la buffonata infinita

La Buffonata Infinita

di Sara NIcoli

Facce tirate, parole gravi, sguardi preoccupati. Tra il capo dello Stato e il governatore Mario Draghi quello di ieri non è stato certo un colloquio di piacere. Sul piatto la necessità di ridare credibilità internazionale all’Italia anche attraverso misure diverse da quelle contenute nella manovra che sta per essere licenziata dalla Camera (con un’altra fiducia, la 50esima). Napolitano ha invocato passi avanti nel segno della crescita, ma a Palazzo Chigi e a via XX settembre pensano a tutt’altro. Lo sanno anche Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che lo strappo che si è consumato venerdì alla Bce e le misere previsioni di crescita del Pil italiano non lasciano scampo. E, infatti, il cantiere di una nuova manovra (la quarta da luglio), da 28/30 miliardi per rimettere in carreggiata i conti del 2011 e correggere il deficit nel 2012 è già stato aperto da giorni, anche se ufficialmente si nega l’esistenza di qualsiasi nuovo progetto di intervento sui conti pubblici “per non destabilizzare i mercati”.
Senza questi aggiustamenti il pareggio di bilancio nel 2013 diventa una pura dichiarazione d’intenti, destinata a infrangersi contro lo scoglio della stagnazione e l’alto costo del debito pubblico. Nell’attesa di capire chi deciderà le prossime misure anti­crisi, dai cassetti dei tecnici del Tesoro sono rispuntate, come per incanto, nuove proposte di tagli e tasse. Sarà una stangata pesante: nuovo ritocco all’Iva, beni dello Stato in vendita da subito e, soprattutto, addio per sempre alle pensioni di anzianità. Si parla di un nuovo maxi-decreto, casomai in due tempi, ma comunque da mandare alle stampe entro la fine di ottobre. Anche perché i conti che il governo ha fatto per questa manovra non sono tornati. È stata infatti prevista una crescita del Pil dell’1,1% nel 2011 e dell’1,4% nel 2012: numeri scritti sull’acqua perché le stime più aggiornate parlano di una crescita dello 0,6­0,7% quest’anno e addirittura dello 0,5 l’anno prossimo. In pratica, l’Italia si perderà per strada un punto e mezzo di Pil, peggiorando così il deficit e costringendo il governo a camminare in salita. Tanto vale, dunque, incidere subito, anche perché quasi 10 miliardi serviranno entro dicembre per raddrizzare i conti del 2011.
Altro che misure per la crescita, invocate da Napolitano. In caso di vero tracollo, con le Borse sempre in subbuglio, il governo – sostengono informalmente alcuni tecnici del Tesoro – sarà costretto ad aumentare di un altro punto l’aliquota ordinaria dell’Iva dal 21 al 22 per cento (la soglia massima europea è del 23), ricavando così altri 4 miliardi, ma la trovata dell’ultima ora è stata quella di intervenire anche sull’aliquota agevolata del 10 per cento (sui beni di prima necessità) che può consentire di ricavare altri 2 miliardi, se l’aumento sarà di un punto. Le accise su benzina, sigarette e altri beni di consumo sono un’altra scorta fiscale preziosa, in grado di garantire altri 1­2 miliardi l’anno anche con ritocchi di un punto percentuale. Ma la batosta fiscale non si fermerà qui. Si torna, infatti, a parlare di un contributo di solidarietà più consistente del 3% e della famigerata patrimoniale sui ricchi. A questo punto, i tagli agli enti locali saranno confermati. E quindi Regioni e Comuni scaricheranno sui cittadini i costi dei servizi sotto forma di addizionali locali Irpef e Irap, come del resto è loro consentito dal federalismo fiscale.
Un quadro a cui, però, manca ancora il tassello più importante: le pensioni. Si favoleggia che Berlusconi sia pronto a incontrare il leader della Lega Umberto Bossi già nei prossimi giorni per convincerlo a mollare sulle pensioni di anzianità; una vera sfida all’Ok Corral. Perché la stretta che hanno previsto gli uomini di Tremonti prevede due possibilità. La più leggera (che troverebbe sponda anche in una parte della Lega) è quella di rispolverare l’ex “scalone Maroni” (62 anni d’età e 35 anni di contributi) nel 2012 per arrivare nel 2015 a “quota 100” (65 anni di età e 35 di contributi o meno di 65 anni con più contributi). In questo modo, sarà impossibile andare in pensione prima di 60 anni e, rispetto ai requisiti, bisognerà comunque calcolare un anno in più (18 mesi per gli autonomi) per effetto delle finestre scorrevoli. In caso di emergenza (ecco il piano B) gli interventi potrebbero essere più drastici; qualcuno, a via XX settembre, ha persino fatto balenare l’ipotesi del blocco totale delle uscite fino al pareggio di bilancio: una misura che riguarderebbe circa 250 mila lavoratori l’anno con un risparmio di 2,5 miliardi.
Alla fine del blocco, si andrebbe in pensione con i requisiti della “quota 100” in modo da scaglionare le uscite di coloro che sono rimasti al lavoro più a lungo. In ultimo, i “gioielli di famiglia” i beni dello Stato messi in vendita; ce n’è per 400 miliardi, ma chi – oggi in Italia – è in grado di comprare subito?

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