il nano si ricandida: i suoi ridono, l’europa trema

A GRANDE RICHIESTA

Pdl a picco, Berlusconi pronto a ricandidarsi Rotondi: “Perché, se n’è mai andato?”

di Fabrizio d’Esposito

La battuta, captata in un capannello del Pdl a Montecitorio, è perfida: “Aumentano a due i comici per le prossime elezioni”. Uno è Grillo, l’altro Berlusconi. La notizia che B. si ricandida (o si ricandiderebbe) a premier non plana proprio su un bosco di braccia tese nell’universo della destra. Ma senza sorpresa.

Le sensazioni nella pancia dell’ex partito dell’amore sono un fritto misto: paura, scetticismo, rassegnazione, ignavia. La sintesi è obbligata: Berlusconi torna perché non ci sono alternative per sopravvivere. Che poi il Cavaliere lavori per la riduzione del danno (almeno un centinaio di deputati al prossimo giro) o addirittura per vincere questo è un problema che si aprirà più avanti, in autunno, quando sarà chiaro il tipo di legge elettorale che sostituirà il Porcellum. Senza, impossibile fare previsioni. L’ex ministro Gianfranco Rotondi, in pieno Transatlantico, allarga le braccia, sorride e analizza: “Tornato? Diciamo che non se n’è mai andato”. La verità, come al solito, sta nel mezzo. Berlusconi aveva solo sospeso, dalla primavera scorsa, le decisioni sul suo futuro, che ancora coincide al cento per cento con quello del centrodestra. La prima scelta è stata di non mettere la faccia sulle amministrative, in previsione di una sconfitta evidente. E così è toccato al segretario Angelino Alfano, delfino spiaggiato per sempre, intestarsi la catastrofe elettorale a fronte del boom grillino.

Da quel momento in poi Berlusconi ha avuto un’oscillazione tra due poli opposti. Da un lato la tentazione movimentista, per imitare il Movimento 5 Stelle. Il Cavaliere si è messo studiare, affascinato, il fenomeno. Di qui il tormento-ne delle liste civiche che ha aggiunto altre macerie e tensioni e polemiche a quel che resta del Pdl. Alla fine, però, il risultato non è stato quello sperato: le liste Santanchè o Sgarbi non sfondano secondo i sondaggi commissionati settimana per settimana. Roba da un, due, massimo tre cento. Lo spacchettamento del Pdl potrebbe dare un risultato persino peggiore di quello di un solo partito.

DALL’ALTRO lato, invece, B. ha trattato con Monti e coltivato il suo spirito grancoalizionista, frenando le spinte dei falchi. Su questo versante, il tentativo è stato di far nascere una confederazione dei moderati per recuperare l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Ma i centristi non si sono mai fidati del finto passo indietro di Berlusconi: nemmeno quando è stato invocato l’arrivo di Luca di Montezemolo come candidato-premier del nuovo centrodestra. Anche perché, lo stesso Montezemolo ha detto di no e il progetto si è impantanato nelle tattiche di Palazzo. Sono questi i due Berlusconi che hanno tenuto in ansia per mesi il Pdl.

E così, sette giorni fa, Berlusconi si è trovato sulla scrivania di Palazzo Grazioli la seguente combinazione: fallimento di Alfano alla guida del partito, no di Casini e di Montezemolo, flop potenziale delle liste civiche. Che fare? Compulsare i sondaggi, ovviamente. Con Alfano il Pdl rischia una deriva tragica, dal 10 a al 6 per cento, e senza il valore aggiunto delle liste civiche. Un disastro. Le ricerche affidate all’amica Ghisleri si sono basate su alcuni test, a intervalli più o meno regolari. Il primo è stato quello sull’uscita anti-euro. Positivo. Poi c’è stata la svolta di Fiuggi, davanti ai giovani del partito. Lì, la prima avvisaglia, il 22 giugno. Sul palco con lui, Annagrazia Calabria.

Berlusconi sembrava in vena di amarcord, da padre nobile o allenatore della squadra del futuro. Invece sgancia un siluro contro Alfano (con cui qualche mese prima aveva presentato la novità epocale del presidenzialismo): “Se mi date il 51 per cento, ritorno”. Anche in questo caso il test è stato positivo. Forse in maniera fin troppo generosa: B. avrebbe fatto guadagnare almeno due punti in pochi giorni al Pdl.

I dati che circolano variano dal 18 al 30 per cento, a patto che il Cavaliere non si ritiri e si ripresenti per Palazzo Chigi. In realtà, un Pdl con B. vale il 15 per cento. Dati comunque in risalita . Una spiegazione l’ha fornita lui stesso ad alcuni fedelissimi: “Noi abbiamo illuso gli italiani perché eravamo noi ad essere illusi. Ma adesso possiamo farcela di nuovo. Nella gente sta passando il messaggio che la crisi di oggi non è più colpa mia. Anzi, molti si stanno convincendo del contrario. Monti mette le tasse perché hanno cacciato me”. Una riflessione che apre un dubbio decisivo: ammesso che si candiderà davvero, che campagna elettorale farà? Movimentista o filomontiana per le larghe intese come chiede, per esempio, il Foglio di Giuliano Ferrara che invita B. a non fare il cazzone Masaniello?

TROPPO PRESTO per dirlo. Alla combinazione di queste ore (notizia della ricandidatura sul Corriere della Sera e conferma di Alfano) ci sarà per il momento un solo seguito: il cambio del nome del Pdl, con una manifestazione. Forse entro l’estate, forse dopo. Dipende sempre dai sondaggi. Stavolta da quelli che misureranno il test di questi giorni. Al di là delle dichiarazioni di circostanza, quello che è certo è che ieri si è celebrato il funerale di Alfano. Tantissime le battute contro di lui. Una su tutte: “Alfano si era illuso di fare il segretario del partito, doveva fare invece il segretario di Berlusconi”. Altro che primarie. Discorso chiuso. Magari sarà riabilitato a metà in un ticket potenziale nel ruolo da vice, ma avanza l’idea di una donna (la Santanchè si è già autocandidata)

Nel Pdl, un riflesso pavloviano di questo ritorno è in una scena di riavvicinamento ieri a Montecitorio. Su un divanetto i finiani Bocchino e Briguglio. In piedi Ignazio La Russa. Interviene anche Cicchitto che dice: “Possiamo fare una foto, per la serie: come eravamo”. Bocchino lo corregge: “Una foto di come saremo, caro Fabrizio”. Un clima scherzoso. Nonostante il ritorno di B. Oppure grazie al ritorno di B. Il dilemma è questo.

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