trattativa stato-mafia: la cappa del silenzio cala dal quirinale

SILENZIO DI STATO CONTRO I PM

Telefonate Mancino-Napolitano, il ricorso del Quirinale alla Consulta per distruggerle. E Fini stoppa Di Pietro

di Eduardo Di Blasi

L’avvocatura generale dello Stato ha depositato ieri, poco prima delle tredici, orario di chiusura della cancelleria della Corte Costituzionale, il ricorso della Presidenza della Repubblica che solleva conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo.

La vicenda è nota: nel corso delle ultime indagini sulla trattativa tra Stato e mafia negli anni bui delle stragi del ‘92-‘93, gli inquirenti hanno messo sotto controllo il telefono di Nicola Mancino, che fu ministro dell’Interno dal giugno 1992 all’aprile 1994 e della quale la procura medesima chiede ora il processo per aver fornito una falsa testimonianza.

Tra le telefonate intercettate se ne contavano diverse tra l’esponente politico della sinistra Dc (all’epoca delle intercettazioni non coperto da alcuna garanzia parlamentare) e il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio,scomparso nei giorni scorsi, ai quali il politico si rivolgeva per chiedere un intervento. Alcune di queste conversazioni, ritenute utili alla pubblica accusa, erano state trascritte e inserite nei faldoni dell’inchiesta di Palermo.

L’ASCOLTO del telefono di Mancino era incappato anche in un paio di telefonate dirette non più al collaboratore del Quirinale ma al Presidente della Repubblica stesso. La Procura di Palermo, non ritenendo queste intercettazioni utili all’inchiesta, non le aveva fatte trascrivere. Prima della loro distruzione, però, dice la legge, quelle conversazioni devono passare anche al vaglio di un giudice terzo e delle difese. Passaggio attraverso il quale potrebbero finire anche sui giornali.

Da questa preoccupazione mosse il Quirinale il 16 luglio scorso quando con decreto presidenziale affidò la questione all’avvocatura. Non esistendo una legge che normasse la procedura, il Colle avanzò che l’articolo 90 della Costituzione (quello per cui il Capo dello Stato non è responsabile per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni e che può essere messo in stato d’accusa solo per alto tradimento e attentato alla Costituzione) e la legge 219 del 5 giugno 1989 (quella per cui il Capo dello Stato può essere intercettato solo dopo che la Corte Costituzionale ne abbia decretato la “sospensione dalla carica” (e ciò avviene solo dopo la messa in stato di accusa) fossero norme sufficienti a schermare la Presidenza. Adesso la palla passa alla Consulta. Dopo la pausa estiva, nella prima riunione utile, il collegio deciderà sull’ammissibilità del ricorso. Solo successivamente infatti deciderà nel merito del ricorso. La decisione non è semplice. L’azione della Presidenza della Repubblica, infatti, ha una portata politica che supera la mera vicenda delle intercettazioni e rischia di mettere in mora la Procura di Palermo. Nei giorni scorsi, il pm Antonio Ingroia, titolare dell’inchiesta con i colleghi Di Matteo, Sava e Del Bene, ha sollevato il tema della “ragion di Stato”. “Di fronte a una legge, o a una commissione d’inchiesta politica, che ribadisse la ragione di Stato dietro alla trattativa – ha dichiarato in un’intervista a Repubblica – la magistratura non potrebbe che fare un passo indietro”.

IL CLIMA è quello che è. Il leader Idv Antonio Di Pietro che il 19 luglio aveva proposto un’interrogazione al ministro della Giustizia per chiedere quale fosse la linea dell’esecutivo sul delicato tema del conflitto di attribuzione sollevato dal Colle, se l’è vista respingere dal Presidente della Camera. La richiesta è stata giudicata “inammissibile” a norma di regolamento in quanto sul Presidente della Repubblica “sono ammissibili esclusivamente gli atti di sindacato ispettivo che, pur richiamando atti o comportamenti del Capo dello Stato, abbiano come oggetto specifico attività imputabili al governo e non rechino comunque espressioni contenenti rilievi o censure che, anche se in forma indiretta o mediata, abbiano per oggetto l’operato del Presidente della Repubblica”. È una circolare del 1996. Non se ne ricordano tante applicazioni.

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