giudici: meridionali e scomodi

di Giancarlo Caselli

Con alcune dichiarazioni a Radio Padania l’On. Torazzi ha aperto l’ennesimo capitolo dell’eterno scontro fra politica e magistratura. Stando alle cronache, l’impavido parlamentare ha sostenuto che “la nostra magistratura è fatta tutta di ragazzi del Sud”, “qualcuno codardo, qualcuno venduto, qualcuno facilone”: in definitiva “una gruviera” che favorisce la mafia, mentre se avessimo “magistrati padani, probabilmente la mafia in Padania non esisterebbe”. Intollerabile folklore leghista? Troppo comodo liquidare così certe inconcepibili sparate. Proviamo invece a ragionare (con fatica, visti gli argomenti dell’interlocutore).
Tra giurisdizione e politica non dovrebbe esserci competizione, ma rigoroso rispetto dei rispettivi ambiti di intervento. Solo la credibilità di entrambe dà equilibrio e serenità al sistema, mentre la delegittimazione dell’una incide, inevitabilmente, anche sull’altra. Il nostro Paese, invece, è caratterizzato (ormai da oltre 15 anni) da un conflitto che sembra insanabile fra politica e giustizia. Perché questo conflitto? La risposta più ovvia (e più facilmente dimostrabile) è che serpeggia una forte tentazione a ridurre il cosiddetto primato della politica a privilegio capace di eludere o addomesticare i controlli. Il principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge non ammette eccezioni. I politici anzi, proprio a causa della delicatezza e importanza della loro funzione, dovrebbero pretendere più rigore e non invece scatenare contrasti con la magistratura per indurla a un passo indietro nei loro confronti.
Un’altra chiave di lettura potrebbe trovarsi partendo dalla constatazione che un motore importante della dialettica sociale è rappresentato dal conflitto tra padri e figli, tra incubi e succubi, tra coloro che detengono il potere e coloro che ne sono esclusi. Volendo riferirsi al mito, potremmo ricordare il complesso di Laio: il padre ha paura di essere detronizzato dal figlio, e per sentimenti complessi (intrisi di timore, gelosia e invidia) cerca di eliminarlo o quanto meno di escluderlo dalla sfera del potere. Questa metafora, grandiosa per la sua tragicità, potrebbe essere adottata anche per spiegare gli scontri fra la politica (il padre) e la giustizia (il figlio)? Riferita alle recenti proposte di riforma “epocale” della giustizia, la metafora appare particolarmente calzante. Ma i contrasti e le rissosità che caratterizzano l’atteggiamento di certi politici verso i giudici di solito non hanno nulla di grandioso.
Men che mai grandioso, appunto, è proprio l’intervento dell’On. Torazzi, che riduce il conflitto politica/magistratura a sfoggio di propaganda leghista della peggior… lega, con evidenti intolleranze che sfiorano il razzismo. Frasi sparate un tanto al chilo, ma basate sul nulla: o meglio basate su deformazioni della realtà e clamorose disinformazioni. Ritorna l’infausto “giudici ragazzini” di cossighiana memoria che si sperava sepolto definitivamente. Sono in magistratura da oltre 40 anni e posso testimoniare (l’ho già fatto una infinità di volte e qui lo ripeto) che senza il coraggio e la professionalità dei giovani magistrati, vera spina dorsale di molti uffici giudiziari, in particolare le Procure, il contrasto dell’illegalità sarebbe a zero. Quanto alla lotta alla mafia, tutti dovrebbero sapere, (anche l’On. Torazzi), che essa è affidata per legge ad uffici altamente specializzati, le Procure distrettuali antimafia, non formate da giudici giovani, perché si tratta di uffici cui accedono soltanto magistrati di particolare esperienza maturata anche con l’anzianità di servizio.
Quanto poi all’origine meridionale dei magistrati che perciò non piacciono all’On. Torazzi, l’argomento è così palesemente inconsistente che mi vergogno persino un po’ a prenderlo in considerazione. Dico solo che avendo lavorato in uffici giudiziari del Nord come del Sud (sono stato per quasi 7 anni a capo della Procura di Palermo, dove io – uomo del Nord – avevo chiesto di essere trasferito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio) ho potuto sempre e dovunque apprezzare un’infinità di magistrati “meridionali”, esemplarmente capaci di meritare da tutti considerazione e rispetto.
Ma l’argomento forte (si fa per dire) dell’On. Torazzi è quello della “gruviera”. Tutti conoscono l’interminabile elenco degli arrestati per fatti di mafia in Sicilia/Calabria/Campania/Puglia, ma anche in Piemonte/Lombardia/Liguria. È un dato di fatto che ormai da un ventennio la lotta alla mafia registra una linea continua e ininterrotta di successi (spesso formidabili) contro la cosiddetta ala militare delle mafie. E ciò senza differenze di latitudine o longitudine, trattandosi di risultati che hanno investito l’intiera Penisola. Questi successi sono ormai storia nazionale e non sarebbero stati letteralmente possibili se ci fosse anche solo una briciola di ipotetica verità nella strampalata tesi dell’On. Torazzi. Al quale però devo subito chiedere scusa, perché sto dimenticando il caposaldo del suo “pensiero”, vale a dire che “tantissimi latitanti sono stati arrestati dal ministro Maroni” (testuale, stando alle notizie di stampa), evidentemente per meriti leghisti. Ma è di tutta evidenza che si tratta di un grossolana semplificazione, certamente non gradita neppure al ministro Maroni. Perché mi risulta che ad arrestare i delinquenti siano i poliziotti e carabinieri (spessissimo… meridionali) assieme ai magistrati, non certamente i ministri. Anzi, a volte ho persino sentito dire che gli arresti avvengono non già ad opera del governo, ma nonostante il governo (per la carenza di mezzi e risorse cui sono costrette le forze dell’ordine). Si vede che l’On. Torazzi vive in un mondo tutto suo. Peccato che non sia quello reale e che siffatti “ragionamenti” siano la prova che vanno moltiplicandosi coloro che si agitano sulla scena politica urlando in modo sempre più sterilmente autoreferenziale.

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