mani pulite e il ventennio di minkiate

VENT’ANNI DI STUPIDAGGINI SU MANI PULITE
Perché molti partiti e intellettuali non accettano la giustizia

Nel 2000 Marco Travaglio pubblicò il “Manuale del perfetto impunito. Come delinquere e vivere felici” (ed. Garzanti). Nella prefazione, di cui pubblichiamo ampi stralci, Massimo Fini metteva alla berlina ”le infinite truffe linguistiche, i sofismi, i paralogismi, le invenzioni, le falsità, le menzogne con cui, a partire dall’arresto di Mario Chiesa, una variopinta compagnia di politici, di intellettuali, di giornalisti, di giuristi, qualche volta di sinistra, molto più spesso di destra, ha cercato di delegittimare le inchieste della magistratura”. Parole che sembrano scritte oggi.

di Massimo Fini

Naturalmente la fairy band non ce l’ha, per carità, con tutta la magistratura, ma solo con “certe procure”, peccato che siano regolarmente quelle che indagano su lorsignori, sui colletti bianchi, sui “ladri in guanti gialli”, sui tangentisti, sui corrotti, insomma sugli esponenti della classe politica e

dirigente. Si levano alti elogi alle “procure che lavorano sodo e in silenzio”, ma basta che una di queste si svegli dal letargo e metta sotto inchiesta un cardinale che subito viene precipitata nel girone delle “toghe rosse” (…).

Si costruisce la leggenda di una “rivoluzione giudiziaria” che non è mai esistita – non ci può essere alcuna rivoluzione quando i giudici applicano la legge, semmai si tratta di un atto di conservazione – per poter poi dire che i magistrati esercitano una “indebita supplenza” della politica. Si sono inventate di sana pianta categorie giuridiche mai prese in considerazione da alcun Codice Penale, come l’“accanimento giudiziario” e la “modica quantità” di falsi in bilancio. A corto di argomenti, si è gridato che le inchieste di Mani Pulite danneggiavano l’economia italiana e l’immagine del nostro Paese nel mondo. (…) Si è arrivati a ipotizzare che “i comportamenti previsti dalla legge come reati cessano di esserlo se la coscienza morale dominante non li considera tali” (Tremonti). È la logica con cui un tempo, in Sicilia, si legittimava il “delitto d’onore”. Seguendola si dovrebbero abolire oggi tutti i reati fiscali. Ma su questa strada ci si è spinti anche oltre: la punibilità o meno di un cittadino dipenderebbe dal consenso che ha o non ha presso l’opinione pubblica (Angelo Panebianco, fra gli altri).

I reati non sono più tali a seconda della tipologia dei fatti, ma dei loro autori. Resta da chiarire come debba essere quantificato questo consenso: ci vogliono gli 8 milioni di voti di Berlusconi o ne bastano 4, o 2, o uno? Il bello è che, come nota Travaglio, queste tesi inaudite vengono sostenute proprio da coloro che più strillano contro la “giustizia di piazza” e il “giacobinismo”, come il molto commendevole prof. Panebianco. I magistrati hanno sempre torto. Se incarcerano (i colletti bianchi) perché incarcerano, se scarcerano (i poveri cristi) perché scarcerano. Se il gip manda avanti l’inchiesta, è “appiattito sul pm”; se non lo fa, il pm è un mascalzone. Se una Corte d’appello riforma la sentenza di un tribunale non significa che sta funzionando il sistema delle garanzie, ma che i giudici di primo grado sono autori di un “complotto” (altra parola magica e taumaturgica della band). Se la magistratura colpisce un uomo politico quando è in declino, è maramalda; se lo inquisisce quando è sulla cresta dell’onda, fa “giustizia politica” (…).

Si è sostenuto, soprattutto da Gianni Baget Bozzo, ma non solo, che in Italia ci sarebbe stata una “guerra civile” e che bisogna quindi arrivare alla “pacificazione nazionale”. Cioè gli italiani che hanno rispettato le leggi dovrebbero “pacificarsi” con quelli che le hanno violate, con i ladri, i tangentisti, i taglieggiatori, i rackettari, i concussori, i corrotti, i corruttori, con coloro che han lucrato sui cimiteri, sui malati, sugli aiuti al terzo mondo, pagato i giudici per aggiustare sentenze, truffato orfanelle.

