saggese, il nababbo recidivo

Una vita da nababbo con l’Ici dei cittadini

SAGGESE ACCUSATO DI ESSERSI INTASCATO 20 MILIONI DI EURO PER PAGARSI FESTE, YACHT E FUORISERIE

di Giorgio Meletti

Uno non fa in tempo a magnificare le magie di un virtuoso del peculato Franco Fiorito, e subito scopre che è un dilettante. Se l’ex capogruppo Pdl alla regione La-zio ha fatto sparire i soldi affidatigli dalla regione, Giuseppe Saggese da Chiavari non solo, stando alle accuse, si è imboscato i tributi di centinaia di comuni italiani, ma è riuscito a farlo per anni e anche dopo essere stato arrestato due volte (2001 e 2009) con le stesse accuse. E così con quella di ieri fanno tre arresti. Gli inquirenti non credono ai loro occhi, e soprattutto non credono che tanta sfrontatezza sia praticabile senza amicizie potenti. La tecnica finanziaria di Saggese non è delle più sofisticate. Egli incassa i tributi dovuti dai cittadini ai comuni, e anziché versarli nelle casse pubbliche se li spende. Se la modalità appare poco fantasiosa, ancora meno creativa è la destinazione di tanto denaro, 20 milioni secondo il gip Fabrizio Garofalo che ha firmato l’ordine di custodia cautelare. Uno yacht, un aereo, una Mercedes 500, un’Audi A8, una Jeep Cherokee.

UN TENORE DI VITA principesco, finanziato con stratagemmi lineari. La società Ife fornisce consulenza alla capogruppo, Tributi Italia, emettendo parcelle milionarie pagate con i soldi dei comuni. Ma la Ife in realtà non fa niente, e i suoi dipendenti stipendiati sono Roberto Beltramini, guardia del corpo di Saggese, Augusto Piredda, l’autista, Svetlana Sebanciuc e Halyna Zavorotna, le colf di casa Saggese. A ricostruire l’organigramma è l’amministratrice unica della Ife, Laura Limido, che candidamente confessa agli inquirenti di non conoscere il suo quinto dipendente, Simone Di Natale.

Ma è il solito sfarzo noioso degli arraffatori da seconda repubblica: i detective della Guardia di Finanza hanno ricostruito una “una vita nel lusso”, dove la barca e le fuoriserie si accompagnano secondo copione a “viaggi da sogno in località esotiche”. Solo che questo va oltre l’immaginazione. Tu vai a pagare l’Ici, e l’esattore che già, per contratto, ha diritto a trattenere un aggio del 30 per cento per il disturbo di averti mandato a casa un bollettino da compilare, decide di tenersi tutto e lasciare il tuo comune a bocca asciutta e casse vuote. E qui viene da chiedersi come è possibile che questo signore sia andato avanti con questa storia per un decennio senza che un prefetto o un ministro lo abbiano fermato.

Ma Saggese viene da lontano, e la sua scalata al denaro pubblico, cominciata alla fine degli anni ‘90, si è dipanata nella più generalizzata distrazione. Tutto comincia con la liberalizzazione delle esattorie. Basta con il dominio delle banche, apriamoci al privato. Guido Calvi, grande penalista, ex parlamentare comunista, lo spiega in tono entusiasta: “La legge con la liberalizzazione ha dato l’opportunità ai comuni di gestire la riscossione delle tasse e combattere l’evasione fiscale in modo più efficace”.

STRANO CHE questa dichiarazione sia stata fatta a margine del processo per lo scandalo di Aprilia, dove Saggese ha lasciato un buco milionario nelle casse del comune in provincia di Latina. Meno strano se si pensa che Calvi in quel processo è il difensore di Saggese, che ha messo da parte abbastanza soldi per pagare i più prestigiosi penalisti, meglio se equamente distribuiti tra le aree politiche.

Anche perché piove sul bagnato: pur potendoselo permettere, Saggese non ha il fastidio di dover pagare Niccolò Ghedini, il deputato avvocato di Silvio Berlusconi: il principe del foro padovano ha avuto modo di chiarire che lui a Tributi Italia ha dato in passato solo pareri gratuiti. Tra questi pareri forse non c’era quello di stare attento perché continuando in quel modo il terzo arresto avrebbe fatto seguito ai primi due. O più semplicemente Saggese non l’ha ascoltato, pensando che quando le cose le fai in grande è sempre più difficile fermarti.

Se n’è accorto a suo tempo Sergio Cofferati, che appena eletto sindaco di Bologna, nel 2004, dovette fare i conti con i mancati pagamenti di Tributi Italia, imbarcata con contrattone a lungo termine dal suo predecessore, Giorgio Guazzaloca, il berlusconiano che gloriosamente espugnò la roccaforte rossa. Tutto il mandato dell’ex leader Cgil si è trascinato nel vano tentativo di liberarsi di Tributi Italia, contro i burocrati del comune che remavano a favore di Saggese, e contro il ministero dell’Economia che non si decideva a cancellare quella società dall’albo degli esattori: l’unico modo per sciogliere i contratti e ricominciare a incassare i propri tributi.

Fino a ieri Saggese l’ha fatta franca perché, se lui andava con yacht e fuoriserie, probabilmente in giro per l’Italia c’erano molti beneficiari del sistema. E al momento giusto, soprattutto durante il governo Berlusconi, una manina lo salvava.

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