il parlamento dei banditi

Schifani: “Riforma indispensabile sennò Grillo va all’80%”

COSÌ IL PRESIDENTE DEL SENATO SULLA LEGGE ELETTORALE. IL COMICO: “COLPO DI STATO”

di Sara Nicoli

Un presidente del Senato che invoca una legge elettorale per fermare una forza politica in ascesa: è quanto è successo ieri, quando Renato Schifani, scherzando con Fiorello, ha detto esattamente che la commissione Affari Costituzionali del Senato sta lavorando alla nuova legge elettorale nell’ottica (anche) di frenare Grillo. “La riforma – ecco le parole di Schifani – e’ indispensabile se no altrochè Grillo al 30%, va all’80%; l’antipolitica rischia di dilagare se non diamo risposte agli italiani”. Un’ammissione di “colpa” che ha reso ancora più evidente la trama dietro il lavorìo delle forze politiche in Senato: approvare una legge che non garantisce la governabilità, che costringe al Monti bis e che “isola” Grillo. Se, invece, le cose dovessero “andare male” e si arrivasse ad una modifica onorevole del Porcellum, casomai sposando la proposta fatta dal politologo D’Alimonte (premio al 40% e premiolino al primo partito al 10%) allora sarebbero pronte le truppe del Cavaliere alla Camera per rimettere tutto in discussione, affossando le preferenze con il voto segreto; 40 deputati, guidati da Calderisi, hanno già dato il loro placet, si attende solo di conoscere il volere della Lega.

IL PIATTO della truffa elettorale sta per essere servito, ma la scivolata di Schifani non è stata gradita. E non solo nel Palazzo. Grillo ne ha colto il senso e ha sparato alzo zero. “E ora – ha scritto – di fronte al colpo di Stato del cambiamento della legge elettorale in corsa e al tetto del 42,5% per il premio di maggioranza per impedire a tavolino la possibile vittoria del M5S e replicare il Monti bis, la Ue tace. Chissa’ forse ci fara’ una multa per divieto di sosta a Montecitorio” . L’ironia, di certo, non sminuisce la portata della ragione dell’ormai ex comico. Nel suo mirino la commissione europea, che ha sancito nel 2003 che “gli elementi fondamentali del diritto elettorale non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione. C’è del marcio a Bruxelles”.

In questo caso, non solo lì. Anche a Bersani, la situazione che si sta profilando non piace: “Non uso le parole di Grillo, ma questa legge non piace neanche a noi; il 42,5% è una vetta irraggiungibile”. Basterebbe ricordare che quella legge che sancì il premio di maggioranza al 50,1% fu chiamata “legge truffa” (era il 1953) ma le intenzioni dell’epoca non erano le stesse di oggi; si cercava (male) stabilità, non un Monti bis a forza. Un rischio che anche Fini fa finta di non vedere: “Dite a Grillo che non c’è nessun colpo di Stato”. Sembra qualcosa di più strisciante. Ieri, gli sherpa Pdl e Pd, Denis Verdini e Maurizio Migliavacca, si sono sentiti sulla proposta lanciata dal politologo Roberto D’Alimonte: un tetto al 40% alla coalizione e un premio più piccolo del 10% al primo partito. In questo modo, sostengono i democratici che l’ hanno fatta propria, si arriverebbe quantomeno a rendere la prima forza politica il perno di una maggioranza capace di governare. Solo che il Pdl proprio non ne vuole sapere. Le indicazioni di Berlusconi sono chiare: togliere dal tavolo le preferenze e non fare alcuna concessione al Pd. Al Cavaliere sta benissimo l’idea di continuare a contare all’interno di una grande coalizione, ma deve assolutamente liberarsi delle preferenze: i nomi da eleggere nella sua lista degli imprenditori li vuol scegliere lui. E le sue “amazzoni”, con le preferenze sarebbero inevitabilmente condannate all’oblio, mentre rientrerebbero in scena i Gasparri e i La Russa, ancora capaci di portare voti propri alla causa della rielezione.

ECCO PERCHÈ sarebbe pronta l’eventuale imboscata: all’arrivo alla Camera, la legge sarebbe affossata con il voto segreto sulle preferenze. Un passo fondamentale per Berlusconi per non perdere il controllo diretto sugli eletti del partito. Per questo ha dato mandato a Verdini di non trattare neppure sul “premiolino” del 10%. Lo spettro del Cavaliere è che possa persino succedere, come è avvenuto in Sicilia, che il primo partito sia Grillo, dunque meglio non rischiare. Al massimo, si può concedere un 6% di premio al partito, un fatto dirimente: significa fare la differenza tra un centrosinistra potenzialmente autonomo (con il 10) e un Monti bis obbligato (con il 6). Il secondo è il sogno ad occhi aperti dell’Udc. E del Quirinale. Ieri Pasquale Cascella, portavoce di Napolitano, ha risposto via Twitter a D’Alimonte: “L’obbiettivo è rimuovere l’anomalia costituzionale del Porcellum segnalata dalla Consulta già nella sentenza n.16 del 2008”. Il “come” può avere il senso di un golpe, come dice Grillo. La Nazione, tanto, porterà pazienza.

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