gli stupratori (anche loro…) in carcere non ci vanno

Stupro di gruppo, carcere non obbligatorio
LE DONNE CONTRO IL GIUDIZIO DELLA CASSAZIONE,
SENZA DISTINZIONI POLITICHE: “DECISIONE ABERRANTE”

di Stefano Caselli

Una decisione in punta di diritto, come si addice alla Corte di Cassazione che è giudice di legittimità e garante della corretta e uniforme applicazione del diritto che però, dato il tema delicatissimo su cui interviene, non mancherà di scatenare (come già scatena) furiose reazioni.

Secondo i giudici della Terza sezione, infatti, in caso di violenza sessuale “di gruppo” il carcere non è (più) la sola misura preventiva obbligatoria.

La Cassazione, nello specifico, ha annullato una sentenza del Tribunale del Riesame di Roma che, ha negato la scarcerazione di due giovani accusati di stupro ai danni di una ragazza del frusinate, sulla base del decreto legge 11/2009, “Misure urgenti in tema di sicurezza pubblica e contrasto alla violenza sessuale”. Al pari di quanto avviene per i reati di mafia, infatti, il decreto stabilisce l’obbligatorietà della custodia cautelare in carcere quando vi siano “gravi indizi di colpevolezza” in caso di violenza sessuale. Sul decreto, però, è intervenuta nel luglio 2010 la Corte Costituzionale, ritenendo (sentenza n. 265 del 2010) le norme anti-violenza sessuale in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena).

In pratica, secondo la Consulta, è necessario consentire l’applicazione di misure alternative al carcere anche per un probabile colpevole di stupro “nell’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici in relazione al caso concreto da cui risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure”. La Corte di Cassazione, in pratica, ha ritenuto di dover ricordare al giudice di sorveglianza (che dovrà riesaminare la richiesta di scarcerazione) la possibilità di attenersi ai principi interpretativi della Consulta anche in caso di violenza sessuale “di gruppo”, assimilabile al reato di violenza sessuale e “atti sessuali su minorenni” presi in considerazione dalla Corte Costituzionale.

Una decisione in punta di diritto – appunto – ma oltre la punta c’è la bufera, perché la legge ha un’anima e – al di là della questione carcere obbligatorio, carcere facoltativo – è assai difficile persuadere chiunque che intervenire con particolare durezza contro il reato di violenza sessuale possa essere giuridicamente illegittimo: “È un ennesimo passo indietro – dichiara il presidente di Telefono rosa Gabrielle Moscatelli – dove a rimetterci è la parte più debole ossia le donne vittime di violenza. Vogliamo ricordare che questo reato bestiale segna per sempre la vita di una donna e che ci batteremo in ogni modo perché ci sia un cambio di rotta della giustizia italiana”. L’ex ministro Mara Carfagna, che del decreto del 2009 fu promotrice, critica duramente la decisione della Corte di Cassazione: “Una sentenza impossibile da condividere – dichiara l’esponente del Pdl – contro le donne, che manda un messaggio sbagliato. Le aggravanti per i reati di violenza sessuale furono introdotte proprio per evitare lo scempio della condanna senza un giorno di carcere per chi commette un reato grave come questo. Il Parlamento aveva voluto condividere un messaggio chiaro: tolleranza zero contro la violenza sulle donne, che non è un reato di serie B”. D’accordo anche il suo predecessore al ministero, Barbara Pollastrini: “Una sentenza lacerante – dichiara – che fa discutere. Perché da una parte si intuiscono le ragioni legate agli articoli della Costituzione, dall’altra si finisce per stridere innanzi a un reato disumano e annichilente. Il punto non è volersi vendicare, ma poter avere fiducia che si compia sino in fondo giustizia. Leggerò con attenzione la sentenza della Corte ma, ora, il mio pensiero va a quella giovane donna e insieme a lei alle altre che sono state offese e violate”. L’avvocato Giulia Bongiorno (Fli) aggiunge: “Una decisione non condivisibile, vengono equiparate la violenza del singolo quella di gruppo. Il ruolo della donna ne viene avvilito e non è un discorso fuori dal tempo perchè è sintomo di discriminazione”.

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