patti chiari, inciuci lunghi…

“Tra patto e inciucio il passo è breve”

di Arturo Parisi

A stare alle loro concordi pubbliche dichiarazioni sembrerebbe che Alfano, Bersani e Casini vadano stringendo un patto sulle nuove regole della nostra democrazia. Perché sembrerebbe? Un accordo stretto da capipartito che pensano di poter contare in Parlamento sull’82% dei voti, di gran lunga superiore ai 2/3 dei parlamentari richiesto dalla Costituzione, potrebbe infatti essere dato per fatto a prova di ogni verifica popolare. ABC sanno tuttavia che se, quattro anni fa dietro quell’82% della rappresentanza legale stava il 60% degli elettori, oggi nel paese reale il sostegno dei tre partiti, anche presi tutti assieme, si è ridotto al 35%. Se non lo sanno si leggano nel caso la bella analisi condotta dalle Teckne per “l’Unità” che ci dice che se il consenso reale del Pdl è franato al 12,7% degli elettori, (ripeto, degli elettori) anche il primato del Pd si fonda su un seguito reale del 15% e tutto il Terzo Polo raccoglie appena il 7,6%. È per questo che conviene mantenere il condizionale.

Se infatti è vero che a fare le rivoluzioni e i colpi di Stato sono state sempre delle minoranze, è anche vero che le forzature alla fine si pagano. Soprattutto se si considera che dentro quella minoranza del 35% i dissensi restano profondi. E profondo è nel restante 65% degli elettori il sospetto che l’accordo in questione non è altro che un ennesimo inciucio, un basso compromesso tra chi c’è e nell’interesse di chi c’è, alle spalle e ai danni di chi non c’è, e non invece finalmente quel patto a vantaggio della Repubblica, e di tutti i cittadini, che si promette da troppo tempo. Ma se tra un inciucio e un patto la distanza è enorme, il passo è purtroppo breve. Come chi cammina su un crinale stretto può trovarsi infatti sprofondato per un nonnulla dalla parte opposta a quella sperata. Figuriamoci se ci si infila apposta. È per questo che di fronte alle prime notizie pubbliche sull’esito del confrontosento il dovere di lanciare un allarme accorato.

Lo lancio sul “Fatto” sapendo di rivolgermi a lettori che questa estate tra i primi hanno partecipato alla rivolta referendaria contro il Porcellum. Lo lancio perché, nonostante il rigetto da parte della Consulta della richiesta sottoscritta da 1.200.000 di cittadini, è dalla domanda di allora che la stessa trattativa dice ora di partire. È stata quella rivolta, il suo annuncio, il suo svolgimento e il suo successo a riportare sul tavolo una domanda che da quel tavolo sembrava definitivamente escluso. Sarebbe tragico se, dopo essere stata delusa da una sentenza discutibilissima, e tuttavia da rispettare, quella domanda fosse ora tradita in Parlamento. Io non so se il cammino intrapreso arriverà a destinazione, ma credo si possa dire che la direzione di marcia è esattamente quella opposta alla domanda alla quale si dice di fare riferimento. Delle intenzioni dei cittadini che hanno sottoscritto il referendum che la Consulta ha ritenuto di cestinare si può dire solo quello che è possibile dire di un referendum abrogativo, non quale sia la sua proposta, ma quale sia la protesta che lo ha mosso, la sua causa, e il suo destinatario. In questo caso mi sembra incontestabile che la protesta fosse contro la sottrazione ai cittadini di un loro diritto fondamentale, contro chi quel furto aveva perpretato e allo stesso tempo contro chi quel furto non era riuscito a impedire. E difficile è anche negare che la domanda fosse quella di una democrazia fondata sulla partecipazione diretta e non sulla delega ai capipartito, una democrazia che riconosca ai cittadini non solo il diritto di scegliere i propri rappresentanti, ma di determinare anche la scelta dei governi. Una protesta e una domanda questa volta potenziata dalla rivolta montante contro tutti i tipi di “porcelli” che affollano la fauna politica, e contro il prezzo esorbitante pagato, con la scusa del servizio alla democrazia, ai partiti per la loro intermediazione. È pensando a questa domanda, di partecipazione, di democrazia, di pulizia, e di uguaglianza che non ho esitazione a dire che la trattativa in corso e l’accordo che si annuncia va esattamente nella direzione opposta allo spirito del referendum e ai sentimenti che l’hanno alimentato e continuano ad alimentarlo.

A sostenere l’accordo sembra infatti essere nei capipartito che lo hanno sottoscritto non l’attenzione a quella domanda, ma la comune consapevolezza della debolezza e della delegittimazione crescente del proprio potere, e la scelta di riformarlo con l’obiettivo di difenderlo e rafforzarlo e non invece di restituirlo e condividerlo con i cittadini. Leggo attribuita a Bersani l’affermazione “non possiamo prendere in giro la gente, non ce lo perdonerebbe”. Perfetto. Ma purtroppo è esattamente quello che sembra accadere. Bersani vuole alleggerirci dal sospetto della presa in giro? Lasci stare da parte le formule, e le tecniche, il bipolarismo, il proporzionale più o meno disproporzionale, le soglie di sbarramento, il metodo D’Hondt. Torni invece assieme a Berlusconi e a Casini alle domande e alle promesse di partenza e, misurando le parole, ci rispondano assieme.

1) Alla protesta contro i costi della politica, in modo forse discutibile, si era risposto: ridurremo i parlamentari alla metà. Quanti sono i parlamentari tagliati? 

2) Alla richiesta di un processo legislativo più efficiente e di un Parlamento finalmente rappresentativo della nuova trama federale si era risposto: mai più due camere fotocopia, facciamo un Senato federale un senato delle autonomie. O, visto che ora va forte il tedesco, un Bundesrat italiano. È possibile che questa rivendicazione sia regalata alla Lega?

3) Alla richiesta di governi scelti dai cittadini, non solo si riconosce fortunatamente da tempo ai cittadini, nei comuni, nelle province e nelle regioni, il diritto di scegliere chi li guida, ma ci si vanta di allargare la loro partecipazione alla scelta dei candidati attraverso le primarie. Perché a livello nazionale si pretenderebbe di chiedere invece null’altro che una delega a decidere alle spalle degli elettori e indicare alleanze e governi solo dopo il loro voto? 

4) E, infine, si era detto mai più parlamentari nominati, e giustamente si aggiungeva: anche il Mattarellum ne prevedeva un 25%. Si dimostri che non è vero che con la legge ora in gestazione i parlamentari nominati sarebbero comunque molti di più e comunque troppi. E non parliamo del finanziamento dei partiti. Come chiamare altrimenti un accordo fatto dai capipartito nell’interesse dei capipartito: un patto, o un inciucio? Come sorprendersi se un accordo a spese dei cittadini, invece che un superamento del porcellum, finisse per apparire solo come una cosa diversamente-sporca?

2 risposte a “patti chiari, inciuci lunghi…”

  1. piero ha detto:

    L’importante è ricordarsene quando ci saranno le prossime elezioni! E mandarli tutti affanculo

    • come scrivevo nell’introduzione sugli aggregatori, quel che lascia più che perplessi, alla faccia del rinnovamento, è che alfano è lo scendiletto del nano; casini portava le borse a forlani e bersani, bravo e buono quanto si voglia, c’ha i baffetti di massimino che ogni tanto gli spuntano…

      un saluto ed a presto

      paolo

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