se ci scappa il morto la colpa è del magistrato…

Non si specula sulla morte

di Gian Carlo Caselli

La “guerra” contro Ingroia si fa sempre più pesante. Nuove “munizioni” sono venute dalla strumentalizzazione che i soliti ambienti hanno scatenato dopo la morte improvvisa di Loris D’Ambrosio. Un evento drammatico e triste, che per tutti dovrebbe essere ragione di sincero dolore. Qualcuno invece non esita ad approfittarne per accusare Ingroia – senza mezzi termini – addirittura di “omicidio”. Polemiche incivili e squallide, ma non nuove. Nell’agosto 1998 Ingroia (assieme al sottoscritto) interrogò a Cagliari il collega Luigi Lombardini, accusato di vari reati. Al termine dell’interrogatorio Lombardini si chiuse nel suo ufficio e si suicidò. Un fatto terribile e tragico, subito biecamente sfruttato dai nemici della Procura di Palermo per imbastire l’ennesima speculazione, questa volta sciacallesca.

ALL’INDOMANI del suicidio fu intercettata una conversazione fra Paolo Liguori (allora direttore di Studio aperto) e l’imprenditore Nicola Grauso, coinvolto nell’inchiesta Lombardini. Con perfido cinismo, i due commentano la morte di Lombardini come un fatto fortunato, “un colpo inaspettato molto duro, un’occasione irripetibile per fotterli”, quei Pm palermitani. L’interrogatorio era stato integralmente registrato, per cui fu facile dimostrare – oltre ogni dubbio – la serenità e correttezza assolute degli inquirenti (Ingroia in testa). Ma intanto la campagna di impudenti insinuazioni e calunnie era avviata, esattamente come oggi. Con un corollario inquietante: la fortissima emozione suscitata dall’improvvisa morte di D’Ambrosio viene assunta come base di lancio di quella riforma delle intercettazioni che da sempre occupa il primo posto in certe agende politiche. Vero è che nel nostro paese spesso le leggi sono “del giorno dopo” (un esempio per tutti: soltanto dopo gli omicidi di La Torre e Dalla Chiesa fu approvato l’art. 416 bis del codice penale, grazie al quale la mafia – che prima… non esisteva – viene finalmente vietata e sanzionata). Ma gli interventi “del giorno dopo”, per quanto tardivi, sono serviti di solito a svegliarci da un torpore suicida. Questa volta invece il “giorno dopo” potrebbe farci regredire a un torpore (meno intercettazioni e minor conoscenza dei loro contenuti) vantaggioso per chi abbia qualche scomodo segreto da custodire. Sul lavoro dei Pm di Palermo si possono avere le opinioni più diverse, è ovvio. Ma dovrebbe essere altrettanto ovvio che non c’è critica che possa anche solo attenuare la necessità di un quadro di rispetto per quel lavoro. Perché è comunque un lavoro di complessità e difficoltà assolutamente eccezionali, come mai mi è capitato di vedere in oltre 40 anni di esperienza investigativo-giudiziaria. Basta leggere il capo d’accusa formulato a conclusione delle indagini che comunemente vengono indicate con la voce “trattative” per rendersi conto dell’intricato e vischioso “labirinto” in cui i Pm palermitani – dando prova di un coraggio intellettuale non comune – si sono inoltrati: consapevolmente, per dovere d’ufficio, avendo di mira esclusivamente l’interesse generale dell’osservanza della legge. Vengono alla mente alcune parole di Paolo Borsellino, che commentando un’inchiesta riguardante imputati “eccellenti” ebbe a dire: “Mi tremano le vene ai polsi al pensiero della bufera di polemiche che ci investirà, ma è un nostro dovere, non possiamo tirarci indietro”. Gli ammiccamenti verso forme di legalità doppia o diseguale – come non appartenevano a Borsellino – così non appartengono a Ingroia e ai suoi colleghi.

QUEL CAPO d’accusa, infatti, intreccia fra loro – come elementi di un unico strabiliante circolo – pezzi da novanta di Cosa Nostra, alti ufficiali del Ros dei Carabinieri, uomini politici e personaggi istituzionali (alcuni defunti ma nominativamente indicati) di primaria grandezza. Un quadro da brividi, il cui sviluppo potrebbe avere effetti stupefacenti. L’interfaccia del coraggio votato all’interesse generale – ribadisco – con cui i Pm palermitani hanno assunto sulle loro spalle (nella convinzione che sia loro ineludibile dovere) un carico immenso di responsabilità. In sostanza, un lavoro che certo si può discutere e criticare, ma senza creare un clima da tifoserie contrapposte con tanto di “linciaggio” politico-mediatico del “nemico” da abbattere. Altrimenti tutto si intorbida e complica ancor più, rendendo impossibile ragionare – tra l’altro – su determinate questioni poste da alcuni commentatori cui lo stesso Ingroia ha accennato: relative a una ipotizzabile (ma tutta da dimostrare) linea di demarcazione fra atti penalmente rilevanti e atti rientranti nella sfera della discrezionalità politica, sia pure intesa nel peggiore dei modi e ancor peggio in concreto praticata. Ora che l’inchiesta è giunta a uno snodo delicato (gli atti sono nelle mani del Gip, giudice terzo che valuterà la sufficienza o meno degli elementi portati dall’accusa a sostegno della richiesta di un pubblico giudizio dibattimentale), sarebbe davvero necessario – da parte di tutti – uno sforzo che punti allo svelenimento della situazione. Antonio Ingroia, accettando un incarico dell’Onu in Guatemala, anche perché preoccupato di essere ormai diventato una specie di catalizzatore di ingiuste polemiche, si è mosso in questa direzione allo scopo di restituire almeno una relativa serenità al suo ufficio.

Sbaglia clamorosamente chi parla di “fuga”. È invece una scelta che denota responsabilità istituzionale. Perciò, ancora una volta, merita rispetto.

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