sciascia, borsellino e falcone: furono traditi tutti e tre

L’intervento I “professionisti dell’antimafia” e il torto a Falcone

Sciascia, Borsellino e i “Giuda” del Csm

di Gian Carlo Caselli

Nell’interessante intervista di Sandra Amurri alla figlia di Leonardo Sciascia, Anna Maria, si rievocano vicende di cui sono stato testimone diretto in quanto componente del Csm di allora. Vi si legge in particolare che Borsellino fu “nominato procuratore di Marsala per ‘meriti di antimafia’ e non, come volevano le regole del Csm, per automatismi di anzianità”. In realtà le regole erano più articolate. C’era sì la regola generica dell’anzianità, ma in alternativa ce n’era un’altra, specifica per gli uffici interessati nella lotta alla mafia. Questa regola specifica era scolpita nella delibera 15 maggio 1986, con la quale il Consiglio vincolava se stesso al criterio della professionalità specifica (appunto ) nella nomina dei dirigenti degli uffici di “frontiera” antimafia. Fu questo criterio che prevalse (correttamente) per la nomina di Borsellino a capo della Procura di Marsala, certamente terra di mafia. Fu allora che Scia-scia scrisse il noto commento intitolato (con un’espressione che non figura nel testo ma ne rappresenta un’efficace sintesi) “Professionisti dell’antimafia” .

Trucchi di maggioranza

Nell’intervista di Sandra Amurri si legge ancora che Sciascia fu “profetico” perché “quando si trattò di nominare il capo dell’ufficio istruzione (di Palermo), il Csm preferì Antonino Meli, magistrato più anziano ma digiuno di lotta alla mafia, a Giovanni Falcone, smantellando di fatto il pool di Caponnetto, trincerandosi dietro la ferrea applicazione di quella stessa regola che non aveva rispettato per la nomina di Borsellino”. Quanto alle regole, vale ciò che ho precisato sopra. La verità è che la maggioranza del Csm, certamente per ragioni che con il rispetto delle regole avevano ben poco a che fare, effettuò una virata del tutto inaspettata ed incredibile (proprio Paolo Borsellino ebbe poi a parlare di “Giuda” e di decisione per effetto della quale Falcone aveva allora cominciato a morire). Ma per mascherare in qualche modo l’indecenza di tale virata, la maggioranza del Csm – forte dell’autorevolezza e del prestigio di Sciascia – non esitò a brandire come una clava, contro ogni opinione dissenziente, proprio il suo “Professionisti dell’antimafia”.

La conclusione fu (non senza laceranti spaccature) che questa volta la maggioranza del Consiglio – invece del criterio della professionalità specifica – applicò quello generico dell’anzianità, promuovendo un magistrato che di mafia non sapeva un bel niente. In altre parole, Sciascia fu strumentalmente usato per piegare ad altri interessi (certamente non collimanti con quelli più generali della collettività e della democrazia) la regola mirata sugli uffici “antimafia” che il Csm si era espressamente data e che già aveva applicato per Marsala.

In due interviste a “L’Unità” e a “Repubblica” del 20 luglio 1988, gli effetti devastanti di questa improvvida decisione furono aspramente denunciati proprio da Borsellino, che scagliò un “j’accuse” violentissimo contro la condanna a morte del pool e del suo metodo di lavoro, manifestando la “spiacevole sensazione che qualcuno voglia tornare indietro”. La reazione della maggioranza del Csm (i “Giuda” sono sempre in servizio attivo…) fu sostanzialmente quella di sottoporre Borsellino a una sorta di procedimento disciplinare per non aver percorso – con la sua denuncia – le vie “istituzionali”.

 

L’informatore interessato

Vero è, infine, che dopo qualche tempo vi fu tra Sciascia e Borsellino un chiarimento che non lasciò strascichi, anche perché Sciascia riconobbe di essere stato male informato. E che ci fosse stato un “informatore” interessato lo si può univocamente desumere dalla lettura stessa del suo commento sui “Professionisti dell’antimafia”, posto che vi si ritrova la citazione esplicita di un Notiziario straordinario (10 settembre 1986) del Csm, che certo non era in vendita nelle edicole di Racalmuto.

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