se aiuti la mafia sei mafioso

ANTONIO ESPOSITO, IL GIUDICE CHE SUPERA IL CONCORSO ESTERNO

di Davide Milosa 

Primo punto: “Le relazioni che uniscono i boss con una rete di politici, avvocati e magistrati costituiscono uno dei fattori che rendono forti le associazioni criminali e che spiegano perché lo Stato non sia ancora riuscito a sconfiggerle”. Rapporti, dunque, tenuti in piedi da una “borghesia mafiosa” fatta di “personaggi insospettabili i quali avvantaggiano l’associazione fiancheggiandola”. Da qui la conclusione rivoluzionaria: “Questi soggetti devono ritenersi far parte a pieno titolo dell’associazione quando rivestono un ruolo specifico e duraturo”. Tradotto: parlamentari, medici, commercialisti, nel momento in cui favoriscono in maniera netta la cosca sono mafiosi e non “concorrenti esterni”.

QUESTO scrive il presidente della seconda sezione della Corte di Cassazione, Antonio Esposito, nella sentenza con cui viene confermato l’arresto a Vincenzo Giglio, medico calabrese, coinvolto nell’inchiesta milanese sulla cosca Valle-Lampada e oggi accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

I giudici, anzi, fanno di più: ipotizzano che Giglio possa essere inserito a pieno titolo nell’organigramma del clan proprio alla luce di “costanti contatti e rapporti, anche economici”. E dunque, a partire dall’11 giugno (data d’inizio del processo) il capo della Dda di Milano Il-da Boccassini potrà riformulare l’accusa.

Nel frattempo succede qualcosa di poco chiaro: la sentenza viene depositata il 16 maggio. Il 30 l’avvocato Vincenzo Minasi, anche lui coinvolto nell’inchiesta, davanti al Gup racconta di incontri tra il boss Giulio Giuseppe Lampada e il pm di Milano Ferdinando Esposito, figlio del presidente della 2° sezione della Cassazione. Il legale rubrica la vicenda tra “le cose che mi sono ricordato”. E chiede (senza ottenerlo) che il suo processo con rito abbreviato sia celebrato a porte aperte. Lapidaria la risposta del sostituto procuratore: “Solo calunnie”.

Il caso, scatenato dalle parole di Minasi, sembra dunque destinato a chiudersi. A promettere rumore è, invece, la sentenza a carico di Vincenzo Giglio ritenuto il collegamento tra la cosca e ambienti istituzionali. Cosa fa? Mette in contatto i fratelli Lampada con il consigliere regionale calabrese Franco Morelli. Partecipa “sistematicamente” alle riunioni con il clan. Tesse i rapportitrala‘ndranghetae“appartenenti all’ordine giudiziario”. Incontra uomini dei servizi segreti per carpire informazioni riservate su inchieste in corso. Sostiene la campagna elettorale di Leonardo Valle. Tiene in rubrica i telefoni “coperti” dei capi dell’associazione. Condivide affari comuni e fornisce a Giulio Lampada un rilevatore di microspie. Fissato il punto sulla posizione di Giglio, il presidente Esposito allarga il campo e scrive: “L’articolo 416 bis incrimina chiunque partecipi all’associazione indipendentemente dalle modalità con cui entra a far parte dell’organizzazione”.

QUI STA la portata rivoluzionaria della sentenza che, seppur non licenziata dalle Sezioni unite, e dunque non definitiva, allarga le possibilità di contestazione del reato di partecipazione mafiosa ai protagonisti della cosiddetta zona grigia, superando in parte la sentenza Mannino sul concorso esterno. Depositato dalle Sezioni unite nel 2005, il testo scritto dall’attuale presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio, oltre a bocciare la condanna per l’ex ministro Calogero Mannino, fissa rigidi paletti entro i quali fa ricadere il concorso esterno. In sostanza, per contestare il reato è necessario dimostrare (nei fatti) che il patto tra la mafia e il politico abbia prodotto “risultati positivi”. Il “do-lo eventuale” non basta, serve “il dolo diretto del concorrente”.

Scrive Canzio: “Nella vicinanza e disponibilità di un politico verso un sodalizio criminoso sono da ravvisare contiguità sicuramente riprovevoli da un punto di vista etico”, ma “estranee dall’area penalmente rilevante del concorso esterno”. Secondo la sentenza Giglio, la discriminante, invece, non è più, come nella Mannino, solo l’affectio societatis (ossia la consapevolezza di far parte di un cosca), bensì il ruolo all’interno dell’associazione. Spiega Antonio Esposito: “Per configurare il reato di 416 bis è necessario e sufficiente un’adesione all’associazione con l’impegno di messa a disposizione”. Insomma, per il benessere del clan servono sia il killer e l’estorsore, ma anche (e forse di più) il politico e l’avvocato.

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