“le regalo fassino”

“Le regalo Fassino”

di Gianni Barbacetto

Silvio Berlusconi non può essere prosciolto, come aveva chiesto la Procura di Milano. Il pm deve formulare nei suoi confronti, entro dieci giorni, l’imputazione di divulgazione di notizia coperta da segreto. Così ha deciso il giudice per le indagini preliminari Stefania Donadeo, che ha impresso una svolta al caso della pubblicazione sul Giornale della telefonata intercettata e ancora segreta tra l’allora segretario Ds Piero Fassino e il presidente di Unipol Gianni Consorte. E indagato deve essere anche Maurizio Belpietro, allora direttore responsabile del Giornale, per il reato di non aver impedito che, attraverso la pubblicazione di quella intercettazione, fosse commesso un reato.
Il caso è quello del piccolo Watergate italiano. A partire dal 27 dicembre 2005, sul Giornale (di proprietà della famiglia del presidente del Consiglio) viene raccontata la vicenda della telefonata in cui Fassino chiede a Consorte: “Allora, siamo padroni di una banca?”. Gli articoli sul tema, firmati da Gianluigi Nuzzi, proseguono il 29, 30 e 31 dicembre 2005 e poi il 2 gennaio 2006. Il 31 dicembre il quotidiano titola in prima pagina: “Fassino a Consorte: Siamo padroni di Bnl?”. La conversazione intercettata era avvenuta nel luglio di quell’anno, con Unipol impegnata nella scalata alla Banca nazionale del lavoro. Era l’estate dei “furbetti del quartierino”, delle scalate simultanee a Banca Antonveneta, Bnl e Corriere della Sera. Da quella intercettazione, su cui il Giornale imbastisce una sapiente campagna politica, gli italiani vengono a sapere che c’erano anche “furbetti rossi”. È l’inizio di un silenzioso bradisismo: il centrosinistra, nei sondaggi avanti di una decina di punti rispetto al centrodestra, comincia a perdere consensi (anche per effetto, in verità, di una campagna elettorale disseminata di errori); e nell’aprile 2006 vince, ma di un soffio. L’anno seguente, comincia a emergere la vera storia di come quella intercettazione fosse finita sul Giornale. A raccontarlo è un milanese di 60 anni, grande amico e socio in affari di Paolo Berlusconi: Fabrizio Favata. Rivela di aver portato lui ad Arcore, il 24 dicembre 2005, un singolare regalo di Natale: la “chiavetta” elettronica con l’intercettazione, che non era ancora stata trascritta e dunque non era a disposizione neppure dei magistrati. Assieme a lui, arriva ad Arcore anche Roberto Raffaelli, titolare della Rcs, l’azienda che aveva realizzato le intercettazioni per conto della Procura di Milano. Voleva compiacere il presidente del Consiglio, per avere in cambio un aiuto per sviluppare i suoi affari in Romania. E per questo paga a Paolo Berlusconi, a rate mensili, ben 560 mila euro. Favata racconta, ma chiede soldi, sul filo del ricatto. Finché viene arrestato con l’accusa di aver estorto 300 mila euro a Raffaelli. La vicenda finisce con sentenze di patteggiamento per Raffaelli e per un suo collaboratore, Eugenio Petessi. Con una condanna in rito abbreviato per Favata. E un rinvio a giudizio per Paolo Berlusconi, sotto processo dal 4 ottobre. Il pm Maurizio Romanelli, però, ha chiesto di prosciogliere il fratello Silvio, ritenendo di non avere elementi sufficienti per affrontare un dibattimento. Ora il gip gli impone invece l’imputazione coatta. “Destinatario dell’intercettazione coperta da segreto non era Paolo, bensì Silvio Berlusconi”, scrive il giudice. È a lui che Raffaelli si rivolge per avere “un sostegno nella realizzazione del progetto Rcs in Romania”.
La telefonata è “solo un regalo per Silvio Berlusconi nella speranza di essere adeguatamente ricambiato”. Tanto che Paolo, “pur avendo avuto conoscenza delle conversazioni coperte da segreto almeno tre mesi prima, avendole ascoltate già alla fine di settembre, non ne dispone la pubblicazione se non dopo, e immediatamente dopo, averla fatta ascoltare al fratello”. La pubblicazione non nasce dunque da desiderio di scoop giornalistico: “Unico interessato alla pubblicazione della notizia riguardante un avversario politico era proprio il destinatario del regalo, Silvio Berlusconi, stante l’approssimarsi delle elezioni politiche. Tale notizia avrebbe leso, così come è stato, l’immagine di Fassino”. Il gip non ha dubbi: “Proprio la condotta tenuta da Silvio Berlusconi nella sua abitazione la sera del 24 dicembre 2005 e il dato storico dell’avvenuta pubblicazione nei giorni immediatamente successivi costituiscono circostanze di fatto comprovanti il suo concorso nella pubblicazione. Berlusconi Silvio ascolta la conversazione e la sua reazione davanti alla rivelazione, da parte di un incaricato di pubblico servizio, di una notizia coperta da segreto d’ufficio non è di disapprovazione, bensì di compiacimento e di riconoscenza”. Il premier, dunque, sia processato anche per il piccolo Watergate italiano. Come se non avesse già abbastanza guai, da Milano, da Roma, da Napoli, da Bari…

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