Si è affermato che Mani Pulite ha colpito “solo alcuni e non altri” senza considerare che qualsiasi topo d’appartamento, preso con le mani nel sacco dal poliziotto, può dire la stessa cosa: “Perché te la prendi proprio con me, quando in questo momento altri cento stanno facendo quel che faccio io?”. Ma la truffa linguistica e logica che fa da suggello a tutte le altre, e le completa, è la formula “bisogna uscire da Tangentopoli” (con un’amnistia o un indulto). Perché non significa niente o l’esatto contrario di ciò che vuol fare intendere. Forse che, amnistiando gli stupratori, usciamo da Stupropoli? I mafiosi da Mafiopoli? I ladri da Ladropoli?(…)

Per decenni la classe politica e dirigente italiana si è completamente disinteressata della giustizia. Finché erano i cittadini qualunque a essere stritolati da una macchina giudiziaria farraginosa e bizantina – la cui inefficienza è da imputare molto più al legislatore, cioè a quella stessa classe politica, che all’insipienza dei magistrati – tutto andava bene, anche la carcerazione preventiva di 4, 8, 10 anni.

Anzi erano proprio molti di coloro che oggi, a destra, si sono scoperti “garantisti” a sostenere la legittimità e la necessità di un simile sconcio (penso, fra i tanti altri, al caso di Pietro Valpreda, l’anarchico accusato della strage di Piazza Fontana, tenuto per quattro anni in galera senza processo fra il plauso dei giornali della borghesia imprenditora). Ma è bastato che alcuni indagati “eccellenti” patissero custodie cautelari di un paio di settimane perché si gridasse allo scandalo, alle “manette facili” e si scoprisse l’“emergenza giustizia”. È nato quindi un “garantismo” caciarone, confusionario, peloso e strumentale, che tutto ha a cuore tranne il buon funzionamento della giustizia. Se l’avesse, si sarebbe focalizzato sul problema dei problemi, l’abnorme lunghezza dei processi, da cui dipendono quasi tutti gli altri: dalla durata, altrettanto abnorme, delle carcerazioni preventive all’impossibilità di tutelare, col segreto istruttorio, l’onorabilità delle persone coinvolte a qualsiasi titolo in un procedimento penale. Se, come avviene in Gran Bretagna, le istruttorie, quando c’è un imputato detenuto, durano mediamente dai 28 ai 32 giorni (a seconda della diversa composizione del Giurì, e quindi della diversa gravità del reato), anche la custodia cautelare non può durare di più. (…)

Farsi un mese di carcere da innocenti è un brutto incidente, ma superabile, soprattutto se il processo segue subito dopo e al cittadino viene restituita in tempi ragionevoli la propria onorabilità sociale. Farsi carcerazioni preventive di mesi, anni, lustri è invece la distruzione di una vita (…). La durata dei processi è quindi il nodo cruciale. Ma la nostra classe dirigente ha preferito esercitarsi in estenuanti dibattiti su questioni marginali, se non addirittura risibili (separazione delle carriere, distinzione delle funzioni, diversa composizione del Csm, distinzione fra gip e gup, “terzietà” del giudice), oppure si è ingegnata a inserire nell’ordinamento altre “garanzie” che rallentano ulteriormente un processo già appesantito da un’infinità di ricorsi, controlli, verifiche, controverifiche, nullità, invalidità, ricusazioni, eccezioni, competenze e incompetenze per materia, territorio e funzione, il tutto spalmato – caso unico al mondo – su tre gradi di giudizio. Si tratta di un “garantismo” che, con l’aria di difendere i diritti dell’indagato, li pregiudica gravemente. Perché l’interesse primario dell’innocente è arrivare a sentenza il più presto possibile, quello del colpevole è non arrivarci mai.

