tutti d’accordo nell’opposizione: b. se ne deve andare. ma come?

TUTTI D’ACCORDO NELL’OPPOSIZIONE: B. SE NE DEVE ANDARE. MA COME?
“Aventino”, “Occupare le Camere”: le proposte alla festa Idv
di Caterina Perniconi

Deve andare a casa. Serve un nuovo esecutivo, un nuovo premier. L’opposizione è tornata ieri a chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ma ormai le parole ripetute dalle minoranze restano lettera morta, come blandi ululati alla luna.    Esiste, invece, in una situazione d’emergenza, un modo per uscire di corsa da questa situazione e non permettere al premier in carica di governare per un altro anno e mezzo? È stato questo il tema principale della discussione alla festa dell’Idv di Vasto, dove si dibatte da tre giorni sulle alternative per il Paese, a partire dal Nuovo Ulivo battezzato venerdì. Sul palco Marco Travaglio ha chiesto ai suoi interlocutori se per uscire da una situazione estrema come quella attuale esistano delle soluzioni più forti di una banale richiesta di “riferire in Parlamento”: da una visita delle opposizioni unite al Quirinale, che ha nominato questo presidente del Consiglio, fino all’“occupazione” di Camera e Senato. Dove per occupazione s’intende presenza assoluta e richiesta continua di numero legale, mica i forconi.    INSOMMA, C’È UNA via d’uscita? “Non voglio mettermi sul piano eversivo di Berlusconi – ha risposto il padrone di casa, Antonio Di Pietro – preferisco pensare di avere ancora delle possibilità per cambiare il Paese rispettando le regole del gioco. Quindi sì, sono d’accordo con voi, l’opposizione deve essere unita, sollecitare l’indignazione della società civile , com’è successo in Spagna, e accompagnarla con tutti gli strumenti all’interno del Parlamento. Anche abbandonandolo, salendo sull’Aventino, se necessario”.    L’abbandono dei lavori d’aula è una soluzione che non convince il presidente dei deputati Pd, Dario Franceschini, raggiunto telefonicamente dal Fatto: “Purtroppo soluzioni drastiche è provato che non funzionano – spiega Franceschini – e ci si può arrivare solo dopo aver fatto tutto il possibile in aula. E adesso noi dobbiamo affrontare i voti su Milanese, su Romano, le intercettazioni. Queste sono occasioni in cui possiamo dimostrare quale sia la nostra direzione”.    Ma la situazione non è ancora abbastanza grave? Cos’altro deve succedere? “La situazione è gravissima – spiega l’ex magistrato e giornalista Bruno Tinti – ma la spallata deve venire da fuori: tocca alla società civile, noi compresi, denunciare e testimoniare ciò che sta avvenendo, a cominciare dalla pubblicazione delle intercettazioni. Passare per le vie istituzionali è inutile, a che serve parlare con Napolitano che ha firmato tutte le vergognose leggi che ha fatto questo governo?”.    LE ISTITUZIONI sono infatti uno scoglio insormontabile per i cittadini. Non sono bastate 350 mila firme a far calendarizzare in Senato una proposta di legge d’iniziativa popolare che chiede di non avere condannati seduti sugli scranni dei palazzi del potere. Da tre anni il progetto che vede Beppe Grillo primo firmatario giace in un cassetto del presidente Renato Schifani. Ma qualcosa si muove: l’Idv ha inviato una diffida formale a Schifani perché la legge venga esaminata quanto prima. E martedì la capigruppo di Palazzo Madama sarà costretta a parlarne. “La cosa grave – spiega Di Pietro – è che com’è successo con le province, l’iniziativa potrebbe essere bocciata con i voti di Pd e Pdl”. Ma almeno sarà chiaro quale tipo di valori i partiti portano in Parlamento. Fuori, invece, per ora i principi restano separati e l’opposizione non riesce a convergere in una manifestazione unitaria in cui i cittadini possano riconoscersi e scendere in piazza.    DIRETTA conseguenza di un balletto di alleanze che si fa sempre più complesso. Udc e Fli hanno fatto sapere al “Nuovo Ulivo” che per loro quella non è l’alternativa. Ma entrambi chiedono, invano, le dimissioni di Berlusconi: “C’è un presidente del Consiglio che non ha più voglia di governare, è un motivo sufficiente – ha detto Pier Ferdinando Casini – perché vada a casa, non può pensare di ingessare il Paese”. Per Gianfranco Fini “all’interno della maggioranza deve prevalere il buon senso di dar vita a una nuova maggioranza che implica necessariamente un nuovo governo”. La sua sembra quasi un’autocandidatura rivolta al segretario del Pdl Angelino Alfano: se qualcosa cambia, valutiamo.    Il Pd però cerca ancora l’alleanza larga, anche se la base invoca a gran voce l’unità, almeno di ciò che si può unire. “L’Italia c’è e ci sarà anche dopo Berlusconi – ha sancito il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris dal palco di Vasto – io più che di indignazione vorrei sentir parlare di rivoluzione dal basso, di spallata politica arrivata dalla mobilitazione civile”.    Che lui è già pronto a fare, nel suo comune. E che Di Pietro, ma solo da cittadino, giura: “Sarei pronto a prendere la Bastiglia”.

 

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