monti, qui si parrà la tua nobilitate…

“Basta con i privilegi” Ecco cosa si può fare subito

IL FALSO IN BILANCIO È LECITO E GLI EVASORI POTREBBERO PAGARE
di Eduardo Di Blasi

L’Italia deve tornare a crescere, e per questo è necessario togliere tutti i privilegi. Non è ancora un programma di governo, non essendo iniziate nemmeno le consultazioni del dopo-Berlusconi al Colle, ma l’idea lanciata da Mario Monti, non può che essere condivisibile. I tagli ai costi della politica hanno i loro tempi, spesso non sono nelle mani dei governi, ma dei parlamenti (Camera e Senato decidono per sé), a volte, per farli, occorrono i lunghi passaggi di leggi costituzionali. Eppure, per riportare il Paese sui binari della legalità, basterebbe mettere mano a una manciata di leggi che occorrerebbero di tempi brevi per essere approvati. Perché in Italia ci sono 72 mila auto blu e in Gran Bretagna 200? Perché il falso in bilancio non è reato? Perché non si possono ritassare gli “scudati” del 2009?    Auto blu    Uno spreco da 1,2 miliardi    Uno studio del Formez commissionato dal ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, ci informa che costano 1,2 miliardi di euro l’anno e che sono 72 mila circa. Dopo quello studio non si chiamano nemmeno “auto blu”, ma si distinguono in tre sotto-categorie. Ci sono quelle “blu-blu”, destinate ai vertici politico-istituzionali delle amministrazioni centrali e periferiche (sono circa 2000); quelle semplicemente “blu”, destinate a dirigenti (sono circa 10mila), che sono in tutto e per tutto uguali alle prime (uso esclusivo e autista dedicato), ma si possono utilizzare solo negli orari di lavoro. Infine quelle “di servizio”, a uso non esclusivo, destinate a esponenti di minor cabotaggio delle suddette amministrazioni. Con due interventi legislativi del governo è specificato che le auto di servizio non possono superare i 1600 di cilindrata, e sono indicati i soggetti che ne hanno diritto. Fanno eccezione le auto “blu blu”, ed evidentemente quelle del ministro della Difesa Ignazio La Russa che ha rivendicato con orgoglio l’acquisto di 19 Maserati blindate.    Anti-corruzione    La nostra proposta affossata a Palazzo Madama    Nel settembre 2010 il Fatto Quotidiano presentò la propria proposta di legge anti-corruzione. Tenuta a battesimo dalle opposizioni, rappresentate nel caso specifico da Antonio Di Pietro (Idv), Luigi Zanda (Pd) e Fabio Granata (Fli), il testo fu avviato grazie ai buoni uffici del senatore Luigi Li Gotti, in commissione Giustizia a Palazzo Madama. E lì è rimasto arenato, in balia dei voti della maggioranza. Si chiedeva la ratifica della Convenzione penale del Consiglio d’Europa sottoscritta dai Paesi membri, e quindi anche dal-l’Italia a Strasburgo nel 1999, poi divenuta lettera morta. Attraverso questa si potrebbero punire tutti i reati “moderni” commessi dai colletti bianchi, come il “traffico di influenze illecite” (la mediazione, per sé o gli altri, di soldi e favori), l’autoriciclaggio, la corruzione tra privati. Nei dieci articoli della proposta chiedevamo di ripristinare il falso in bilancio (veicolo primario delle mazzette) cancellato dieci anni fa da Berlusconi, rimettere mano alla prescrizione, unificare il reato di corruzione/concussione, incentivare il “pentitismo”.    Conflitto di interessi    In ritardo di vent’anni    Sepolto dal quasi-ventennio berlusconiano, con un presidente del Consiglio concessionario di Stato e portatore di interessi molteplici, dalle assicurazioni alla grande distribuzione, dal calcio alle banche, all’editoria, il conflitto di interessi nel nostro Paese è normato dalla “legge Frattini” (la 215 del 2004), costruita attorno agli interessi del presidente del Consiglio. La leggerezza dei provvedimenti presi è nei fatti: non è considerata la “mera proprietà” di un’impresa, ma la presenza nel cda della stessa, non è contemplata l’ineleggibilità in caso di mancata risoluzione del conflitto di interesse prima delle elezioni. Infine per superare il possibile “conflitto” nelle scelte basta “astenersi” durante le votazioni che riguardano gli interessi dell’eletto. Rimosso il problema politico di un capo di governo proprietario del maggiore gruppo privato nel settore dei media, è giunta l’ora di rimuovere anche il problema strutturale: non è più possibile consentire di mandare in Parlamento chi non risolva il proprio conflitto di interessi.    Una tassa per gli scudati    Quei soldi rientrati praticamente “gratis”    Il governo Berlusconi si è reso protagonista di una serie infinita di condoni. Nel 2009-2010, in cerca di denaro fresco da incamerare nelle casse dello Stato, Giulio Tremonti varò lo “scudo fiscale”. In cambio di un’imposta del 5% sul capitale, chi aveva nascosto fuori dall’Italia i propri soldi, poteva farli tornare senza rischiare problemi con la legge. Non ci sarebbe stata azione penale, né accertamento tributario per comprendere eventuali illeciti. Rientrarono 80 miliardi, 60 dalla sola Svizzera. Lo Stato ne incamerò, sulla carta, quattro. Ma poi diversi tra gli scudati, pagata la prima “rata” (quella che evitava gli accertamenti), smisero di pagare. La proposta di una tassa-bis su quei soldi, rilanciata anche dal nostro giornale, fu ripresa questa estate (si era alle prese con la manovra di ferragosto) anche dal Pd che propose una “una-tantum” del 15% sull’imponibile dei capitali fatti rientrare. La maggioranza rispose che non era possibile violare il “patto fiscale” che lo Stato aveva siglato con gli “scudati”. Si tirò in ballo anche la Costituzione. Non se ne fece niente.    Fondo Presidenza del Consiglio    Una questione di trasparenza    L’autonomia finanziaria e contabile è la possibilità per la Presidenza del Consiglio dei ministri (e anche della Protezione civile), di spendere miliardi di euro senza che vi sia un controllo da parte del ministero dell’Economia, né sulla quantità dello stanziamento, né sulla qualità della spesa. Le norme di sicurezza legate alla qualità “sensibile” della Presidenza del Consiglio dei ministri, fa sì che spesso queste gare siano coperte anche da segreto. Ne deriva che la spesa del Palazzo finisca per variare anche di un miliardo e mezzo di euro tra la previsione fatta con il ministero dell’Economia a inizio anno e il pagamento che ci fu alla fine di quello (parliamo del dato dell’anno passato). La Protezione civile, inoltre, vanta bilanci vicini ai quattro miliardi di euro l’anno, che ci siano o meno terremoti o alluvioni catastrofiche. Probabilmente rimettere sotto il controllo del ministero dell’Economia e rendere assai più trasparenti gare e affidamenti diretti di ministeri e Protezione civile, sarebbe un’operazione vantaggiosa per i cittadini.

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