scajola e il latitante

Quel latitante e l’estorsione a “sciaboletta”

Mario Ledda pluri condannato (anche per stupro) minacciava di rivelare come presentò il politico a B.

di Marco Lillo

Alto un metro e cinquanta, capelli grigi, occhi furbi e una gran parlantina, il sigaro sempre a mezz’asta. Condannato per truffa, millantato credito e violenza carnale. Si chiama Mario Ledda, o meglio si chiamava visto che è morto dieci anni fa. Sarebbe stato questo 61enne con un passato nel Psdi il “principe azzurro” di Scajola, come si faceva chiamare. Cioé l’uomo che avrebbe presentato il politico di Imperia a Berlusconi nel 1995. Ledda minacciava di rivelare questo segreto nelle lettere scritte a Scajola dal carcere di Pisa, dove era recluso nel 2001, e prima ancora in Francia, dove aveva trascorso la sua latitanza ed era stato arrestato nel giugno del 1999 per un’estorsione a Pietro Isnardi, un imprenditore amico di Scajola. Le lettere e le telefonate dal contenuto potenzialmente estorsivo erano rivolte nel 2001 a Scajola e ai collaboratori più stretti dell’allora ministro dell’Interno, ma non sono mai state denunciate. Solo oggi è possibile conoscerne il contenuto grazie al Fatto che ha avuto modo di visionare questo materiale. Nelle lunghe missive anche Ledda e la sua compagna accennavano al favoreggiamento di Scajola a Ledda quando questi era latitante e Scajola era il coordinatore nazionale di Forza Italia. E non mancano lettere nelle quali il galeotto spinge il ministro dell’Interno a far approvare un indulto.    NELL’ULTIMA fase del carteggio Ledda sente il fiato della morte sul collo: il tumore al polmone è cresciuto di quattro centimetri e lui pretende un intervento del politico per sistemare la sua anziana compagna. Altrimenti minaccia di rivelare tutto quello che sa sul deputato di Imperia, sul suo primo incontro con Berlusconi a Sanremo nel 1995 e sull’aiuto che aveva ricevuto dal politico durante la latitanza in Francia. Il Fatto ha visionato le lettere di Mario Ledda, del suo avvocato, Giuseppe Arcadu, e della sua compagna, Maria Di-liberto. Tutti e tre chiedevano. Tutti minacciavano rivelazioni imbarazzanti. Certo Ledda non era uno stinco di santo ed era stato condannato per reati come la truffa e il millantato credito e i presunti ricattatori sono morti da anni. Una cosa però è certa: nessuno di loro è stato mai denunciato da Scajola.    NON SOLO. Le carte provano l’intervento della segreteria di Claudio Scajola nel marzo del 1997 (quando Ledda era prossimo alla condanna definitiva ma non ancora latitante) su un dirigente dell’Inail in favore della famiglia Ledda che non pagava il canone da un anno ma – grazie all’intervento del Viminale – restò inquilina saldando la morosità di dieci milioni di vecchie lire.    Alla fine del 2001 Maria Diliberto sarà ricoverata alla Baggina, anche qui – a suo dire – grazie all’intervento della segreteria del ministro. E sempre la segreteria di Scajola si interessò per fare uscire Mario Ledda dal carcere di Pisa per ragioni di salute, anche interessando il professor Luigi Perroni, deceduto anche lui, già amico di Scajola, responsabile sanità di Forza Italia e padre di Giorgio, attuale legale del deputato nel procedimento sulla casa del Colosseo.    Tutto il carteggio può essere letto in malam partem (come un’estorsione subita da Scajola in silenzio per paura delle rivelazioni) o in bonam partem, come un aiuto innocente a un ex compagno caduto in disgrazia che poi ricatta l’amico inventandosi un favoreggiamento. In entrambi i casi il carteggio merita di essere raccontato. A partire dalla lettera, scritta nel 2000 da Maria Diliberto, allora 83enne. La signora scrive dal Pio Albergo Trivulzio, il 9 dicembre 2000. Caro Claudio, ti ho visto in televisione mentre eri alla Scala per la Prima (…) Mi sembravi veramente felice di essere lì in mezzo a tanta gente importante. Anche tu oggi sei molto importante. Mi sono venuti in mente i momenti della vostra conoscenza, quando non era così e tu eri triste, depresso e sconfortato perché non vedevi un futuro. È stato tutto come una fiaba, per te, e malgrado tutti i suoi problemi Mario è stato il tuo “principe azzurro” che ti ha aperto tutte le porte e ti ha dato tutti i consigli. Quindi mi aspettavo di vederti, come mi avevi promesso, perché eri a Milano. Invece sono qui in ospedale della Baggina, come tu sai perché Zocchi (il segretario particolare del ministro dell’Intero Scajola, ndr) mi ha fatto la strada. Se non fosse per Enrico (Rizzi, senatore Forza Italia, deceduto nel 2005, ndr) che mi viene a trovare potrei dire di essere veramente sola in quanto, come tu ben sai, Mario è ancora in carcere. Forse nella tua generosità hai sbagliato tu con i tuoi amici. Sono ormai due anni che Mario è in carcere e prima latitante con il tuo sostegno determinante e generoso (come Mario racconta), se tu non lo avessi aiutato, avrebbe scontato tutto e oggi sarebbe libero e io non sola: è una cinica realtà ma è la verità. Mi hai promesso che saresti venuto a trovarmi. Ti aspetto prima di Natale, esco dall’ospedale il 21 dicembre, a sera sarò a casa.    Maria    LA COMPAGNA di Mario Ledda, la signora Diliberto, in questa lettera scrive due cose molto importanti che non avrebbero dato certamente lustro all’immagine del coordinatore di Forza Italia: 1) Mario Ledda è stato l’uomo che ha cambiato la vita a Scajola; 2) Ledda è stato aiutato nella latitanza dal ministro. In quel momento storico, se confermata, una simile notizia sarebbe stata deflagrante. Mario Ledda, pur essendo stato in passato un collaboratore del segretario del Psdi Pierluigi Romita e pur avendo conosciuto persino il presidente Giuseppe Saragat, aveva un curriculum giudiziario impressionante. Arrestato molte volte in Italia per reati come la truffa e gli atti di libidine volenti (nel 1978 e poi nel 1991), nel 1997, due anni dopo l’incontro con Scajola e Berlusconi, subì una condanna definitiva per violenza carnale (aveva abusato di una ragazza alla quale aveva promesso un lavoro) e sfuggì alla cattura riparando a Nizza. Nel 1999 fu arrestato dalla gendarmerie francese e condannato per estorsione in danno di uno dei migliori amici di Scajola, Pietro Isnardi. Ledda minacciò di rivelare una presunta adulterazione dell’olio Isnardi in un supermercato di Nizza: una cicca in una bottiglia. L’imprenditore, che in passato aveva seguito le problematiche di Ledda anche su indicazione di Scajola, stavolta lo denunciò e lo fece arrestare. Nelle cronache di allora i giornali locali di Nizza però raccontano che, accanto alla storia della bottiglia, c’era dell’altro dietro le richieste di soldi a Isnardi: Ledda si aspettava riconoscenza perché aveva aiutato Scajola a diventare importante nel partito di Forza Italia.    Scajola non andò mai a incontrare la vedova Ledda, nonostante le sue richieste. E lei presentò un esposto alla Procura di Milano nel luglio del 2002 con tutto il carteggio tra il compagno e il politico, comprese le sue accuse di favoreggiamento alla latitanza. Quel fascicolo (un modello 45 senza indagati) poi finì in Liguria e fu archiviato nel 2007. Ma questa è un’altra storia.

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