quel mentecatto di sacconi

SACCONI L’ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

Agita il pericolo terrorismo e “nuclei pronti alla rivolta”. Nel mirino i sindacati

di Giorgio Meletti

Il mercato del lavoro, l’articolo 18 e i licenziamenti facili non c’entrano niente. L’ossessione del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sono i sindacati. La Cgil, prima di tutto, com’è tradizione della cultura craxiana in cerca di rivincite dai tempi di Mani pulite. Ma adesso anche gli altri, la Cisl soprattutto, dopo che il leader Raffaele Bonanni si è trasformato da alleato in avversario del governo, contro il quale minaccia lo sciopero se solo Sacconi si azzarda a toccare le leggi sui licenziamenti. Per essere più chiaro, e conoscendo bene il ministro del Lavoro, con il quale aveva vagheggiato nei mesi scorsi la costituzione di un nuovo partito cattolico, Bonanni lo ha così fulminato: “Il governo agita i licenziamenti solo per ragioni ideologiche”.    E ALLORA contro i sindacati Sacconi sfodera l’arma di sempre, l’accusa di alimentare il terrorismo. Un diversivo sempre utile a cambiare argomento quando si trova in un vicolo cieco, e che stavolta potrebbe addirittura mettere in imbarazzo Palazzo Chigi, alla ricerca di una via silenziosa per guadagnarsi la benedizione dell’Europa e prolungare il regno di B. Domenica scorsa Sacconi ha detto: “Vedo una sequenza dalla violenza verbale, alla violenza spontanea, alla violenza organizzata che mi auguro non arrivi ancora una volta anche all’omicidio”. Poi ha specificato: “Ho paura ma non per me perché sono protetto. Ho paura per persone che potrebbero non essere protette”. E chi sono? L’ha già spiegato due anni fa in un’intervista al Quotidiano Nazionale, a conferma che il disco rotto del pericolo rosso non lo toglie mai dal piatto del giradischi: “Persone che hanno incarichi pubblici non di primo piano, magari a livello locale, e che conducono una vita normale senza particolari accortezze”. Olga D’Antona, deputata Pd e vedova del giuslavorista Massimo D’Antona, ucciso dalle Brigate Rosse il 20 maggio 1999, lo ha zittito con tutti i titoli per farlo: “Il rischio terrorismo in Italia purtroppo c’è. Ciò non toglie che il ministro Sacconi farebbe bene a non evocarlo”.    A CONFERMARE che l’intervento a gamba tesa di Sacconi è un po’ frutto di ossessione e un po’ il tentativo di rovesciare il tavolo di una discussione nata male, sono altre prese di distanza di persone a lui tradizionalmente vicine. Come Giuliano Cazzola, altro ex socialista confluito nelle file berlusconiane ed ex dirigente della Cgil abbastanza avvelenato con l’organizzazione in cui ha trascorso una vita: “Bisogna evitare di criminalizzare il dissenso. Non necessariamente dietro a un dissenso anche violento si nasconde una P38”.    Per non parlare di Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Pd, che da sempre si batte per la riforma del mercato del lavoro anche con maggior “flessibilità in uscita”, come suol dirsi. Quando le Br uccisero Marco Biagi, il 19 marzo 2002, Ichino era nella lista degli obiettivi. Vive da allora sotto scorta. E ha liquidato così Sacconi : “Il rischio di atti di violenza minacciati da terroristi non può essere utilizzato per comprimere il dibattito, o peggio per accollare a chi dissente la responsabilità oggettiva di eventuali aggressioni commesse da altri”.    COME ALTRE volte in passato, ci troviamo di fronte al tentativo di alzare un polverone misto di allarmismo e propaganda per coprire il fallimento dell’ennesimo tentativo di dare una spallata non tanto ai diritti dei lavoratori, che a Sacconi interessano a giorni alterni, quanto ai loro difensori di professione, i sindacati. È lo stesso Ichino a definire “improvvisato” il modo in cui il governo ha affrontato la questione del mercato del lavoro. E i fatti danno ragione al giuslavorista milanese. Basti ricordare che da due anni giace in Parlamento il disegno di legge 1873, presentato da Ichino, con una riforma organica del mercato del lavoro, comprendente anche una riduzione delle tutele dell’articolo 18. Il Pd infatti non ha fatto propria la battaglia di Ichino, che è rimasta solitaria perché neppure Sacconi se l’è mai filato. Tre giorni fa Il Sole 24 Ore ha ricordato che un anno fa è stata approvata in Parlamento una mozione di Francesco Rutelli che impegnava il governo a procedere nell’esame del 1873, e un fedelissmo di Sacconi come Maurizio Castro ha votato contro.    Del resto, due anni fa il ministro del Lavoro aveva altri problemi. Di fronte all’esplosione della crisi economica, si offriva come scudo umano contro i licenziamenti. Erano i tempi in cui rivolgeva alle imprese l’appello “per una vera e propria libera e responsabile moratoria ai licenziamenti”. E respingeva le proposte del Pd per rafforzare i sussidi di disoccupazione spiegando che “gli ammortizzatori sociali automatici nelle fasi di crisi sono un incentivo a spezzare il rapporto di lavoro”. Erano anche i tempi in cui dichiarava che “l’appello del Santo Padre a conservare quanto più possibile i posti di lavoro deve essere accolto dalle istituzioni e dalle imprese”.    Dunque i licenziamenti vanno e vengono, il terrorismo no. È sempre in agguato, perché serve a mettere alla frusta sinistra e sindacati. E infatti ieri il ministro ha reagito alle critiche insistendo: “Sono al lavoro nuclei organizza-ti che operano clandestinamente per trasformare il disagio in rivolta”. Quello che colpisce è che i decenni passano e Sacconi ripete le stesse parole ogni volta che va in difficoltà. Nel 2002 , appena fu ucciso il giuslavorista Marco Biagi, spiegò a caldo che la manifestazione di Sergio Cofferati al Circo Massimo, che avrebbe segnato la definitiva sconfitta dell’attacco all’articolo 18, era “contro Marco Biagi”. E che in giro c’erano “cattivi maestri che hanno trasformato una normale, fisiologica dialettica politica e sindacale in una scelta di civiltà”. Ieri ha detto, in perfetta continuità, che il clima omicidiario va fatto risalire ai “maledetti e bastardi anni ’70”, e all’omicidio Calabresi (17 maggio 1972), perché i terroristi “non sono venuti da Marte: li abbiamo allevati nelle nostre scuole, nelle nostre università, nelle nostre case”.

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