uomo d’onore in divisa?

Subranni il generale “punciutu”
 
La brillante carriera del militare con un figlio nei servizi segreti
di Sandra Amurri
Il padre è indagato dalla Procura di Caltanissetta per associazione mafiosa nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, interrogato dal­la Procura di Palermo come indagato di reato connesso nell’inchie­sta sulla trattativa Stato-mafia, si è avvalso della facoltà di non ri­spondere. È al centro dell’inchiesta sul depistaggio dell’assassinio di Peppino Impastato. La figlia, Danila, portavoce dell’ex ministro del­la Giustizia Angelino Alfano, oggi segretario del Pdl. II figlio, Ennio, ricopre un ruolo apicale al Roc (reclutamento operativo centrale dei servizi segreti). Il padre si chiama Antonio Subranni, Generale dei carabinieri. comandante dei Ros (raggruppamento operativo spe­ciale) dal 90 al ’93. Poi nominato capo segreteria del Cesis (Co­mitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza) ed infine consulente della Commissione Antimafia, promosso di grado è an­dato in pensione come Generale di Corpo d’Armata. A svelare ad Agnese Borsellino che il Genera­le Subranni, Capo dei Ros fosse “punciutu”, che vuol dire mafio­so, fu suo marito, Paolo, il 15 lu­glio 1992, 8 giorni prima della strage, mentre conversavano sul balcone: “Mio marito era scon­volto e mi disse testualmente: `Ho visto la mafia in diretta, per­ché mi hanno detto che il gene­rale Subranni era punciutu’. E tre giorni dopo – continua Agne­se – Paolo durante una passeg­giata sud lungomare di Carini mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere”.
BORSELLINO sapeva, fu il magistrato Liliana Ferraro, come la stes­sa ha riferito ai pm nisseni molti anni dopo la strage, a dire a Borsellino che era stata avvicinata proprio dall’ufficiale dei Ros De Donno: “Vidi Borsellino il 28 giugno e affrontai l’argomento”. Un colpo, al cuore che Borsellino confidò ai suoi giovani uditori Massimo Russo e Ales­sandra Camassa: “Si distese sul divanetto del suo ufficio e mentre gli sgorgavano le lacrime dagli occhi, disse: `Non posso pensare che un amico mi abbia tradito’. Il 25 giugno “era stato a Roma a una cena con alti ufficiali dei carabinieri. Fu lo stesso Borsellino a parlarcene a un certo punto. È probabile che il traditore fosse a quella cena”. Il tra­ditore era Subranni che non poteva non sapere di quella trattativa? Iniziata, come spiega il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso rispondendo alla domanda del collega Francesco La Licata (“Vole­vano un altro magistrato morto?”): “In principio pensavano di attac­care il potere politico ed avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Martelli, Andreotti, Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici”. Una delle richieste era l’azzeramento del 41 bis. Che venne in gran parte esaudita. E la vita dei politici, a cominciare dall’ono­revole Mannino, fu salva. Ma Subranni ebbe un ruolo chiave anche nelle indagini sulla morte di Impastato, il 9 maggio 1978, quando da comandante del reparto operativo del gruppo Carabinieri di Palermo avvalorò la pista terroristica: Peppino era morto mentre tentava di compiere un attentato dinamitardo. Allontanando di 20 anni la verità: Impastato era stato ammazzato dalla mafia su ordine del boss di Cinisi Gaetano Badalamenti perché da Radio Aut faceva antimafia. Una sen­tenza definitiva ha stabilito che Badalamenti aveva stretti rapporti con l’Arma dei carabinieri, rapporti che andavano bel al di là di quello di un confidente e sui quali Impastato stava scavando. Occultarono e manipolarono le prove: dissero che il sangue sulla pietra – che non fu rinvenuta tra i reperti – trovata nel casolare vicino ai binari, dove venne colpito, era “sangue mestruale”, invece apparteneva al gruppo 0 negativo, lo stesso di Peppino. La chiave della porta di Radio Aut che aveva in tasca non era né spezzata né annerita, come i suoi occhiali intatti, mentre l’ordigno però gli aveva dilaniato la testa. Una verità ricostruita a tavolino per mettere a tacere la verità vera. Quella che, forse, avrebbe frenato la brillante carriera di Subranni.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...