schifani, provenzano e la trattativa con la mafia

Provenzano e la trattativa Stato-mafia: il pentito cita “il socio e amico” Schifani

LO VERSO ACCUSA ANCHE ROMANO E DELL’UTRI
di Giuseppe Lo Bianco

Salvo Lima ucciso perché si era opposto alle stragi, eseguite per fare un favore ad Andreotti “che aveva garantito Riina per una vita”; Dell’Utri il suo successore, Ciancimino “probabilmente assassinato”; Provenzano latitante protetto grazie a un accordo con Cuffaro “il ministro sardo che lo avvertì se la fece franca”; e gli “amici degli amici” piazzati fin dentro i vertici dello Stato: “Stai tranquillo, abbiamo l’amico e socio di mio padre, Renato Schifani, e il paesano di mio parrino Ciccio, Saverio Romano”.    Le ultime rivelazioni sui misteri delle stragi e sul rapporto mafia-politica arrivano dall’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo dal neo pentito Stefano Lo Verso e aggiungono altre accuse nei confronti della seconda carica dello Stato – in questi giorni indicato come papabile guida di un governo di transizione – dopo quelle già mosse dal pentito Gaspare Spatuzza. Schifani ha dato mandato ai suoi legali di querelare il pentito, per Dell’Utri le parole di Lo Verso “non meritano altro che una risata”, Romano le aveva definite “ragli d’asino”.    SCHIFANI, Dell’Utri e Romano sono i nomi di maggior spicco di esponenti politici accusati di relazioni pericolose con le cosche chiamati in causa ieri mattina in aula dall’ex autista (e prima postino) di Provenzano, che ha deposto protetto da un paravento di tipo sanitario per quasi quattro ore nel processo per la mancata cattura del boss corleonese in cui sono imputati gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu. Proprio Provenzano, nel gennaio del ‘94, mentre Lo Verso lo ospitava a casa di sua suocera, a Ficarazzi, gli avrebbe affidato una serie di confidenze sui misteri della stagione delle stragi: “Mi disse di non aver paura perché lui era protetto da un alto esponente dell’Arma, aggiunse che la verità sulle stragi la conoscevano in cinque, lui, Riina, Andreotti, Lima e Ciancimino, che Dell’Utri aveva contattato i suoi uomini, che Lima non avrebbe sopportato la conoscenza della verità e per questo è stato assassinato. Una verità che lo Stato conosce”. E sulle stragi ha rivelato di essere stato interrogato anche dai pm di Caltanissetta Nicola Marino e Stefano Luciani, ai quali ha rivelato i colloqui in carcere con Cosimo Vernengo, ergastolano innocente di via D’Amelio assieme al cognato Franco Urso, per i quali la procura generale ha chiesto la revisione. Molto preciso e dettagliato quando racconta degli equilibri politico mafiosi sul territorio (“appoggiammo Ciccio Musotto alla presidenza della provincia, andava in auto, una Audi 100, con Pietro Lojacono”), Lo Verso è apparso riscrivere la storia delle stragi del ’92 indicando Andreotti come il grande vecchio stragista, al punto che il presidente Fontana gli ha chiesto se Provenzano avesse avuto con lui un tono ironico. È perplessa anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente delle vittime di via dei Georgofili, che chiosa: “Andreotti dopo il 1980 è stato assolto da reati di mafia e nominarlo non porta da nessuna parte. Certo che lo Stato sa chi ha ‘voluto’ le stragi insieme alla mafia, ci mancherebbe altro che non lo sapesse. Ma come tutti sappiamo benissimo, c’è una ‘Ragion di Stato’ che vola sopra ogni tipo di morti”.    IN AULA LO VERSO si è presentato in giacca e cravatta, come un normale impiegato, e in buon italiano ha snocciolato la sua storia di picciotto in carriera a Ficarazzi, un centro a pochi chilometri da Palermo, tra boss e politici, rancori e tradimenti, fedeltà e vendette, nella costante paura di “finire in un burrone”, come gli disse una volta Ciccio Pastoia, se non avesse obbedito agli ordini. Il suo sogno era diventare autista al ministero della Giustizia, ma quando chiese un appoggio per superare la seconda prova del concorso i suoi referenti gli dissero che non avevano “amici in quegli ambienti”. Cominciò così la sua carriera dentro Cosa Nostra che lo portò a stretto contatto con Provenzano, accudito da gennaio 2003 al 19 settembre del 2004, “l’ultima volta che lo vidi”. Lo descrive come una persona umile, con tre croci al collo e una passione per l’acqua benedetta e le citazioni a effetto: “Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”, gli disse il boss. Si è pentito quest’anno e ha spiegato così le ragioni: “Avevo paura di morire – ha detto – ma ho messo in conto che almeno i miei figli non sarebbero stati figli di un mafioso. Non c’è futuro per i mafiosi”.    E ha chiesto di parlare con il pm Nino Di Matteo, “l’unico che non mi poteva tradire”. E quando gli chiedono perché ha atteso cinque mesi prima di fare i nomi dei politici, risponde: “Volevo farli in aula, su questi argomenti si muore”.

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