato il provvedimento per mancanza di reato. A maggio la Procura impugnò la decisione del Riesame, ma il 26 giugno la Cassazione diede ragione al Pg Eugenio Selvaggi, secondo il quale i “tabulati non violano la privacy di nessuno”. Nel frattempo i difensori di Genchi avevano sollevato una questione di legittimità costituzionale e un’eccezione di incompetenza territoriale: secondo Vodafone, il primo atto di accesso telefonico era avvenuto a Palermo. I tabulati sono scomparsi, Genchi ha perso l’incarico di vicequestore e la Procura di Roma è tornata all’attacco con due procedimenti: per il primo, su presunti accessi abusivi all’anagrafe tributaria, Genchi è già stato processato e assolto.

Sulla copertina del sua biografia (Il caso Genchi, scritto da Edoardo Montolli, edito da Aliberti) l’ex poliziotto confidava: “In Why not avevo trovato le stesse persone sulle quali indagavo per la strage di via D’Amelio, l’unica altra indagine della mia vita che non fu possibile finire”. Ma ieri non sembrava sorpreso: “Da oggi sono un imputato, mi difenderò nel processo. L’unica certezza che promana dall’ordinanza del gup è che han vinto il pm Toro, Prodi, Rutelli, Mastella… Ha vinto anche Berlusconi nel dire che si trattava del ‘più grande scandalo della Repubblica’. Il mio impegno è dimostrare ai giudici che tutti quelli che si sono coalizzati contro me e De Magistris hanno torto”.

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