giorgio napolitano è intoccabile

CONSULTA TUTTO COME PREVISTO

LA CORTE : LE INTERCETTAZIONI DI NAPOLITANO ANDAVANO DISTRUTTE SUBITO. IL PROCURATORE MESSINEO: “ATTENDIAMO LE MOTIVAZIONI”

di Antonella Mascali

La Corte costituzionale ha dato ragione al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sul conflitto sollevato nei confronti della procura di Palermo. Dopo oltre 4 ore di camera di consiglio e, ci risulta, “in sostanziale concordia”, ha accolto il suo ricorso contro la procura di Palermo che, intercettando Nicola Mancino, è incappata, casualmente, in quattro conversazioni con Napolitano durante l’indagine trattativa Stato-mafia.

SECONDO la Corte “non spettava alla procura di Palermo valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica e neppure spettava di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271, 3° comma, c.p.p. e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”. Dunque, dal comunicato si comprende che secondo la Consulta i pubblici ministeri di Palermo di fronte a quelle intercettazioni casuali avrebbero dovuto andare dal giudice e chiedere l’immediata distruzione. Soprattutto non avrebbero dovuto valutare la (ir)rilevanza penale neppure per il privato cittadino Mancino, come hanno fatto, e la distruzione doveva avvenire senza il contraddittorio delle parti, previsto normalmente per garantire il diritto alla difesa. Naturalmente solo le motivazioni, attese per gennaio, potranno offrire spunti per analisi più approfondite ma sembra che la Corte abbia accolto in pieno la tesi del Quirinale, rappresentata dall’avvocatura dello Stato, secondo la quale quelle telefonate (24, 31 dicembre 2011, 13 gennaio e 6 febbraio 2012) tra il presidente e l’ormai privato cittadino Nicola Mancino, indagato a Palermo, sono “illegittime e hanno prodotto un vulnus nella riservatezza del Presidente”. Se deve essere garantita “la riservatezza assoluta delle comunicazioni del presidente”, aveva detto ieri mattina in udienza pubblica il professor Alessandro Pace, tra gli avvocati della procura, allora “il presidente della Repubblica potrebbe chiedere al presidente del Consiglio, dopo avergli illustrato i contenuti delle conversazioni intercettate, di valutare se ricorrano i presupposti previsti dalla legge sul segreto di Stato”. Una proposta, o una provocazione, a secondo dei punti di vista, che è risuonata nella sala della Consulta alla fine di un’udienza a tratti frizzante, per la tradizione austera della Corte. Gli avvocati dello Stato Michele Dipace, Antonio Palatiello e Gabriella Palmieri con una memoria integrativa hanno cambiato le carte in tavola su cosa avrebbero dovuto fare, e non hanno fatto, i pm accusati di aver violato Costituzione e leggi ordinarie. L’avvocato Dipace ha detto: “Mai è stato sostenuto che le intercettazioni dovessero essere distrutte dai pm”. Ma nel decreto del presidente della Repubblica e nella prima memoria dell’avvocatura c’è scritto così: “Non spetta alla procura omettere l’immediata distruzione delle intercettazioni telefoniche casuali del Presidente della Repubblica né spetta valutarne la irrilevanza offrendole all’udienza stralcio…”. Nei giorni scorsi, però, una nuova memoria, illustrata ieri: “Non spetta alla procura di omettere l’immediata interruzione delle intercettazioni casuali del Presidente della Repubblica, né spetta valutarne l’(ir)rilevanza offrendole all’udienza stralcio…”.

E LA CORTE ha accolto la tesi, eccetto sull’interruzione. Gli avvocati dello Stato hanno sostenuto che le intercettazioni, sia pure indirette e casuali sono illegittime perché violano il principio dell’immunità e della irresponsabilità del presidente, assoluta fino alla fine del mandato. Secondo gli avvocati della procura, Pace, Giovanni Serges e Mario Serio, invece, il Presidente è coperto da immunità solo nell’esercizio delle sue funzioni. Non è il caso di conversazioni telefoniche private e intercettate casualmente, che vanno distrutte con il contradditorio delle parti. Il professor Pace ieri mattina aveva prospettato un’ipotesi: “Se venisse intercettata casualmente una conversazione del Capo dello Stato dalle quale si evince che sta ordendo un colpo di Stato, la procura cosa dovrebbe fare? Distruggere le intercettazioni?”.

E in un passaggio della seconda memoria, gli avvocati del Quirinale sono arrivati a supporre il possibile contenuto delle conversazioni Mancino-Napolitano, mai trascritto dai pm, che hanno messo in cassaforte le registrazioni. Dopo aver ribadito che le intercettazioni sono “illegittime” hanno sostenuto che “lo sono ancora di più se, come nel caso in questione, le conversazioni siano state valutate come un contatto assolutamente lecito e, presumibilmente, preparatorio” per il “coordinamento rispetto alle diverse iniziative in corso presso varie Procure”. Ma “non spetta al presidente della Repubblica il potere di coordinamento, per di più se ne parla con un privato cittadino”, ha rilevato il professore Pace.

Ormai, però, tutto è superato dalla decisione della Corte di accogliere il ricorso del presidente Napolitano che ha sempre parlato di violazione dell’immunità prevista dalla Costituzione. E il Quirinale ha espresso “soddisfazione e rispetto” per la sentenza. Per l’Anm la Corte “ha fatto chiarezza”.

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