quei magistrati sono troppo competenti: mandiamoli da un’altra parte…

il pool funziona? smembriamolo

di giancarlo caselli

Non esiste il magistrato onnisciente, in grado di occuparsi di tutto un po’ svolazzando da un ramo all’altro del diritto garantendo sempre un’efficienza almeno decorosa. La specializzazione è necessaria. Ci sono studi legali all’interno dei quali a ciascun avvocato viene affidato un frammento minuscolo di sapere giuridico perché ne conosca e approfondisca ogni risvolto e sfumatura, così da sfruttare tutte le opportunità di successo. In magistratura una simile parcellizzazione delle competenze è ovviamente impossibile. Ma rinunziare ai livelli di specializzazione di fatto praticabili e consentiti è suicida. Invece, sta succedendo proprio questo. Da una ventina di anni gli uffici del Pubblico ministero stanno cercando di organizzare il loro lavoro seguendo appunto criteri di specializzazione, affinati e arricchiti in base all’esperienza e alla prassi, avendo come obiettivo non solo le conoscenze normative ma anche le esigenze investigative.

Con buoni risultati di produttività, qualitativi e quantitativi: prima sul versante del terrorismo e della criminalità mafiosa, poi – via via – nel campo della sicurezza sul lavoro, della tutela del consumatore e della salute pubblica, dei reati economico/finanziari e di quelli contro la pubblica amministrazione, fino alla repressione degli odiosi reati contro le “fasce deboli” (minori maltrattati e violentati, anziani truffati). Fatica inutile, vanificata da una legge del 2006 che impone, senza possibilità alcuna di eccezioni, il trasferimento ad altro gruppo di lavoro di tutti (proprio tutti!) i magistrati che operino in un gruppo specializzato da più di dieci anni. A nulla sono servite le rispettose e civili proteste degli uffici maggiormente interessati.

Tutti i magistrati della Procura di Torino, per esempio, hanno sottoscritto nel luglio scorso un ampio, articolato e motivatissimo documento indirizzato a tutte le autorità dello Stato, dal vertice massimo in giù. Risultato? Qualche blanda promessa di interessamento ma poi nulla di concreto. La “deportazione” deve essere organizzata – in base a una circolare del CSM – entro la fine dell’anno appena conclusosi e le relative disposizioni dovranno andare a regime non oltre i prossimi sei mesi. Un margine di intervento, quindi, ancora esiste. C’è da verificare se vi sia anche la volontà politica di intervenire (una estemporanea telefonata di cordoglio non fa certo primavera …). Altrimenti le conseguenze – in termini di perdita di professionalità e di efficacia dell’attività inquirente – saranno molto gravi: disperse le conoscenze specialistiche, cancellata la memoria storica dei fatti criminali più gravi, azzerata l’esperienza accumulata nella elaborazione di prassi e tecniche investigative… in sostanza, una tabula rasa che inciderà negativamente sulla complessiva capacità dello Stato di contrastare l’illegalità.

Si dice: la nuova disciplina si giustifica con la necessità di impedire “cristallizzazioni” che possono favorire situazioni ambigue o addirittura abusi. Obiezione suggestiva ma superabile. Le “cristallizzazioni” sono un problema peculiare delle sedi giudiziarie piccole o medie, cioè degli uffici che (per mancanza di numeri sufficienti) la specializzazione non la conoscono proprio, semplicemente perché non possono formare gruppi di lavoro che la rendano praticabile. L’organizzazione del lavoro investigativo/giudiziario per gruppi specialistici è esclusiva delle grandi procure, alle quali sovrintende una dirigenza formata da più magistrati esperti (un capo e vari “aggiunti”, cioè vice-capi) che appare perfettamente in grado di sorvegliare e intervenire – e non può non farlo – quando si profili il pericolo di scompensi legati alla prolungata permanenza di un sostituto in un certo gruppo di lavoro, operando con rotazioni mirate e non con trasferimenti “selvaggi” come di fatto previsti dalla nuova normativa. Si ripropone, piuttosto, la questione della revisione delle circoscrizioni giudiziarie (eliminando o accorpando quelle minori). Ribadire l’esigenza della specializzazione significa assecondare questa necessaria revisione. Per contro, affossare lo sperimentato e consolidato valore della specializzazione (che logica vorrebbe fosse esteso dalle procure ai tribunali, altro che soppresso…) significa, per esempio, ignorare i costanti e sacrosanti appelli del Capo dello stato perchè si faccia di più per attenuare la perenne vergogna degli infortuni sul lavoro.

Significa svuotare di effettività i proclami contro la corruzione dilagante. Significa indebolire il già problematico contrasto dei reati finanziari. Significa rendere ancor più in salita i delicatissimi accertamenti su abusi sessuali patiti da minori. Significa – in sostanza – correre il rischio concretissimo di vanificare la pretesa delle persone offese di vedere sanzionati gli autori dei reati in loro danno: con grave pregiudizio per la tutela della sicurezza e dei diritti dei cittadini tutti. La stagione di chi ha a lungo operato perché nel nostro paese vi fosse non “più”, ma “meno” giustizia (per meglio tutelare i suoi egoistici interessi a scapito di quelli generali) dovrebbe essere in fase di superamento. O no?

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