paolo mieli: “clinton sarebbe stato cacciato”

Paolo Mieli: “Clinton sarebbe stato cacciato”

di Silvia Truzzi

Secondo il direttore di Rcs, Berlusconi cerca di negare l’evidenza perché gli scandali in cui è coinvolto sono troppo clamorosi: “Le prove contro Berlusconi sono gravi anche senza le intercettazioni”. Ma avverte: “La battaglia contro di lui può avvenire solo all’interno delle regole parlamentari”

Tra gli opinionisti ospiti dei talk-show obbligati, loro malgrado, a occuparsi di prostitute, inchieste giudiziarie, latitanti e prosseneti, Paolo Mieli è uno dei pochi a dire cose che sono normali su qualunque pianeta, tranne che sul pianeta Italia.

Mieli, si sentiva un po’ un marziano lunedì sera a Porta Porta?
Vabbè: c’era anche Rosy Bindi. Io penso di comportarmi come una persona normale, che osserva senza pregiudizi.

Ha detto: “Lasciamo da parte le intercettazioni”.
Sì, perché si può tranquillamente formulare un giudizio senza averle lette.

Spieghiamoci meglio.
Le racconto una storia, ambientata negli Stati Uniti. Il presidente Clinton, dopo il caso Lewinsky…

Perché dopo?
Perché già prima di Noemi e della D’Addario, al presidente Berlusconi venivano rimproverate le ragazze della Rai, quelle della telefonata a Saccà.

Torniamo in America.
Allora, dopo il caso Lewinsky Clinton imbarca sull’Air Force One una trentina di ragazze, le porta nella sua residenza estiva dove organizza festini. Poi Hillary chiede il divorzio, sostenendo che stanno ‘portando le vergini al drago’. Ma lui continua a frequentare apertamente, tramite un commerciante di droghe, una tipo Divine Brown, la prostituta del caso Hugh Grant. Prima ancora va nel Bronx al compleanno di una ragazza che compie 18 anni, ma già prima di essere maggiorenne frequentava quei festini eleganti dove, secondo alcuni testimoni, si beveva abbondantemente del Sanbittèr. Poi telefona per ottenere il rilascio di una ragazza imputata di furto, minorenne, con documenti non in regola. Ma vi immaginate in che subbuglio, ben prima delle intercettazioni, sarebbero gli Stati Uniti? Sono veramente stupito che questo, in Italia, sia messo nel conto delle 100 mila intercettazioni.

Giuliano Ferrara le ha ricordato che anche Mitterrand e Kennedy erano dei, cito testuale, “puttanieri”.
Kennedy aveva delle amanti. Una di queste aveva dei contatti con un boss della mafia, è vero. Ma era sempre un’amante. Mitterrand ha avuto una figlia fuori del matrimonio: ma nulla di paragonabile a quello di cui stiamo parlando. Se Clinton, che aveva delle inclinazioni a trascorrere serate allegre, dopo il caso Lewinsy non si fosse dato una calmata lo avrebbero cacciato a pedate dalla Casa Bianca. Come peraltro ai tempi si auguravano alcuni che oggi difendono strenuamente Berlusconi.

Come si può negare l’evidenza in modo così spudorato?
Si nega l’evidenza perché è una cosa abnorme, clamorosa, mondiale. È quello che vede un cittadino normale, come sono io, senza pregiudizi nei confronti di Berlusconi.

Davvero senza pregiudizi? Quando era direttore del Corriere della Sera, nel 2006 fece il famoso endorsement per Prodi. E fu oggetto di un “editto albanese” due anni dopo, quando il premier da Tirana disse che certi direttori – lei e Giulio Anselmi – dovevano essere cacciati.

Io penso di essere un elettore del centrosinistra dichiarato, che ha subito delle ritorsioni dopo la dichiarazione del 2006, ma questo non vuol dire che io abbia pregiudizi.

Perché questi scandali non hanno portato alle dimissioni del premier?
Il presidente dispone ancora della maggioranza parlamentare. Ed è solo politico il modo in cui questa maggioranza può essere smontata. I numeri ci sono anche se, con Milanese, si è visto un comportamento clamoroso dei parlamentari leghisti, che a certi temi erano sempre stati molto sensibili. Ma quando è di loro convenienza sono meno sensibili.

Si fa un gran parlare di un Dino Grandi che porti l’Italia a un nuovo 25 luglio.
Grandi pensava di avere un ruolo nella stagione successiva a Mussolini. Ma non dimentichiamo che alcuni di quelli che avevano votato l’ordine del giorno Grandi furono fucilati dopo il processo di Verona, altri si diedero alla macchia. Alcuni sembrano quasi chiedere a Napolitano di essere lui il Dino Grandi. Ma è assurdo. Il Colle non ha nessuno strumento per fare più di quello che fa. La battaglia contro Berlusconi, che è più che legittima per le ragioni che ho descritto all’inizio, deve avvenire entro le regole parlamentari. Sono d’accordo con quello che ha scritto Sergio Romano sul Corriere: così come stanno le cose, con una maggioranza parlamentare ancora esistente, l’unica via è persuadere Berlusconi ad andare a elezioni anticipate, annunciando che non si ricandiderà.

Quindi ce lo teniamo?
È un inconveniente della democrazia. Non è una situazione che si possa superare con un gesto di volontà.

Lei è stato due volte direttore del Corriere: che effetto le fanno i colleghi che pur di difendere il premier mistificano la realtà?
Non voglio dare giudizi sui singoli. Cerco di rispondere con degli argomenti. Cerco di vedere, l’ho fatto più volte con Vittorio Feltri, quando danno prove di coraggio.

Molto indulgente.
No, m’interessano più gesti minimi nel centrodestra che magniloquenti dichiarazioni da parte degli storici avversari di Berlusconi.

La nostra immagine, basta leggere i titoli di giornali come l’Economist o il Financial Times (“Mentre Roma brucia, Berlusconi si trastulla”), è completamente compromessa.
Il premier pensa che sia un complotto dei giornali, lo diceva già nel 1994, ma non è così. Tutta la stampa, dai Paesi arabi alla Cina agli Stati Uniti, si limita a osservare quanto accade. Badi, non è nemmeno un problema di morale: non m’interessa e non è mio compito. Il guaio è che il governo è finito in un gorgo ed è troppo distratto. E stiamo attraversando la peggior crisi economica dei nostri tempi. Abbiamo un gruppo di autisti di un autobus, il Paese, lanciato a tutta velocità in cui a uno manca un braccio, all’altro una gamba e un altro è accecato.

L’anno scorso disse ad Annozero che la situazione era simile a quella prima di Tangentopoli, che “il tappo stava per saltare”. Lo pensa ancora?
Bè, il tappo è saltato.

Veramente pensavamo che l’espressione sta per saltare il tappo significasse la fine di un sistema.
Infatti sta finendo. Da questa tempesta economica, politica e morale, l’Italia uscirà radicalmente diversa da com’era un anno fa.

Tempi?
Rapidissimi: purtroppo sono dettati dalla crisi economica.

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