giudici salvavita

Quando i magistrati fanno bene alla salute

GLI INTERVENTI DELLE PROCURE PER SALVARE L’AMBIENTE E IL LAVORO DALL’INQUINAMENTO

di Salvatore Cannavò

Secondo il ministro Clini, se si procede come ha fatto il gip di Taranto, Patrizia Todisco, “si mette a rischio il futuroindustriale”delPaese.Lastoria italiana dimostra il contrario e cioèchequandoimagistratisisono occupati di salute e ambiente hanno messo in sicurezza gli impianti e hanno salvaguardato la salute dei lavoratori e dei cittadini. E non è un caso che esistano figure di magistrati che rimangono nell’immaginario diffuso comesimbolidiunagiustizianecessaria. I nomi di Raffaele Guari-niello, Felice Casson, Gianfranco Amendola, quelli meno conosciuti ma molto importanti come Fiordalisi, della Procura di Lanusei in Sardegna, hanno un posto particolare nel progresso civile e democratico di un’Italia che, sul lato della politica e delle istituzioni, ha preferito chiudere un occhio e voltarsi dall’altra parte.

Nello stesso settore siderurgico, l’Ilva non è il primo caso. Negli anni 80, ad esempio, a Brescia si sono avuti i casi della Lucchini, dell’Alfa Acciai o della Ferralpi. Il primo conclusosi male per l’ambiente e i lavoratori. “Ma gli altri due, spiega al Fatto, Maurizio Zipponi che della Fiom è stato segretario proprio a Brescia, si sono conclusi con le aziende costrette a risanare e poi capaci oggi di un’efficienza produttiva che le fa macinare utili. Mentre Lucchini è fallito”. Zipponi ricorda il ruolo del magistrato Cottinelli, all’epoca in grado di competere, a positivo, con l’attività di Guari-niello.

 

MORIRE D’AMIANTO

Molto negativo, invece, è stato il caso della vicenda giudiziaria più celebre, quella della Eternit. Il 22 luglio del 2009, il procuratore Guariniello ottiene, la condanna di Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, dirigenti della multinazionale, a 16 anni di carcere e a un risarcimento considerevole delle vittime per inquinamento e dispersione nell’ambiente delle fibre di amianto. Le accuse dei lavoratori e dei loro familiari si sono moltiplicate nel corso degli anni ma ci è voluta l’inchiesta di questo coraggioso magistrato per arrivare alla verità giudiziaria e al risarcimento.

 

IL PETROLCHIMICO

Partendo dall’esposto presentato dall’operaio Gabriele Bortolozzo, il sostituto procuratore Felice Casson avvia le indagini che lo portano nel 1996 a chiedere il rinvio a giudizio di 28 dirigenti ed ex dirigenti di Montedison ed Enichem di Porto Marghera. Le accuse sono gravissime: strage, omicidio e lesioni colpose multiple per la morte di 157 operai e 103 casi di malattie; disastro colposo per inquinamento ambientale. L’inchiesta scoperchia un disastro ambientale catastrofico ai danni della Laguna di Venezia. Una realtà che durava dagli anni 70. Il processo di primo grado si conclude con l’assoluzione di tutti i 28 imputati ma nel secondo grado, nel 2004, scatta la condanna di cinque ex dirigenti Montedison per omicidio colposo anche se altri reati vengono prescritti. Una sentenza che lo stesso Casson definisce “equilibrata” perché “significa che i reati sono stati commessi”.

Il più famoso poligono militare d’Italia, a uso anche della Nato, è da tempo oggetto delle indagini del procuratore della Repubblica di Lanusei, Domenico Fiordalisi, che in solitudine ha sollevato il problema dell’inquinamento ambientale o delle corruttele compiute per nascondere il reato principale. Fiordalisi si è mosso in perfetta solitudine contro i comandi militari, osservando le pecore e gli agnelli morti, appoggiato solo da piccoli comitati anti-Nato e però, lo scorso maggio, la Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito ha dovuto scrivere che “per l’area di Salto di Quirra, si evidenzia una situazione di diffuso inquinamento ambientale, risalente nel tempo e presumibilmente riconducibile anche ad una passata sottovalutazione, da parte dei comandi”. Ora i vertici militari promettono la bonifica, che andrà verificata.

 

IL CARBONE UCCIDE

I destini dell’Enel, il cui carbone, secondo Greenpeace “fa un morto al giorno”, si incrociano con quelli di uno dei “padri” del diritto ambientale italiano, il procuratore Gianfranco Amendola, già deputato europeo per i Verdi, oggi a capo della Procura di Civitavecchia dove la centrale a carbone dell’Enel rischia la chiusura. “La teniamo d’occhio e non va abbassata la guardia” è stata l’ultima dichiarazione del magistrato. A non abbassare la guardia sono anche Giuseppe De Nozza e Myriam Iacoviello che a Brindisi hanno chiuso le indagini preliminari contro la più grande centrale a carbone d’Europa, sempre dell’Enel. L’accusa è di non aver adottato o segnalato la necessità di accorgimenti per impedire la diffusione di polveri di carbone.

Tutto questo viene descritto come un pericolo per il futuro industriale italiano. Eppure, il senso di tutto questo è chiaramente definito nella prima sentenza di sequestro dell’Ilva, quella del 26 luglio scorso, in un passaggio che vale la pena di citare perché costituisce la bussola di queste inchieste: “La nostra Carta Costituzionale – scrive il Gip – prevede una serie di diritti che hanno una caratteristica costante e cioè quella di una possibile comprimibilità nell’ipotesi in cui si scontrano con altri diritti ugualmente riconosciuti e tutelati (…); tuttavia il diritto che non accetta contemperamenti o compressioni di sorta è il diritto alla vita e quindi alla salute”. Il ministro Clini dovrebbe rispondere a questo.

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