napolitano non firmare

AUTHORITY, IL COLLE PUÒ DIRE NO

L’ultima firma spetta a Napolitano

di Stefano Feltri

Non è detto che debba finire così, con le autorità di vigilanza spartite tra i partiti, attenti a misurare sul numero di poltrone conquistate il proprio residuo potere. Non è detto perché l’ultima firma, non solo simbolica, spetta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. È lui che deve emanare il decreto di nomina, che rende operative le scelte della politica: i commissari dell’Agcom, che vigila su editoria e televisioni, e del garante della Privacy vengono eletti dal Parlamento, i presidenti proposti dal presidente del Consiglio. Ma il decreto di nomina parte dal Quirinale.

QUANDO Napolitano era interessato, ha dimostrato che i suoi poteri sono parecchio concreti: nella successione a Mario Draghi per la guida della Banca d’Italia, il capo dello Stato è stato un arbitro molto attivo. Ha bloccato le manovre di Giulio Tremonti, allora ministro dell’Economia, che spingeva Vittorio Grilli, allora direttore generale del Tesoro oggi viceministro, e ha messo un veto sulla candidatura di Lorenzo Bini Smaghi, la cui nomina non sarebbe dispiaciuta a Silvio Berlusconi che sperava di convincerlo a lasciare la Bce per far posto a un membro francese.

Non un fiato è arrivato dal Colle, invece, nel recentissimo inciucio che sta spartendo Agcom e Privacy tra i partiti di maggioranza. A vigilare sul comparto televisivo, che si prepara ad anni intensi tra affermazione del digitale e sviluppo della tv sugli smart phone, viene riconfermato un ex dirigente del gruppo Mediaset come Antonio Martusciello, già al governo con Berlusconi. Maurizio Decina è un tecnico di fama, sostenuto dal Pd, ma è stato consigliere di amministrazione per società direttamente coinvolte dall’attività dell’Agcom, come Telecom Italia. Per non parlare di Francesco Posteraro, un funzionario della Camera, di alto livello, ma lontano dal mondo delle telecomunicazioni. Alla Privacy poi la situazione è ancora più bizzarra: c’è un magistrato come Augusta Iannini, nota ai giornali anche come moglie di Bruno Vespa, che arriva dal ministero della Giustizia, e Giovanna Bianchi Clerici, che nel curriculum ha una lunga carriera amministrativa nella Lega Nord, premiata con un mandato nel cda Rai, ma ben poco che giustifichi il suo arrivo alla Privacy. Idem per Antonello Soro, un dermatologo finito a gestire fini questioni giuridiche come quelle di cui si occupa l’Authority, ma soprattutto è un ex capogruppo del Pd, quanto di più lontano si possa immaginare da una figura indipendente dalla politica.

MA IL QUIRINALE tace. Eppure, oltre alla palese violazione in molti casi dei requisiti di indipendenza e competenza, c’è una ragione economica che solleciterebbe un intervento del capo dello Stato. Lo spiega un allarmato report riservato dello Studio Ambrosetti, il think tank che organizza ogni anno il Forum di Cernobbio dove si riuniscono i vertici italiani del capitalismo e della finanza. In sintesi: consegnare le autorità alla politica blocca la crescita perché “rappresentano un elemento di debolezza competitiva del sistema Paese. Questo impatta negativamente sulle scelte di investimento, sulle politiche industriali, sulla reputazione del Paese e sulla tutela degli interessi generali e dei valori collettivi”. Con queste autorità, insomma, togliamo credibilità al Paese e i potenziali investitori si scoraggiano (basta vedere che fine hanno fatto gli aspiranti concorrenti di Mediaset e Rai, da Dahlia Tv a Europa7). Lo studio Ambrosetti ha classificato i membri delle Authority italiane: il 47 per cento sono tecnici, ma ben il 29 per cento ha un “profilo politico”, un altro 24 per cento ha un “profilo semi-politico”. Confrontando l’Agcom con gli omologhi degli altri Paesi, si scopre che soltanto nell’Ofcom inglese si trova un membro con un profilo politico. Ma è uno su nove. Zero politici in Portogallo, zero in Spagna, zero in Grecia, zero in Olanda.

Vista l’attenzione – mista a nervosismo – con cui Napolitano segue l’ascesa del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, non gli sarà sfuggito che uno dei punti del programma economico del comico genovese è l’abolizione di tutte le autorità di vigilanza. Visto che i controlli ex ante non funzionano, sostengono i grillini, meglio rimpiazzarli con una forte class action che permetta di punire le imprese che sgarrano. Lo hanno ribadito ieri con un post sul blog di Beppe Grillo che chiudeva con l’appello: “L’Agcom è uno spreco di soldi pubblici, una copertura per il controllo dei media da parte dei partiti. Una presa per i fondelli. Va chiusa. Monti la tagli”. Per togliere consensi a Grillo (di cui Napolitano disse, dopo il primo turno alle amministrative, di non aver percepito il “boom”) basterebbe bloccare queste nomine lottizzate e accogliere, magari, le proposte riformiste che circolano in queste settimane. Il coordinamento di associazioni Open Media Coalition ha scritto a Napolitano: “I nomi degli eletti che Le verranno sottoposti sono il risultato di un procedimento di nomina gestito in aperta violazione della relativa disciplina e di ogni più elementare principio democratico”, si legge nella lettera firmata dall’avvocato Guido Scorza. Lo Studio Ambrosetti, nel suo report, chiede le stesse cose di Open Media: una selezione per curricula, con “audizioni strutturate” che individuino punti di forza e di debolezza di candidati scelti da un “registro delle candidature”, in cui figurano profili coerenti con la funzione da svolgere. Per evitare che un dermatologo debba condizionare le strategie di investimento di Google o Youtube.

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