quirinale contro palermo: ho ragione io, anzi no…

Il parere dell’Avvocatura

“Alla Procura non spetta la difesa di Stato”

di Ignazio Francesco Caramazza

In merito all’articolo “La forzatura del Colle” pubblicato su Il Fatto Quotidiano in data 2 agosto a firma di Bruno Tinti, ritengo necessario fornire due precisazioni, recando l’articolo almeno due affermazioni inesatte.

La prima è che “non esistono norme su intercettazioni a carico del Presidente della Repubblica”.

È vero il contrario. L’art. 7, comma 3, della legge 5.6.1989 n. 219 prevede, infatti, che: “Nei confronti del Presidente della Repubblica non possono essere adottati i provvedimenti indicati nel comma 2 se non dopo che la Corte costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica” e il comma 2 citato prevede che “Devono in ogni caso essere deliberati dal comitato i provvedimenti che dispongono intercettazioni telefoniche… omissis” La seconda inesattezza è contenuta nella seguente frase: “Per finire, va detto che l’iniziativa di Napolitano apre un caso sconcertante. Il Presidente ha incaricato l’Avvocatura dello Stato di rappresentarlo avanti alla Corte costituzionale. Ma parte in causa nel conflitto è la Procura di Palermo; che può, anzi deve, essere difesa dall’Avvocatura dello Stato: obbligatoriamente perché appartenente alla Pubblica amministrazione (art. 1 RD 30/10/1933, n. 1611).”. Anche in questo caso è vero il contrario. Nei conflitti di attribuzione fra i poteri dello Stato dinanzi alla Corte costituzionale, il patrocinio dell’Avvocatura dello Stato compete solo al governo (in via esclusiva) ex art. 20, 3° comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e al Presidente della Repubblica (in via facoltativa) per costante giurisprudenza. Gli altri poteri dello Stato (quale il potere giudiziario, nella specie la Procura della Repubblica di Palermo) “quando non compaiano personalmente, possono essere difesi e rappresentati da liberi professionisti abilitati al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori” (art. 37, ultimo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87).

È proprio vero, come scrive nell’incipit l’articolista, che esistono “aspetti poco esplorati nella vicenda delle intercettazioni Mancino-Napolitano”, aspetti il primo dei quali è la normativa vigente. Nella certezza che Ella vorrà pubblicare la presente lettera con adeguato risalto per la corretta e completa informazione dei suoi lettori, voglia gradire, illustre Direttore.

 

La replica

“Dal Quirinale una scelta inopportuna”

di Bruno Tinti

Sull’esistenza di norme concernenti le intercettazioni nei confronti del Presidente della Repubblica.

L’art. 7 L 219/1989 citato dal dott. Caramazza si applica esclusivamente al caso di cui all’art. 5 stessa legge: “I rapporti, i referti e le denunzie concernenti i reati indicati nell’articolo 90 della Costituzione devono essere presentati al Presidente della Camera dei deputati, che li trasmette al comitato di cui alla legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1”. I reati indicati nell’art. 90 Cost. sono alto tradimento e attentato alla Costituzione. Gli artt. 5 e 7 non si applicano dunque in eventuali processi per reati comuni a carico del Presidente; in questi le intercettazioni sarebbero regolate dal codice di procedura.

Resta il fatto che Napolitano non è stato incriminato, né per i reati di cui all’art. 90 Cost. né per reati comuni; e non è stato intercettato. Sicché davvero non si capisce che cosa c’entri il Comitato di cui alla legge costituzionale 1/53.

Sulla scelta del Presidente della Repubblica di farsi difendere dall’Avvocatura generale dello Stato.

Il dott. Caramazza riconosce che, per il Presidente della Repubblica, il patrocinio dell’Avvocatura è facoltativo. Dunque Napolitano avrebbe potuto scegliere altro difensore. E infatti (e diversamente da quanto potrebbe sembrare dalla citazione che ne fa il dott. Caramazza) l’art. 20 legge 87/1953 non cita affatto la Presidenza della Repubblica; si limita a prevedere che “Il governo è rappresentato e difeso dall’Avvocato generale dello Stato.”

Sul patrocinio obbligatorio per la Procura di Palermo. Gli artt. 20 e 37 della legge 87/1953, vanno coordinati con il R.D. 1611/1933, artt. 1 (Il patrocinio delle Amministrazioni dello Stato spetta alla Avvocatura dello Stato) e 5 (Nessuna Amministrazione dello Stato può richiedere l’assistenza di avvocati del libero Foro se non per ragioni assolutamente eccezionali). In questi casi occorre un’autorizzazione che può essere concessa “…inteso il parere dell’Avvocato generale dello Stato… con decreto del capo del governo”. Ecco perché ho ipotizzato che della questione avrebbe dovuto occuparsi la Corte costituzionale in sede di verifica della costituzione delle parti: occorre un coordinamento. Anche se il riferimento dell’art. 20 L. 87/53 al patrocinio obbligatorio per il “governo” potrebbe essere esteso alla Pubblica amministrazione nel suo complesso, come appunto previsto dall’art. 1 del RD 1933. L’inopportunità della scelta della Presidenza della Repubblica è però evidente: il suo difensore dovrebbe dare un parere (obiettivo, si suppone) sulla dismissione del mandato al fine di assumere la difesa della sua controparte!

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