la mafia non esiste…

Cari tecnici, questa è una guerra

di Peter Gomez

Un gelido, ma salutare bagno di realismo. Ecco cosa rappresentano i blitz antimafia e anticorruzione di Milano e Brescia, con il corollario di politici calabresi e lombardi ladri, di magistrati collusi e di rifiuti tossici utilizzati per pavimentare le nuove autostrade della cosiddetta Padania. Da Nord a Sud, un pezzo importante del Paese è marcio. E, di fatto, è quello che è al potere quasi ovunque, dai partiti agli ordini professionali, dalle pubbliche amministrazioni alle società controllate dallo Stato.

Pensare che con le dimissioni di Silvio Berlusconi, il peggior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, l’Italia si sia finalmente avviata sulla strada del risanamento, è da ingenui. Questa era e resta Gomorra. La corruzione continua a costare ai contribuenti 80 miliardi l’anno, le mafie continuano a fatturarne almeno 150. Il nuovo governo dei professori, se davvero vorrà tenere fede alle promesse “rigore ed equità” del premier Mario Monti (al quale, fino a prova contraria, crediamo), dovrà passare anche da qui. Istituendo la confisca obbligatoria dei beni dei corrotti, il monitoraggio dei patrimoni dei dipendenti pubblici, facendo finalmente ratificare le convenzioni internazionali sul traffico d’influenze: il reato, non ancora previsto dal codice, che più spesso commette la nostra classe dirigente mettendosi al servizio di imprese e/o cosche.

Proprio ieri, tra i nomi dei tanti politici milanesi in rapporti con il clan Lampada, dalle carte ne è saltato fuori uno noto alle cronache: un ex assessore provinciale assolto appena 15 giorni fa, su richiesta del pm, proprio perché la legge non permetteva di punire le sue relazioni con gli Strangio. Monti però dovrà fare anche di più e di meglio. Dovrà spingere alle dimissioni il suo neo-sottosegretario alla Difesa, l’ex manager del gruppo Ligresti Filippo Milone. Un condannato per reati contro la Pubblica amministrazione nell’esecutivo che deve cercare di salvare il Paese non è solo un esempio sbagliato. È un insulto agli italiani. Che nella loro maggioranza, ricordiamocelo tutti, restano onesti. E l’equità non la pretendono: la meritano.

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