“su via d’amelio hanno depistato per portare avanti la trattativa”

Scarpinato: “Pentiti costruiti a tavolino per ordini molto alti”

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
Il depistaggio di via D’Amelio? È uno dei capitoli della (o delle) trattativa tra Stato e mafia, se è vero che la comparsa sulla scena giudiziaria di Vincenzo Scarantino, pentito costruito a tavolino e grande accusatore della cosca di Santa Maria del Gesu’ (oggi ritenuta estranea alla strage), ha innescato, da parte di Cosa Nostra, un ennesimo
tentativo di dialogo con pezzi dello Stato utilizzando come un “jolly ”proprio quelle false accusecostruite in laboratorio.
L’ultima ipotesi per fare luce sui misteri di via D’Amelio arriva da una fonte autorevole, il procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato, destinatario
della richiesta di revisione avanzata dalla procura nei confronti di sette ergastolani condannati sulla base delle dichiarazioni di Scarantino. In questi giorni Scarpinato
sta esaminando la “memoria” di circa mille pagine con la ricostruzione della formidabile manovra di depistaggio che ha consegnato per vent’anni all’opinione pubblica una falsa verità sulla strage. Dopo avere passato ai raggi X i problemi giuridici scaturiti dalle nuove rivelazioni dei pentiti, il Pg di Caltanissetta dovrà decidere se procedere
con la revisione del processo per i sette mafiosi accusati dall’impostore Scarantino e poi scagionati da Gaspare Spatuzza, che proprio l’altro ieri, con la condanna
del boss Tagliavia nel processo per la strage di via dei Georgofili, ha ottenuto una solida conferma della propria credibilità.
E ora la revisione di Caltanissetta preoccupa gli ambienti del centro destra: “Temo che ci siano sotto anche aspetti politici, o relativi ai servizi e a ipotizzate
deviazioni, che facciano perdere di vista le regole” sostiene, in un’intervista al settimanale il Sud, l’avvocato Gaetano Pecorella, deputato Pdl , secondo il cui quelle di Spatuzza sarebbero “dichiarazioni molto incerte che si contrappongono ad altre”. Per questo, suggerisce il deputato, “la procedura sarebbe quella di processare, fino a sentenza definitiva, i nuovi presunti colpevoli,e poi avviare la revisione”.
Decisione affidata al pg Scarpinato, che dalla lettura delle carte ricava, in via di ipotesi, una nuova, cruciale puntata del dialogo a distanza tra mafia e Stato: “Il
depistaggio delle indagini – dice Scarpinato – si è realizzato anche con la creazione di falsi collaboratori, costruiti in laboratorio”. E se, continua il Pg, “il ruolo istituzionale che ricopro non mi consente di entrare nei dettagli di questo argomento, certo è che i falsi collaboratori che hanno determinato il depistaggio delle indagini
di via d’Amelio non si sono auto presentati da soli. Sono stati introdotti da esponenti di forze di polizia la cui co-responsabilità nella costruzione di quelle false
dichiarazioni è ancora in corso di accertamento”.
Se, dunque, qualcuno in divisa ha giocato con le carte truccate, la reazione di Cosa Nostra, come sarebbe stato lecito attendersi, non c’e’ stata.
Continua il Pg: “Perché i vertici di Cosa Nostra subirono passivamente? Forse perché si convinsero che quella non era un’iniziativa individuale di alcuni poliziotti che volevano far carriera, ma era un depistaggio pilotato dall’alto, da un potere così alto da non poter essere sfidato impunemente.
Un potere che si doveva subire, in quel momento, ma con il quale, poi, si poteva trattare”.
Analisi puntuali dall’interno delle indagini di uno dei magistrati più impegnati nella lotta alla mafia che in molti scambieranno per fantasie di un Pg ritenuto “dietrologo e
complottista”. Certo appare singolare che oggi, dal carcere dove sono reclusi da anni, il boss Pietro Aglieri e il suo vice Carlo Greco, capimafia della borgata di Santa Maria del Gesu’, proprio il regno dei sette innocenti condannati all’ergastolo per via D’Amelio, per la prima volta accettano di parlare del depistaggio, confermando di averlo considerato da subito come una manovra imposta dall’alto.
Dice Aglieri, interrogato dai pm nisseni: “È nel mio interesse fare nomi e cognomi, perché sapete benissimo che ci sono persone innocenti che stanno pagando”.
Greco va oltre: “Pensavamo – sostiene – che La Barbera avesse avuto disposizioni per comportarsi in quel modo. Lui faceva il suo lavoro e noi capimmo che qualcuno di più importante ce l’aveva con noi”.
Oggi le riflessioni del Pg inducono a leggere gli avvenimenti di quegli anni come una lunga ed estenuante partita a scacchi. Il dialogo che avrebbe visto interlocutori pezzi
della cupola mafiosa e alcuni apparati delle istituzioni (gli autori dello sviamento pilotato delle indagini) sarebbe scattato, infatti, nel maggio del ’94.
In quel mese, Scarantino fa la sua clamorosa confessione, ammettendo di aver avuto un ruolo nell’uccisione di Borsellino.
Il neo-pentito riempie verbali su verbali davanti ai funzionari di polizia Mario Bo, Salvatore La Barbera, e Vincenzo Ricciardi (indagati per calunnia aggravata dalla
procura di Caltanissetta) e ricostruisce le fasi preparatorie della strage attribuendo un ruolo centrale al boss Aglieri e alla sua cosca.
Come reagiscono i boss? Non si muovono. Da veri strateghi della mediazione, secondo Scarpinato, incassano le false accuse in silenzio e preparano una formidabile quanto efficace contromossa.
Osserva il Pg nisseno: “Una soluzione concordata lasciando che gli scheletri restassero nell’armadio.
Per esempio mediando la trattativa, come quella proposta da Pietro Aglieri, alla cui famiglia mafiosa falsi collaboratori avevano addossato la responsabilità dell’esecuzione
della strage’’ . La proposta di “desistenza”, una sorta di “disso – ciazione dolce”, rilanciata da Aglieri poco dopo il pentimento di Scarantino nel corso di alcuni colloqui investigativi (e poi ufficializzata in una lettera indirizzata all’allora capo della Dna Pier Luigi Vigna) potrebbe essere proprio la posta del silenzio dei mafiosi coinvolti. Pietro “u signurinu ” propone, in pratica, l’a bbandono di Cosa nostra da parte di alcuni capimafia senza accusare nessuno e senza perciò incorrere nel rischio della vendetta trasversale.
La manovra non riesce e una legge sulla dissociazione dei mafiosi non viene approvata.

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