Non siamo quindi così ingenui e sprovveduti da non capire che lo scopo della band scopertasi improvvisamente “garantista” è tutt’altro: salvare i ladri di regime dalle conseguenze penali delle loro malefatte, passate, presenti e future. Per questo è in atto da anni, a opera di una buona parte della classe politica e dirigente, oltre a un poderoso apparato informativo alla cui testa ci sono le televisioni e i giornali di uno dei principali indagati, l’on. Berlusconi, una campagna capillare, costante, urlata e violenta di de-legittimazione della magistratura. (…)

Questa campagna forsennata e dissennata avrà, anzi ha già, conseguenze devastanti sul nostro vivere sociale. Se infatti la classe dirigente è la prima a dar mostra di non credere alle leggi, che sono le sue leggi, alle istituzioni, che sono le sue istituzioni, alla magistratura, che è la sua magistratura, con quale autorità e con quale efficacia può pretendere il rispetto dagli emarginati, dagli immigrati, dagli squatter, dai poveracci, dagli abitanti delle periferie, insomma da tutti coloro che dal dissolvimento di questo sistema hanno da perdere – per dirla con Marx – solo le loro catene? Che concezione può farsi della magistratura, delle leggi che è chiamata ad applicare e, in definitiva, dello stesso Stato democratico e liberale, il cittadino comune quando sente che un ex presidente del Consiglio, possibile futuro premier, leader del più consistente partito del Paese, liberale per giunta, come l’onorevole Silvio Berlusconi, convocato dal Tribunale di Milano di domenica (negli altri giorni infatti, per non presentarsi, c’è il pretesto dell’attività parlamentare), risponde beffardamente e impunemente: “Io la domenica vado a messa”? Se l’on. Berlusconi mostra un tale disprezzo per un sistema da cui ha avuto tutto, che opinione deve averne chi da questo sistema non ha avuto niente?

La classe dirigente di questo paese è seduta su una polveriera con un cerino acceso. Ma non se ne rende conto. Adesso, allarmata dalla cosiddetta microcriminalità, propone – a destra come a sinistra – la “tolleranza zero”. Vale a dire il pugno di ferro di polizia e magistratura per i reati da strada e ogni possibile garanzia invece per quelli finanziari e di corruzione. Ma questa è la vecchia, cara, schifosa giustizia di classe, dato che a commettere i reati da strada sono i poveracci, mentre quelli finanziari e di corruzione sono tipici della classe dirigente. Per giustificare questo razzismo giuridico si dice che i reati da strada creano maggior “allarme sociale”. Ma un tangentista che lucra miliardi non è socialmente meno pericoloso di un topo d’appartamento o di uno scippatore, è solo più silenzioso e occulto. Inoltre, in una società dominata dall’economia, i reati finanziari non perdono gravità, ma l’acquistano. (…) Violando la legge si può lucrare una ricchezza indebita, costituirsi una posizione di potere, anche politico, e inquinare la vita democratica del Paese. (…)

Nessuna classe dirigente degna di questo nome ha mai de-legittimato la magistratura. Non lo fecero nemmeno quelli della Prima Repubblica. Bisognava aspettare i neofiti della Seconda. Qualsiasi classe dirigente, per quanto corrotta, si rende conto della pericolosità di una simile operazione. La magistratura è come l’arbitro di una partita di calcio. Dell’arbitro si può dire che sbaglia, che non ci vede, che è mediocre, ma se alcuni giocatori cominciano a sostenere che l’arbitro è stato comprato e negano la legittimità dei suoi fischi quando sono contrari, peraltro chiedendone il rispetto quando sono a favore, la partita finisce in una colossale zuffa, perché, prima o poi, anche tutti gli altri giocatori seguiranno il loro esempio. Fuor di metafora: si rompe il patto sociale. E chi detiene il potere ha tutto da perdere da un’eventualità di questo genere. Ecco che cosa rischiano lorsignori a furia di baloccarsi, pur di salvare qualche potente tycoon preso con le mani nella marmellata, con gli “accanimenti giudiziari”, i “complotti”, le “toghe rosse” e le altre sciocchezze in malafede che Marco Travaglio cataloga diligentemente nel suo Manuale del perfetto impunito.

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