finanziamento e fondazioni: i soliti politici ladri

La Fondazione An bancomat dei gerarchi

SOLDI A PIOGGIA VERSO IL PDL. RISOLTO ANCHE IL PIGNORAMENTO DI UNA CASA DI ALEMANNO
di Alessandro Ferrucci e Malcom Pagani

La segretaria della Federazione romana Patrizia Cancelli minaccia di pignorare un appartamento ad Alemanno? Nessun problema, ci pensa la Fondazione An. I parlamentari-avvocati del Pdl come Filippo Berselli battono cassa per migliaia di euro? Mani in tasca e portafogli aperto: copre sempre la Fondazione An. Manca un milioncino di euro per foraggiare le regionali del 2010? Basta chiedere.

Era generosa la Fondazione.Erogava soldi a pioggia. Cedeva in comodato d’uso quasi gratuito immobili ai giovani del Pdl (le storiche sezioni del Msi) e prestava denaro senza chiedere interessi (in spregio ai diritti degli associati) anche al partito rivale in tempi (quelli del “che fai, mi cacci?”) che avrebbero consigliato decisioni differenti. Quasi 4 milioni di euro dati senza fiatare al Pdl a marzo del 2010 e poi restituiti mesi dopo con una sorpresa. Il versamento di ritorno del partito di Silvio Berlusconi proveniva da un conto estero. Da una banca europea. Forse solo perché, in questa storia nebbiosa e fosca, non mancasse un ulteriore mistero.

Il Pdl si appoggiò finanziariamente a un istituto bancario sopranazionale nonostante “di tale movimentazione” non ci fosse traccia nel rendiconto della Fondazione di An chiuso il 31 dicembre dello stesso anno. Persino inevitabile che i fratelli di ieri, impegnati ad accoltellarsi politicamente oggi, arrivassero (dopo l’avvio della causa civile) al procedimento penale. Sulla vicenda dei 26 milioni di euro “scomparsi” dalla Fondazione di Alleanza Nazionale, nata nell’aprile 2009 dopo il congresso in cui si decise di far confluire l’eredità post-missina nel Pdl, si addensano nubi. Se ne stanno occupando in Procura a Roma, mentre lo scenario è quello del tutti contro tutti. I vecchi compagni, anzi camerati di strada come Storace, si dicono “indignati”, La Russa minimizza, Granata attacca.
Scenario di guerra. Finiani e truppe pidielline duellano per un patrimonio stimato (tra liquidi e immobili) in circa 400 milioni di euro. Denunce di appropriazioni indebite e addirittura di furti di reliquie, come quella presentata da Roberto Menia di Fli a fine 2011 in cui il capogruppo alla Camera lamentava “la sottrazione di beni custoditi nella sede di Trieste”. Il clima è pessimo e non è più tempo di conciliazioni. Sembra chiaro che la Fondazione (inizialmente in mano ai finiani, poi estromessi dai colonnelli folgorati da Berlusconi) non agisse in regime di liquidazione, ma gestisse l’esistente. Quando i due periti del tribunale di Roma si sono trovati di fronte alle migliaia di pagine prodotte dalle controparti hanno scoperto angoli interessanti. Il cambio delle governance delle società immobiliari della Fondazione, ad esempio. Un atto incongruo più utile a cambiare la composizione dei Cda e ad assumere che alla dismissione delle stesse. O l’inserimento “coatto” nei bilanci della Fondazione del 2011 della cessione dei titoli derivanti dall’eredità della contessa Anna Maria Colleoni (di cui faceva parte la casa di Montecarlo) per 365.000 euro. Peccato che la cessione fosse avvenuta un anno e mezzo prima e di alcune allegre distrazioni, la relazione sull’attività di liquidazione dell’associazione “Alleanza Nazionale”, sia piena.
Sui rendiconti c’è enorme confusione. Gli esercizi di chiusura non risultano corredati dalla necessaria (e prevista) relazione del collegio dei revisori. Quando l’aria intorno alla Fondazione si fa salata ed appare chiaro che “non siano stati soddisfatti creditori né fornitori”, il comitato dei garanti si preoccupa di dare forma definitiva al termine “liquidazione”. Reagiscono con due anni di ritardo sulle previsioni. Il 17 novembre 2011 autorizzano il neo presidente, il senatore Mugnai, a costituire la Fondazione An e a trasferire in suo favore 55 milioni (divisi tra fondo di dotazione iniziale e fondo di gestione iniziale) oltre a una serie di immobili e terreni sparsi tra Latina, Roma, Crema e Monterotondo. Un’assoluta stranezza che si lega a quella dell’inventario dei beni. In nessuna delle due occasioni in cui viene stilato (a marzo del 2009 e a novembre del 2011) si può scorgere la firma del rappresentante legale, né di alcun soggetto legittimato. E inoltre, gli inventari “non consentono la puntuale individuazione dello stato d’uso dei beni” impedendo così ai periti di accertarne l’esattezza del contenuto.
In questa vicenda, come in tutte quelle legate al finanziamento dei partiti, balla un oceano di liquidità. Quello dei tormentati eredi di Giorgio Almirante e dei figli illegittimi del Pentapartito emigrati in Forza Italia è frutto della cartolarizzazione ottenuta grazie alla Biis, la banca guidata da Mario Ciaccia, attuale sottosegretario alle infrastrutture e vice di Corrado Passera. Tradotto: Forza Italia e An nel 2008 transarono con l’istituto l’immediato pagamento dell’intero rimborso elettorale per fruire immediatamente di oltre 40 milioni di euro. Soldi per cui si litiga, come dopo ogni funerale, ferocemente, senza ombra di memoria o di pietà.
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