quel romano di maroni

Quel romano di Maroni

di Paola Zanca

Appena esce dall’aula gli passano al telefono “Don Pietro”. Per il ministro che tra meno di un mese potrebbe essere rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, pronunciare quel “don” non è proprio rassicurante. Ma non si parla di padrini stavolta, dall’altro lato della cornetta c’è il parroco di Summonte, provincia di Avellino. Benedice il ministro graziato, che ora può tornare a occuparsi delle Politiche agricole con il sostegno di “tutta la coalizione”: 315 voti contro 294, “non ho visto defaillance”. Saverio Romano li ha osservati uno per uno, i 609 deputati chiamati uno alla volta a votargli la fiducia con scrutinio palese. Tolti i 21 assenti (7 Pd, 6 Pdl, 2 Mpa, un Udc e due del Misto) solo Francesco Nucara lo ha tradito, e solo dopo essersi assicurato che non sarebbe “stato determinante”. Gli altri, tutti con lui, compresa la Lega. Compreso il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Si è fatto vedere a Montecitorio solo alle sette di sera, e ha disertato le tre ore di dibattito in cui più di qualcuno lo ha accusato di svendere la lotta alla mafia per la sopravvivenza del governo. Lui si è turato il naso, Radio Padania si è tappata le orecchie: agli ascoltatori inviperiti ha risposto parlando dei certificati antimafia che il ministro Brunetta vorrebbe abolire e che invece Maroni difende. Almeno quelli.
Il ministro dell’Interno “fugge, neanche si presenta”, grida Antonio Di Pietro in Aula mentre invita Romano a dimettersi, come fece lui nel’96, “dodici minuti dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia”. Maroni non c’è nemmeno quando il finiano Fabio Granata gli ricorda che Romano “è uno dei pochi parlamentari ad aver votato contro il 41bis”. E il titolare del Viminale non vede nemmeno il ministro sotto accusa alzarsi nervosissimo dal suo banco per aggredire il Pdl Manlio Contento, che sta limando gli ultimi dettagli dell’intervento in sua difesa.
In aula (anche se poi confesserà di essere stato in dubbio fino all’ultimo) Romano si è seduto ai banchi del governo. I colleghi dell’esecutivo arrivano alla spicciolata (Berlusconi addirittura per ultimo) e si guardano bene dall’accomodarsi al suo fianco. Non ci sono nemmeno durante il suo intervento, mentre spiega che lui e i suoi familiari sono “incensurati fino alla settima generazione”. Romano resta solo fino a fine giornata. Il primo ad occupare la sedia accanto, per assurdo, sarà proprio Umberto Bossi. Calderoli gli fa cenno con la mano che forse non è il caso, gli chiede di slittare di un posto, ma ormai è troppo tardi. Che non fosse il Carroccio il problema di Romano si era capito da giorni. E a conferma del feeling con “il ministro in quote latte” – copyright dell’Udc Ferdinando Adornato – è il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli ad accoglierlo in Transatlantico. Stretta di mano e via, insieme ad affrontare la battaglia.
Una giornata dall’esito scontato ma comunque tesa, nervosa, irascibile. Il responsabile Massimo Calearo, poco prima che inizi la discussione si fa autografare da Romano il libro La mafia addosso, scritto dallo stesso ministro, quasi avesse paura di non vederlo più. Anche la Lega è preoccupata: per evitare di incartarsi sulle questioni di principio, in aula sceglie di “parlare di agricoltura”: la camicia verde Sebastiano Fogliato discerne di gestione dei terreni, di superfici agricole, di colture abbandonate. Fa talmente ridere che il presidente della Camera Gianfranco Fini è costretto a dire ai deputati dell’opposizione: “Vi prego di trattenere il vostro entusiasmo”. Si ride meno invece quando i parlamentari di Fli espongono i cartelli “Alla faccia della LEGAlità”. Si sfiora la zuffa, come accadrà anche più tardi quando i Radicali, tra gli improperi del Pd che ora minaccia l’espulsione, annunciano che non parteciperanno al voto.
Ma più che delle risse, quella di ieri è stata la giornata dei messaggi in codice. Domenico Scilipoti interviene per dire che lui il 14 dicembre ha fatto la scelta che ha fatto perché “qualcuno non ha rispettato i patti”. Amedeo Laboccetta ricorda a Di Pietro che prima di accusare Romano dovrebbe “guardare in qualche Comune della provincia di Napoli”. E Leoluca Orlando tiene a precisare che l’Italia dei Valori è “l’unico partito che non sostiene né Romano né Raffaele Lombardo”. Perfino la Lega ci prova: Luca Paolini chiede ai “sepolcri imbiancati” dell’Udc “chi ha portato Romano in Parlamento”. La risposta è chiara: il partito di Casini. Peccato che i seguaci di Bossi, queste domande, non le possano fare più.

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