nicole minetti ce l’ha duro, anzi durissimo…

Nicole Minetti fa la dura: “Non mi dimetto”

SE NE VA A PARIGI NEL GIORNO DELL’UDIENZA RUBY E NEGA DI AVER RICEVUTO PRESSIONI DA BERLUSCONI

di Gianni Barbacetto e Davide Vecchi

Dimissioni? “Io? Non ho mai pensato di darle, né di lasciare la politica, non scherziamo”. Nicole Minetti risponde da Parigi, dove sta trascorrendo alcuni giorni “di vacanza, ma”, si lamenta, “qui piove”. Raggiunta telefonicamente dal Fatto Quotidiano, la consigliera regionale che coordinava le “olgettine” nega di aver ricevuto l’invito ad abbandonare il Pirellone da Silvio Berlusconi, impegnato a ripulire la propria immagine politica. “Assolutamente no, ripeto: non ho mai pensato di di-mettermi”. Inutile insistere: “Non so nulla”.

MINETTI sembra divertita: si rialza il sipario. Ieri mattina ha smentito di volersi dimettere con una breve dichiarazione al sito di Panorama: “Non ho presentato nessuna lettera di dimissioni, sono tranquilla e rimango al mio posto, ma non fatemi dire altro”. Al Fatto ha poi aggiunto: “Lunedì tornerò a Milano e se ci sarà qualche novità la dirò, ma adesso non ho nulla da spiegare o comunicare”. Berlusconi vuole farla passare come capro espiatorio? “Non so, arrivederci”. Delle sue dimissioni nessuno era al corrente, né in Regione, né al quartier generale del Pdl in viale Monza. Eppure una delle persone più vicine in questi giorni all’ex premier garantisce al Fatto: “La richiesta è partita direttamente da Arcore e se non lunedì prossimo, al più tardi quello successivo Minetti presenterà le dimissioni, ormai è deciso”. Con la sua vistosa assenza, ieri si è chiusa a Milano la prima fase del processo Ruby con imputato Berlusconi. Convocata come testimone, Minetti non si è fatta vedere, scatenando le ire dei pm Ilda Boccassini e Antonio Sangermano, che hanno chiesto che fosse multata (richiesta respinta) e poi hanno rinunciato alla sua testimonianza.

Così il dibattimento riprenderà il 5 ottobre, dopo la pausa estiva, con la sfilata dei testimoni della difesa. Gli house organ berlusconiani (Il Giornale e Libero) da settimane vanno ripetendo che “il teorema Ruby è stato fatto a pezzi”, che è crollata “la contorta torre di bugie, ripensamenti, malignità e invidie”, che “il grande romanzo perverso che i giornali hanno imbastito” si è “sfarinato balla dopo balla, smentita dopo smentita”. Non sembra, se ci si attiene ai fatti. L’accusa più grave contestata a Berlusconi è quella di concussione, per aver fatto pressioni, la notte del 27 maggio 2010, telefonando più volte da Parigi ai funzionari della questura di Milano, per indurli a rilasciare la minorenne Karima ElMahroug detta Ruby fermata per furto. Non c’è stata concussione, dicono in aula i funzionari di polizia, prima fra tutti Giorgia Iafrate, che ha sostenuto di aver deciso di affidare Ruby a Minetti per evitare che una minore passasse una brutta notte in questura. Ma restano i fatti: le telefonate di Berlusconi ci sono state, le sue pressanti richieste sono state ammesse anche dai funzionari. E gli agenti di polizia sentiti nel processo hanno confermato il clima di pressione e concitazione di quella incredibile notte. La funzionaria minimizza? È normale che lo faccia chi è vittima di pressioni.

Nessun processo per concussione o per estorsione si può basare sulle dichiarazioni di chi ha subito richieste e si è piegato ad accettarle. L’altra imputazione è quella di prostituzione minorile: Berlusconi avrebbe compensato Ruby per la sua partecipazione ai festini di Arcore. Ma secondo la difesa d’ufficio delle testate di casa, il bunga-bunga sarebbe smentito dalle contraddizioni delle ragazze che hanno partecipato alle serate. È vero che ci sono le bugie di Michelle Coincecao (documentate peraltro dalla stessa accusa). O le smentite delle “olgettine” (pagate e mantenute ancor oggi dall’ex presidente del Consiglio, per sua stessa ammissione). Ma ci sono anche i racconti spontanei registrati nelle intercettazioni telefoniche. E i resoconti delle ragazze che hanno rotto il fronte delle “olgettine”, da Ambra Battilana a Chiara Danese, da Imane Fadil a Melania Tumini, da Maria Makdoum a Natasha Teatino.

NEI CONFRONTI di alcune di loro (specialmente Ambra), la tattica difensiva processuale e mediatica è stata quella di dire: non sono credibili perché sono delle poco di buono, altro che fiori di virtù scandalizzate da quel che avevano visto. Manovra moralmente odiosa, che rivanga vecchie e dolorose storie di ragazze dalla vita difficile. Ma soprattutto tattica suicida: sarebbe l’ammissione che ad Arcore venivano convocate giovani donne con in curriculum la voce: “rapporti sessuali a pagamento”. Se ne riparlerà a ottobre.

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