la truffa delle pillole

LA TRUFFA DELLE PILLOLE

Menarini, chiuse le indagini: prezzi dei farmaci gonfiati, 860 milioni “rubati” allo Stato. Le manovre del senatore Pdl Cursi

di Sara Frangini

Da una parte c’è il senatore che pensa all’emendamento da presentare in Commissione Industria. Dall’altra la società farmaceutica Menarini che in cambio commissiona una fornitura di libri d’arte alla casa editrice della moglie del politico-amico. In altre parole, corruzione. È quanto contestano al senatore Cesare Cursi – già sottosegretario alla Salute e presidente della Commissione Industria – i magistrati della Procura di Firenze che ieri hanno notificato gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari a carico di 14 persone, tra cui il patron della casa farmaceutica Alberto Aleotti. L’inchiesta ha portato alla luce un raggiro da 860 milioni di euro in danno del Servizio sanitario nazionale. Il business da capogiro , secondo l’accusa, è stato incentrato per ben 20 anni sui prezzi dei farmaci “gonfiati” dalla Menarini, che avrebbe usato oltre 130 società offshore per far lievitare i costi dei principi attivi anche fino all’80%.    I libri e l’affare in famiglia    Per i sostituti procuratori fiorentini Luca Turco, Ettore Squillace Greco e Giuseppina Mione, il parlamentare avrebbe favorito l’azienda amica presentando a maggio 2009 un emendamento in Senato e asservendo così “la propria funzione pubblica di parlamentare agli interessi del gruppo Menarini”. L’emendamento in questione, caso vuole, serviva a modificare il testo sulle “disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese”. Alla fine venne respinto, ma fruttò lo stesso: alla moglie, secondo i magistrati, arrivò una commessa per una ricca fornitura di monografie sul “Bronzino”. Libri per 164 mila euro. L’impegno di Cursi a far passare l’emendamento, però, ci fu eccome. Per la Procura “concordava con gli Aleotti le strategie di azione” e sarebbe perfino intervenuto nell’interesse della famiglia fiorentina “presso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, quest’ultimo direttamente contattato dagli stessi Aleotti anche tramite la defunta Maria Angiolillo”. Il reato di corruzione è contestato a Cursi in concorso con Aleotti – accusato anche di truffa – e la figlia Lucia, che dovrà rispondere pure di riciclaggio. Sempre il riciclaggio è contestato al figlio Alberto Giovanni e ad altre otto persone: Giovanni Cresci, Licia Proietti, Roberto Verga, Roberto Noseda, Paolo Realini, Simona Quadri, Pier Franco Riva e Kai heung Leung. Figure chiave che collaboravano direttamente con gli Aleotti, stando alle accuse, gestendo i soldi e gli affari delle società fittizie. Molte società erano “utilizzate per sovrafatturare i costi delle materie prime” e per poter “allocare i profitti illeciti così prodotti, attività essenziale per il riciclaggio e reinvestimento”. Dopotutto Aleotti negli anni ha allargato il suo cerchio, facendo affari in mezzo mondo. Con la filiale italiana della multinazionale Bristol Myers Squibb, Meiji Seika Pharma International, Astra Zeneca Ab e Fujisawa Pharmaceuticals. Aziende che, si scopre adesso, “fornivano i principi attivi – come si legge nell’avviso di conclusione delle indagini – consentendo l’interposizione di letterbox companies, società fittizie riferibili all’indagato”.    La Menarini subisce quindi un nuovo scossone con la chiusura dell’inchiesta che ha avuto una svolta notevole dopo la scoperta , e il sequestro, di migliaia di fatture, documenti e appunti ritrovati in un ufficio segreto di Lugano. Carteggi che hanno raccontato molto. Hanno contribuito a spiegare come siano stati gonfiati i costi dei principi attivi e come siano stati commercializzati i farmaci.    Le società offshore    Ma soprattutto dove transitavano i soldi, come venivano spostati tra i 900 conti correnti aperti in vari Paesi esteri e riferibili ad offshore sparse un po’ ovunque, dall’Irlanda a Panama, passando per le Isole Vergini e arrivando in Lussemburgo. Società, queste, nate esclusivamente per “mascherare i reali costi” attraverso fatture per forniture inesistenti con lo scopo di aumentarne i costi, e “sdoganare” così quel prezzo, attraverso l’inserimento successivo nel Prontuario farmaceutico nazionale. Il meccanismo è valso per moltissimi principi attivi arrivati in Italia, al centro delle produzioni di Menarini e Bms (risulta indagato anche il suo presidente, Guido Porporati) come Pravastatina, Fosinopril, Prolina, Captopril, Aztreonam, Omeprazolo, Cefixime e Miocamicina. E secondo i magistrati l’escamotage ha letteralmente “indotto in errore” il Comitato interministeriale prezzi e il ministero della Sanità che rilasciavano, appunto, l’autorizzazione al commercio. Per uno dei difensori dell’azienda, l’avvocato Roberto Cordeiro Guerra, la chiusura delle indagini “segna l’abbandono di accuse, come l’illecita importazione di prodotti dalla Cina , rispetto alle quali è emersa l’assoluta correttezza di Menarini”. Ma anche dell’altro. “L’accusa di una truffa durata vent’anni e protrattasi fino a oggi – spiega il legale – è, oltre che infondata, normativamente insostenibile”. Qualcosa di fondato però c’è stato. Perché la Menarini, il rischio di commissariamento lo ha scongiurato dopo una transazione record, la più elevata mai avvenuta in Italia. La Procura infatti revocò la richiesta a seguito del pagamento all’Agenzia delle Entrate, da parte degli Aleotti, di quasi 372 milioni. Soldi dati a parziale reintegro del danno causato allo Stato dall’azienda, mentre Aleotti aveva chiuso già il suo conto con il Fisco il 29 giugno scrivendo la parola fine alla sua vertenza personale sulla base di 324 milioni.

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