sciascia e borsellino: amici

“Mio padre Leonardo Sciascia fu usato per colpire i magistrati”

PARLA LA FIGLIA DELLO SCRITTORE: “IL SUO PENSIERO SULL’ANTIMAFIA FU DISTORTO CON UN OBIETTIVO PRECISO”

di Sandra Amurri

Ricordo con sofferenza il dolore di mio padre, il suo pensiero fu distorto, strumentalizzato, il suo articolo mal titolato e l’attenzione venne spostata sulla polemica dell’antimafia parolaia. Prevalse la banalità di una polemica superficiale, utile a qualcuno per delegittimare i magistrati”. Anna Maria, 66 anni, secondogenita di Leonardo Sciascia, moglie dell’ingegnere Antonino Catalano, madre di due figli, nonna di due bimbe, ripercorre quei primi mesi dell’87 che seguirono all’articolo sul Corriere della Sera “I professionisti dell’antimafia”.

SCIASCIA fu accusato di de-legittimare Paolo Borsellino, nominato Procuratore di Mar-sala, per “meriti di antimafia” e non, come volevano le regole del Csm, per automatismi di anzianità e di rimproverare a Leoluca Orlando, anche all’epoca sindaco di Palermo, di dedicarsi più alle interviste per acquisire “meriti di antimafioso” che ai problemi della città.

Il Coordinamento antimafia definì Sciascia, che molti anni prima aveva mostrato al Paese il volto di una mafia la cui esistenza veniva negata dai più, un ‘quaquaraquà’. “Svuotarono le sue parole, ne dispersero il messaggio etico e, aggiungerei, profetico”, spiega Anna Maria. Profetico lo fu, visto che quando si trattò di nominare il capo dell’Ufficio Istruzione, il Csm preferì Antonino Meli, magistrato più anziano ma digiuno di lotta alla mafia, a Giovanni Falcone, smantellando di fatto il pool di Caponnetto, trincerandosi dietro la ferrea applicazione di quella stessa regola che non aveva rispettato per la nomina di Borsellino. Come Scia-scia aveva denunciato: “Il Csm si era sottratto alla regola vigente senza però stabilirne un’altra” legittimando il caso Falcone. Poco prima di morire, Scia-scia “per squarciare quel velo di ipocrisia”, continua la signora Anna Maria “scrisse A Futura memoria. Papà non era una voce asservita al potere, ma pungolo critico del potere e Borsellino lo aveva compreso, tant’è che il magistrato non si sentì offeso dalla riflessione di papà, come mi ha confermato anche il figlio Manfredi, quando, qualche anno fa, è venuto a casa a conoscere mamma”.

NEI SUOI ULTIMI giorni, Borsellino faceva sue le parole che Sciascia, nel Giorno della Civetta, mette in bocca al miserabile Parrinieddu, bracciante della mafia e spia della polizia per necessità: “Chi ha paura muore tutti i giorni, chi non ha paura muore una volta sola”. Il giudice scrisse una lunga lettera a Sciascia da cui scaturì un intenso carteggio, conclusosi con l’incontro a Marsala, con le rispettive mogli, al pranzo organizzato dall’allora sindaco della città Enzo Genna. E nel ’91, al convegno a Racalmuto con Falcone disse: “Scontro fra me e Sciascia non ve ne fu. Sciascia ha avuto estrema importanza nella mia formazione e anche nella mia sensibilità antimafia. Ebbe la gradevolezza di darmi una interpretazione autentica del suo pensiero, che mi fece subito riflettere sul fatto che quella sua uscita mirava a ben altro”. Come, alla sua morte, ribadì la moglie Agnese: “Scia-scia aveva capito tutto in anticipo”.

ANNA MARIA ricorda quella domenica di 20 anni fa, quando fu sorpresa sul balcone da un boato che fece tremare i vetri e una nube nera si alzò in cielo. “Non sapevo che la mamma di Borsellino abitasse a pochi passi da casa mia. Un dolore immenso. È come se mio padre fosse morto di nuovo. Lo leggo e lo rileggo e vi trovo le risposte all’oggi. Guardo il ritratto che gli donò il suo amico Guttuso e mi sembra di toccarlo. Non era un pessimista, era uno che non si faceva illusioni. Mi piace pensare che mia nipote, Sofia, 5 anni, abbia ereditato un po’ dei suoi geni: giorni fa parlando ho usato il verbo sussurrare e lei dopo un po’ mi ha detto: nonna vieni che ti sussurro una cosa all’orecchio”. Lo scrittore di Racalmuto , poco prima di morire, riuscì a chiarirsi anche con Orlando “Era seduto con le spalle rivolte alla grande finestra a vetri, dietro cui ondeggiano gli alberi di Villa Sperlinga. Parlarono a lungo, Orlando gli era simpatico. Sarebbe contento di saperlo di nuovo sindaco”.

Orlando, salutò Sciascia così: “Professore, nella cronaca ci siamo trovati a volte su posizioni opposte ma lei è nella storia e io, per questo, le porto il mio affetto e la stima della città”. Cosa direbbe suo padre di quegli uomini delle istituzioni che hanno smarrito la memoria su quella tragica stagione? “Si vergognerebbe per loro. Certamente non starebbe zitto a costo di tirarsi addosso mille polemiche . Consiglierebbe loro di chiudersi in una stanza e uscire solo quando hanno ricordato. Lo Stato ha trattato con la mafia per salvare chi e perché? Come mai allora non trattò per la liberazione di Moro? Abbiamo il diritto di sapere. Papà auspicava uno Stato deciso, fermo, coeso contro la mafia. Quel che non c’è mai stato e che evidentemente non c’è; e che così continuando si fa meta sempre più lontana”. Anche Scalfari, oggi difensore del Presidente Napolitano, che per bocca del suo consigliere accoglie le richieste di Mancino, indagato a Palermo, lo accusò di “sortite nelle quali la vanità personale fa spesso premio sulla responsabilità civile”, papà gli rispose: “Capisco benissimo che non gli passi per la testa il sospetto che si possa scrivere per null’altro che per amore della verità. È vero che sono troppe le mie ‘sortite’. Come Shaw diceva che i negri prima li si costringe a fare i lustrascarpe poi si dice che sanno solo fare i lustrascarpe, prima mi si attacca poi mi si fa il rimprovero di essere attaccato”. E concluse: “Ho 67 anni, ho da rimproverarmi e rimpiangere tante cose, ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è come si è”. Doni, invece, oggi molto diffusi.

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