presidente napolitano, stai toppando…

CONFLITTO NAPOLITANO

Il Capo dello Stato all’attacco della Procura siciliana Chiede alla Consulta di distruggere le sue intercettazioni

di Eduardo Di Blasi

Anche per Giorgio Napolitano è arrivato il momento del “non ci sto”. Con decreto della Presidenza della Repubblica, ieri, il Capo dello Stato ha infatti dato incarico all’Avvocatura dello Stato di sollevare conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo. Motivo: le intercettazioni non ancora trascritte che sono allegate al processo sulla trattativa Stato-mafia e che vedono registrata la voce di Giorgio Napolitano mentre parla al telefono con l’ex presidente del Senato Nicola Mancino. Per il Quirinale quelle intercettazioni devono essere distrutte immediatamente, senza attendere di essere portate al vaglio delle difese degli imputati e del giudice.

In quel passaggio, infatti, rischierebbero di essere catalogate come “non manifestamente irrilevanti” e finire quindi agli atti dell’inchiesta palermitana sui rapporti che intercorsero a cavallo degli anni delle stragi tra lo Stato e la mafia. Non solo. Anche se quei file audio fossero ritenuti “manifestamente irrilevanti”, il loro ascolto ne disvelerebbe il contenuto che finirebbe con ogni probabilità sulle pagine dei giornali. Il Colle non vede dunque che una strada: distruggerle immediatamente.

LO SCRIVE nero su bianco, citando l’articolo 90 della Costituzione (quello per cui il Presidente della Repubblica non è responsabile per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni e può essere processato solo per l’alto tradimento o l’attentato alla Costituzione) e la legge 219 del 5 giugno 1989 che norma i reati ministeriali e quelli riguardanti la messa in stato di accusa del Capo dello Stato. Per intercettare il Presidente della Repubblica, è scritto nel comma citato dal Colle, si dovrebbe attendere “che la Corte costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica” (e ciò avviene solo dopo che lo stesso sia posto in stato di accusa). E poco importa – questa è la postilla presidenziale – che il Presidente sia intercettato direttamente o indirettamente, come è nel caso delle conversazioni con Mancino.

“Le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il Presidente della Repubblica – è scritto nel documento in cui il Quirinale mette nelle mani dell’Avvocatura la questione – ancorché indirette od occasionali, sono invece da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione”. La trafila di legge, infatti, comporterebbe “lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione, l’avvenuta valutazione sulla rilevanza delle intercettazioni ai fini della loro eventuale utilizzazione (investigativa o processuale), la permanenza delle intercettazioni agli atti del procedimento e l’intento di attivare una procedura camerale che – anche a ragione della instaurazione di un contraddittorio sul punto – aggrava gli effetti lesivi delle precedenti condotte”. La richiesta è suggellata dalla citazione di Luigi Einaudi: “È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.

LA POLITICA tutta plaude all’atto della Presidenza della Repubblica. L’unica voce contraria è quella del leader Idv Antonio Di Pietro: “Ci auguriamo che nessuno, qualunque carica rivesta, interferisca con l’Autorità giudiziaria nell’accertamento della verità”. Tra chi, come il Pdl, ne trova ragione per rispolverare leggi bavaglio e rinnovare anche la giustezza del conflitto di attribuzione che l’allora premier Silvio Berlusconi sollevò nei confronti della Procura di Milano sul caso Ruby (ma il Capo dello Stato rivendica poteri suoi propri, quelli scritti nell’articolo 90 della Costituzione, di cui il presidente del Consiglio non dispone) e chi come l’Udc Casini parla di “atto di responsabilità che solo gli analfabeti possono fraintendere”, registriamo la posizione del ministro della Giustizia Paola Severino: “Il Capo dello Stato ha usato il mezzo più corretto”. Ora, dunque, è tutto in mano all’avvocatura. Per mettere a punto il complesso ricorso si stima che si arriverà a settembre.

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